Era Nero

di Damiano Gui.

Era nero. Tanto risaltava sulla neve che non potei ignorarlo. Scrollai le scarpe dai cristalli caduti nel chiudere la portiera, saltellai sulle sagome di ferro da stiro lasciate dagli altri nel bianco. Lui mi guardò, registrò, analizzò, frugò quindi nella neve e ne cavò una ciambella di plastica grigia farcita di ghiaccio. Dopo vari e cruenti eccidi di biglie, bocce e palline, stermini di ceppi e di tronchi, scempi di ciabatte e scodelle, una sezione di tubo idraulico si era rivelata come l’unico ente inanimato che sapesse opporsi alla frenetica vitalità delle sue fauci. Rumpus ci si arrotondò contro i canini, me lo porse. Uno, due lanci, Rumpus saltava come una rana galvanizzata, afferrava il tubo al volo come una rondine pazza. Tre, quattro lanci, i cani sono monomaniaci.
«E va bene – dissi – aspettami qui», benché io non abbia mai creduto che possano capirci. Più saggi di noi, essi infatti non ci provano nemmeno.
Un minuto dopo mi ripresentai col guinzaglio. Misero martire plastificato, il titanico giocattolo fu abbandonato inerte sulla neve. Voltolando convulsamente Rumpus complicò le operazioni di aggancio. Agganciato, partì come un reattore, separandomi l’omero dal radio. Sull’argine sfocato di nebbia, foderato in un’enorme distesa di sorbetto al limone, nessuno era ancora passato. M’inquietava. Un giorno un amico mi disse che la neve è bella perché rende tutto uniforme; da quel giorno la neve m’inquieta e anche l’iride glaciale del mio amico, nelle notti di luna piena, m’incute un certo timore. Non mi è mai piaciuta l’omogeneità.
Fra i rami denutriti degli olmi il cielo era solido come budino, solo la scia di un aeroplano ne aveva bucata la monotonia. Oltre la riva, oltre il canale e l’argine opposto, sull’asfalto ghiacciato foche artiche scivolavano silenziose, con il loro carico di neve in sfacelo. Rumpus fiutava e ogni tre fiuti starnutiva, sollevando da terra sbuffi di vetro. Mi portai la sciarpa al naso, scrutai ostile il panorama siderale, socchiusi gli occhi per vedere più in là ma c’era solo bianco, come il set fotografico di uno scenografo senza fantasia.
Sciac, sciac, sciac, sei, dodici, diciotto, ventiquattro, trentadue scalpiccii. Trentadue non è multiplo di sei, ma di otto. I miei due piedi, le quattro zampe di Rumpus… non dovetti nemmeno voltarmi perché in quel momento lui, il proprietario dei due arti residui si affiancò a noi. Ebbi un leggero sobbalzo; Rumpus no. I cani sono persone serie. L’istinto dei cani dice loro che bisogna accettare le cose come vengono. È evidente che l’istinto dei cani contiene il Libro di Giobbe o la cinematografia integrale dei Coen.
Aspettai per vedere se ci superava: non ci superò. Adeguò il suo passo a quello incostante di Rumpus e al mio. Allora mi voltai appena per guardarlo con la coda dell’occhio: era nero, nero non come Rumpus ma come un nero, come io sono giallorosa pallido, e non bianco. Alluci corazzati di smalto bucavano due babbucce consunte da muezzin, braghe di cotone arricciate agli stinchi drappeggiavano un paio di enormi colonne di marmo bruno, chiuse in ordine dorico alla cintura coriacea. Nudo dalla cintola in su, muscolatura globosa da boxeur come un angelo nero alla Cocteau. Al collo taurino una cravatta gessata tentava di coprire l’idiosincratico color panna dell’elettrofaringe. Il mento cubico coperto di un vago muschio grigiastro, il naso piatto a tridente capovolto, dietro due lenti cerchiate di celluloide nera gli occhi fissi come capocchie di aste da biliardo. A completare l’opera roccocò un buffo colbacco di pelo.
Era un’icona, un moro da stemma papale, il suonatore di gong della Plasmon. Non lo riconobbi immediatamente. Pensai lì su due piedi che somigliava incredibilmente a Denzel Washington, poi capii che Denzel Washington somigliava incredibilmente a lui. Ecco chi era: Malcolm X, in persona.
Mi uscì dalla bocca un roco «buonasera» ovattato dalla sciarpa. Il Principe Nero mi rispose con un cenno del capo ma le pupille scioperarono il movimento, rimanendo immobili sul loro asse invisibile. Camminando al fianco di quel surreale colosso d’ebano mi sentii per un attimo il padrone di uno shinigami. Pensai anche a cosa chiedergli, prima di chiedergli la cosa più stupida che si potesse:
«Ma lei non era… ?»
Il morto che palesemente non lo era issò un dito a indicare l’elettrofaringe. Considerai lo strano congegno. Nel già apprezzabile sincretismo del tutto, quell’apparecchio suonava come un hardware non riconosciuto. E quale connessione tra esso ed il fatto che egli ancora vivesse?
Il volo imperfetto di una gazza urtò il ramo dell’olmo che ci sovrastava, una pioggia di cristalli luccicò su di noi. Allora capii. Non era stato ammazzato, peggio: zittito. A conferma della mia illuminazione Malcolm parlò. Dall’amplificatore uscì uno stridio metallico che si compose in vibrazione, si librò così a mezz’ara, si disperse nuovamente e si rimontò all’altezza delle labbra, che con maestria lo modularono in voce, la sua voce di un tempo.
«Things went like that».
Mi aspettavo che parlasse in italiano, e non so perché.
«No voice, no fight, you see».
A quel punto anche Rumpus si voltò a guardarlo, forse incuriosito dall’accento da jazzista del Mississippi. Avevo un amico dalla stupidità di gambero, che diceva a tutti per scherzo «tornatene nei campi di cotone». Poi un giorno dal nulla disse a un ragazzo con la barba da cinese «tu ti nascondi all’ombra del tuo falso sorriso». Non seppi più niente di entrambi. Ma perché mi venne in mente? Perché in quel momento si udì uno sciabordio nel canale, e la gazza stordita dal colpo cantò «nel fiume c’è una piroga, e nella piroga un negro che voga». Allora mi sentii europeo, mi sentii conquistador, mi sentii schiavista e personalmente colpevole. Abbassai lo sguardo.
«We’re all guilty, we’re all scared», con gentilezza il principe nero diluì la mia colpa nel mondo.
«Scared by what we don’t know, just like that».
«Just like death?» domandai incerto.
«As well».
Un brivido mi traversò la schiena, si arrestò gelido sulla cervice. Un’auto al di là del fiume si fermò allo stop, mise la freccia, svoltò brusca scrollandosi la neve di dosso. La paura del buio, la paura del nero, la paura della morte in un’unica prospettiva. Suonò un’ambulanza lontana. Com’era solito fare, Rumpus ululò al vento. Rabbrividii ancora. Guardai allora quell’angelo nero che non era mai morto; solo per finta, per un’infame ripicca. Un uomo che non aveva avuto paura dell’ignoto. E mentre lo guardavo il colbacco si sciolse in una chioma di seta, i cerchi neri degli occhiali si sfaldarono in ciglia sottili, dal profilo affinato il muschio ricadde come unguento sui seni rotondi, sui fianchi sinuosi coperti da un velo dorato. Solo gli occhi della dea rimasero fedeli ad una traiettoria infinita.
Venere alzò un dito impalpabile, mi sfiorò la schiena dai lombi alla nuca. Per la terza volta rabbrividii. La gazza ponderò le zampe sul ramo, si tuffò nel cielo. Scossa dalla fronda una grandine di frammenti sparpagliò la luce sopra le nostre teste, sopra la mia testa: venere era svanita. Chiari come cristalli, i fili nella mia mente si ricomposero in un’equazione precisa: il brivido è sempre lo stesso. Di amore o paura, ecco ciò che dipende da noi.

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