L’italia che resiste

di Alessandro Bampa.

«Berlusconi a San Vittore», «Pensa solo ai cazzi suoi», «La legge è uguale per tutti», «Verità e giustizia sulle stragi», «Fuori la mafia dallo Stato»: questi sono stati gli slogan più urlati durante il No Berlusconi day tenutosi a Roma sabato 5 dicembre, la manifestazione nata su facebook (dove sono state raccolte oltre 300.000 adesioni) ed entrata di prepotenza nel dibattito politico.
Checché ne dicano i prezzolati della politica, non si è trattata di una semplice accozzaglia di antiberlusconiani e giustizialisti: le accuse hanno coinvolto tutti, a partire dal Pd, quello che dovrebbe essere il principale partito di opposizione, osteggiato per i comportamenti inciucisti o troppo morbidi rispetto all’assalto alla Costituzione portato avanti dai berluscones, la vera orticaria per i manifestanti.
In piazza non si respirava l’antiberlusconismo fine a se stesso: Berlusconi è solo uno dei tanti tasselli che hanno animato la manifestazione. È stato al centro degli interventi (e delle offese) dei partecipanti semplicemente perché rientra in tutto ciò che non piace dell’Italia: l’arroganza, la disonestà, la millantata meritocrazia e l’omertà, l’omertà mafiosa che a 17 anni di distanza non ha ancora permesso di accertare chi abbia voluto far saltare in aria Falcone e Borsellino e che non permette che in questo Paese si possa parlare con certezza del passato.

Questo problema però coinvolge anche il presente, come ha dimostrato il discorso di Ulderico Pesce, direttore del Centro Mediterraneo delle Arti, che ha ricordato come in Italia sia ancora in vigore la schiavitù, nonostante la presenza delle forze di sinistra e della Chiesa, attaccate giustamente con durezza esattamente quanto la Lega e la sua xenofobia. Un presente deformato dunque, come confermano gli interventi di una terremotata de L’Aquila (su 9.000 nuclei familiari che hanno fatto richiesta, solo 5.000 hanno ad oggi una casa) e di Liisa Liimatainen, giornalista finlandese che ha ricordato come all’estero l’Italia goda di pessima considerazione proprio per la sua situazione politica.
Il filo conduttore era però sempre lui, Silvio Berlusconi: la fiction de L’Aquila ricostruita, l’assurda pretesa di essere oltre la legge, la mafia, l’autoritarismo, tutto è riconducibile a lui. Anche perché il Cavaliere non fa nulla per fugare i sospetti, anzi: evita le domande, querela i pochi che gliele pongono, attacca chi cerca di ricostruirne il passato, si fa le leggi per non farsi processare.
È stato l’intervento del costituzionalista Domenico Gallo, aderente all’associazione Articolo 21, a spiegare questa deriva antidemocratica italiana, portata avanti dal berlusconismo con la complicità dell’opposizione assente, addormentata o, peggio, accondiscendente: a tappe forzate «si sta cercando di reintrodurre l’art. 4 dello Statuto Albertino, quello che sanciva l’inviolabilità della figura del re che, fatte le dovute proporzioni, richiama alla memoria il nazismo (quello dello slogan Ein Volk, ein Reich, ein Führer) e il fascismo autoctono». Perché di questo si parla: l’intangibilità di Silvio Berlusconi, legibus solutus o primus super pares (come disse il suo on. avv. Pecorella) in barba all’art. 3 della Costituzione, quella che, grazie alla Consulta, ha spazzato via il lodo Alfano.

Gallo col suo intervento, ricordando come la Carta sia la nostra patria, ha poi paragonato il clima che si respirava nella manifestazione a quello post 8 settembre 1943: una moltitudine di persone con diverse idee si sta unendo senza alcuna convocazione di un partito (le bandiere dei dipietristi e dei vari comunisti non hanno mai potuto raggiungere la testa del corteo grazie agli interventi degli organizzatori) per dar vita al «miracolo della resistenza», per creare un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale, utopia «realizzabile solo con l’unione della società civile a tutti i partiti di opposizione».
Quest’aria di resistenza è stata più volte evocata dai diversi oratori alternatisi sul palco più o meno in diretta (Antonio Tabucchi e Giorgio Bocca hanno partecipato con interventi registrati). L’apogeo resistenziale è stato raggiunto con l’intervento di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il giudice fatto saltare in aria assieme alla scorta in via D’Amelio il 19 luglio 1992, a neanche due mesi di distanza dalla strage di Capaci (23 maggio), quella in cui perse la vita l’altro giudice simbolo della lotta antimafia, Giovanni Falcone.
Borsellino ha richiamato alla memoria i trascorsi di Berlusconi, le liaisons dangereuses con la mafia tramite Marcello Dell’Utri (il senatore condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa) e Vittorio Mangano (lo stalliere di Arcore dal ‘74 al ’76, condannato a partire dagli anni ‘60 per lesioni personali, truffa, ricettazione, assegni a vuoto, porto abusivo di coltello, traffico di stupefacenti, estorsione, associazione mafiosa e all’ergastolo per duplice omicidio), poi la nebulosa nascita di Forza Italia e i capitali di origine ignota che hanno permesso la nascita dell’impero del Cavaliere. Ha poi ricordato le leggi di questo governo che favoriscono la mafia, ovvero lo scudo fiscale – «vero e proprio riciclaggio di Stato» – e la vendita all’asta dei beni sequestrati alla mafia, che così se li riprenderà. Ha infine rammentato quelle che Berlusconi ha definito «vecchie storie» non degne di approfondimenti giudiziari, ovvero le stragi del ‘92-‘93, evocando gli eroi delle persone per bene, i componenti della scorta saltata in aria con Paolo Borsellino.

«Berlusconi insieme con Dell’Utri ha detto che è Vittorio Mangano che deve essere considerato un eroe. Quelli sono i tuoi eroi! I nostri eroi – ha scandito a chiare lettere Borsellino – hanno un altro nome: i nostri eroi si chiamano Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina! Questi sono i nostri eroi, quei ragazzi che facevano la scorta a Paolo!». Chiusura da brividi: «Che Berlusconi vada via, che sparisca da questo governo, se ne vada dall’Italia! Noi non vogliamo neanche processarlo: vogliamo che vada via, vogliamo che il nostro Paese torni ad essere un Paese pulito, vogliamo che nel nostro Paese torni a sentirsi quel fresco profumo di libertà, che io oggi sento in questa piazza! È qui che c’è la vera Italia! È qui che c’è il vero popolo italiano!». La parola d’ordine di Salvatore Borsellino è «resistenza», la urla sempre al termine di ogni suo intervento. Quello di Roma non ha fatto eccezione, suscitando una sensazione indescrivibile in tutti i presenti.
L’attacco a Berlusconi e al berlusconismo è stato innegabilmente frontale. C’era da rivendicare l’art. 3 della Costituzione e la difesa della ricerca della verità, due obiettivi irraggiungibili finché Berlusconi rimarrà al governo. Lo ha spiegato bene ancora una volta Salvatore Borsellino: «Perché, quando si cominciò a parlare del fatto che c’erano dei giudici che a Palermo, a Caltanissetta, a Firenze, a Roma stavano indagando sulle stragi, disse che c’erano delle procure che stavano complottando contro di lui? Ancora non si parlava di nessun avviso di garanzia, nessuno aveva fatto il nome di Berlusconi. Eppure Berlusconi disse: “Quelle procure complottano contro di me”. Questa non è altro che un’ammissione di colpa». Carta canta: basta prendere l’Ansa dell’8 settembre scorso: «So che ci sono fermenti nelle procure di Palermo e Milano che ricominciano a guardare a fatti del ‘92, ‘93 e ‘94. È follia pura. Quello che mi fa male è che gente così, con i soldi di tutti noi, faccia cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene comune del Paese».

Il cambiamento di questo Paese deve insomma passare per la fine del berlusconismo, che – va ribadito – comprende anche un certo modo di fare opposizione e quindi l’intera politica: questo era il vero messaggio del No B day, questo è quello che si sta cercando di organizzare. Il primo obiettivo è la resistenza, la lotta pacifica contro questo regime. Cosa che a Roma, sabato 5 dicembre 2009, c’è stata. E che, visto il successo della manifestazione, proseguirà.

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