Inedito pascoliano

di Tommaso De Beni.

Nota filologico introduttiva

Nella biblioteca di Palazzo Maldura (una mattina ho sentito uno in biblioteca al telefono che diceva in dialetto “sono in aula studio” e mi è venuta voglia di dare ragione a gelminitremontibrunetta) fu ritrovato in copia vetusto cartacea un foglio con dei versi scritti a mano (reggente penna). Dopo un’attenta analisi (vedi qualsiasi corso o manuale di stilistica e metrica) si è visto trattarsi di canzone leopardiana (cioè libera) risalente con sicurezza (si fa per dire) ai primi decenni del secolo Ventesimo. Il tema agricolpateticbucolicosocialvillancampestremorboso, oltre a cospicui altri indizi, fa pensare ad un inedito pascoliano, il cui titolo potrebbe essere:

L’ARATORE E LE SUE PORCHE

ove con “porche” è da intendersi non l’auto, né…beh lo sanno tutti. Ulteriori commenti si lasciano alla pazienza ed alla voluttuosa operosità dei posteri lettori e della critica (a parte Covacich che sennò tira fuori i Jefferson).

Metro: aABCbcDeFGeF

Dedicato al ministro Brunetta, che su certe cose proprio non ci arriva (per esempio la marmellata sull’ultimo scaffale)

Umidato di piova

l’arator notturno mette alla prova

valor di sua fatica senza avere

ragione di sperare che in quel solco,

5 le giornate nere,

il suo essere bifolco,

grigio orco in un pantano già scavato

da mano indurita

come sale possa qui ripiantare

10 il seme degli avi lesti che furon

nel cadere in avita

sventura, più indurita

di terra smossa al lume lunare.

La fatica men dura

15 pare allora fin che è già sicura

del conforto della luna, di luce

lunare iridata la zappa, fiera

la grezza man conduce

del contadin, che è nera

20di notte e di terra, ma non sa ancora

che fredda novella è in sua

dimora e l’attende: morta la madre,

morta la sorella, sì, pure quella.

Derelitta la prua

25della famiglia tua,

morta è anche la notte ormai, terre ladre!

E sorge nuovo affanno

quando è l’ora d’inabissare il danno

patito, patetico tiro scocca

30 goffaggine ed impaccio a te facendo

cadere in nera bocca

di terra seppellendo

i fiori strappati da tua fortezza

or solitaria e reo

35 forziere, impoverito di vere

gioie, che se poco potea fruttare

della luna a corteo

smuover sassi, real neo

di tua coscienza era affittar piacere.

40Spudorato commercio

rinvanghi traendo te fuor dal lercio

fosso, ed ora è il raggio ardente del sole

di mezzodì che secca il fango, moti

d’animo in te e duole

45 solo ora il cuore e scuoti

quest’anima dannata, tu pentiti!

Con morbida epentesi

si chiude questa torbida storiella

dell’arator notturno, finto buono,

50sfruttatore, sentesi

ora mancare, e si

chiude l’occhio suo e di chi favella.

Nota 2 Più tardi (il tempo di pensarlo e scriverlo) venne rinvenuto a margine di un romanzo di Covacich sulle fatine malate un altro componimento similpascoliano, trattasi di tre quartine di novenari a rima incasinata:

Il nonno prende un ciocco nuovo,

il figlio prende un cioccolato,

la madre (morta) prende un uovo,

la porta, la porta, la porta!

Le sorelle fan la frittata,

ma non lo sanno d’esser morte,

le porte, le porte, ch’è stato?

E sbattono tutte le porte

nel giorno che penso ai salari,

le zie zitelle sono morte

mangiando troppi calamari

e il nonno è in fin di vita.

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