Il Cristianesimo della Lega? Gott mit uns

di Alberto Bullado.

Ok l’involontario senso dell’umorismo capace di calamitare ilarità e un consenso espresso in migliaia e migliaia di voti, l’anima kitsch di una propaganda fatta di slogan da cottolengo, una costellazione caricaturale di canti natalizi, presepi, crocefissi e maiali al pascolo sopra le fondamenta di una moschea fantasma. Benissimo. Ma continuare a distrarsi in una simile cornucopia di gag significa ignorare un dibattito politico, quello inerente al controverso cristianesimo leghista, che ci dovrebbe portare oltre il conformismo di una satira ormai datata. Perché non dire qualcosa di finalmente inattuale? Per esempio che il Carroccio non delira quando dimostra di rifarsi ad un sentimento religioso nel quale xenofobia e cristianesimo possono andare d’amore e d’accordo. La cosa suona strana, impossibile, blasfema? Non in questi tempi bui dove sembra aleggiare un forte spirito di crociata.

LEFEBVRE üBER ALLES. Considerate innanzitutto una cosa: la Lega non ha mai nascosto di possedere un’anima antiromana e quindi antivaticana. Del resto se Roma è ladrona in Parlamento, figuriamoci in Santa Sede. Uno zelo deontologico che prende chiaramente le distanze da quel “catto-comunismo” da oratorio che irrimediabilmente puzza di “sinistra”. Così come la figura di un Gesù barbuto e capellone, vagamente compagno e spudoratamente fricchettone non può reggere il confronto con un Cristo crociato e sciovinista, paladino di un’identità da difendere in nome di un primato tutto occidentale (rigorosamente bianco e cristiano). Quello che all’evangelica prescrizione dell’Ama il prossimo tuo come te stesso sostituisce un urlo di battaglia di teutonica memoria: Gott mit uns. Dio è con noi. Avrete di certo presente. Quel motto che faceva bella mostra di sé nei cinturoni della Wehrmacht, tanto per dirne una, ora oggetto di venerazione di certi feticisti. Ma per apprendere l’origine di simili coordinate ideologiche occorre lasciare per un attimo le grigie brume della Padania e recarci a Friburgo, Svizzera, città dove Marcel Lefebvre, arcivescovo francese, diede i natali alla Fratellanza Sacerdotale San Pio X, meglio nota come ordine dei Lefebvriani, che dal giorno della propria nascita – 1 novembre 1970 – raccolse un coagulo di adesioni provenienti dalla destra francese e dall’ala oltranzista cristiana. Un connubio giustificato dall’approccio ideologico e dottrinale profondamente tradizionalista che valse sin da subito i primi dissidi con Santa Sede.

Ci vollero 18 anni di dure controversie e disobbedienze teologiche prima che papa Giovanni Paolo II scomunicasse lo stesso Lefebvre più altri cinque vescovi dell’ordine. La motivazione: i lefebvriani non riconoscevano il Concilio Vaticano II e i progressi approntati alla liturgia e alla dottrina cristiana. All’ecumenismo e al dialogo interreligioso di papa Wojtyla, secondo il quale il cattolicesimo veniva recepito come una verità rivelata valida come le altre, la Fratellanza Sacerdotale di San Pio X preferì un cristianesimo integralista il quale, oltre a preservare vari aspetti della tradizione pre-conciliare tridentina come la celebrazione della messa in latino, professava un’idea di cristianesimo suprematista come unica verità possibile ed incontrovertibile. Uno scarto ideologico che tra le varie intemperanze valse il mini-scisma e che inaugurò una stagione spirituale all’insegna di un virile ed intransigente conservatorismo. Sono gli anni del priapismo leghista, quello del «perché noi della Lega ce l’abbiamo duro», durante i quali un partito politico ancora giovane cominciava a collezionare proseliti antiterroni e secessionisti. Il risentimento verso il clero romano era uno dei leitmotiv che nei primi anni ’90 agitavano una marea verde ancora eterogenea ma che allo stesso modo non si vietò di interessarsi alla causa lefebvriana. Un gemellaggio quello tra Carroccio e seguaci di Lefebvre che da allora si perpetua sino ai giorni nostri, quando il leader maximo Umberto Bossi non fa mistero che tra Lega e lefebvriani «ci sono affinità». Ecco perché è molto difficile trovare un rappresentante del Carroccio disponibile a prostrarsi al cospetto del Papa. Quella è roba che più si confà ad inzerbinati vaticani come la premiata ditta Casini-Rutelli. I leghisti tutti d’un pezzo amano invece frequentare le omelie dei lefebvriani, «gente onesta che non può far altro che bene alla Chiesa» come ama chiosare il Senatùr. Uno dei fan più illustri di un certo Padre Abramowicz.

GOTT MIT UNS. Padre Floriano Abramowicz opera nel trevigiano. Spesso lo si vede celebrare messe per i militanti del Carroccio (sua la benedizione al Parlamento Padano del 2007). Bossi ama assistere alle sue omelie in latino (mai sottovalutare il Senatùr) dove il tema del suprematismo cristiano la fa da padrone. Padre Abramowicz, il prete verde, è salito però alla ribalta delle cronache nazionali a causa di certe delicate affermazioni: «Le camere a gas? Erano sicuramente usate per disinfettare»; «Priebke? Non si può chiamare boia chi assolse il proprio compito con cuore pesante»; «Parlare di genocidio – a proposito delle stime sulle vittime dell’olocausto – è sempre un’esagerazione», in quanto si tratta di una valutazione calcolata «sull’onda dell’emotività. […] I numeri – sostiene ancora Abramowicz – derivano da quello che il capo della comunità ebraica tedesca disse agli angloamericani subito dopo la liberazione. Nella foga ha sparato un cifra». C’è da chiedersi perché un prete abbia da rilasciare dichiarazioni del genere. Il motivo va ricercato nel tentativo, alquanto raffazzonato dato l’ulteriore strascico di polemiche, di rimediare allo scivolone del più celebre vescovo Richard Williamson, anch’egli lefebvriano, il quale, sollevando la medesima questione in un’intervista rilasciata ad una tv svedese risalente al 1 novembre 2008, si era abbandonato ad affermazioni di questo genere: «Io credo che le prove storiche siano fortemente in contrasto con l’idea che sei milioni di ebrei siano stati uccisi nelle camere a gas, a seguito di un’indicazione di Adolf Hitler. Io credo che non siano esistite le camere a gas». Sillogismi ombratili, figli di un’appiccicosa retorica negazionista, la medesima avallata da movimenti borderline come Action Française (movimento nazional-radicale, fortemente clericale, monarchico ed antisemita operativo in Francia), il Fronte Nazionale di Jean-Marie Le Pen ed il nostro italianissimo partito Forza Nuova. Un’allegra combriccola vicina alla Fratellanza Sacerdotale San Pio X alla quale, senza alcun imbarazzo, sembra accodarsi la Lega. E non potrebbe essere altrimenti data la nostalgia condivisa e celata dentro foibe padane da una nutrita frangia di militanti in camicia verde. Ma il fattore Gott mit uns al quale si rifà questo articolo va ben al di là di una certa perniciosa retorica dal puzzo di olocausto. Padre Giulio Tam, manco a dirlo, è un sacerdote lefebvriano. Benedice cortei di estrema destra a colpi di saluti romani. Celebra messe a Predappio. Considera Mussolini un «martire» e come tale è favorevole alla sua beatificazione. In numerose interviste questo simpatico prelato non perde l’occasione di ribadire i soliti concetti che compongono l’ossatura di una propaganda assai rodata: «Ci stiamo preparando alla guerra civile», difatti «all’invasione islamica» il prete (?) oppone una «legittima difesa, proprio come le Crociate», ribadendo che uguaglianza e libertà «non è vero che sono principi cristiani». I suoi comizi sono tripudi di nostalgie che vanno a blandire fatti storici come la Riconquista Spagnola, la Battaglia di Lepanto e altri eroici aneddoti dove le Crociate fanno naturalmente da sfondo prediletto: «Io mi inginocchio a ringraziare i nostri padri che sono stati disposti a morire e ad uccidere per Cristo». Un Cuor di Leone insomma.

UNA CHIAMATA ALLE ARMI. Ora una simile demagogia tardomedievale in iper ritardo non deve stupire né far sorridere. Certo, fa specie frequentare un’oratoria capace di perforare secoli in un baleno, tuttavia è bene documentare l’emergere di un sentimento di crociata all’interno della società civile. Una pulsione che dal basso tende a venire a galla e che riceve sostentamento ideologico e politico dall’alto. Un connubio, questo, che si realizza pragmaticamente nel successo elettorale di soggetti politici che in tutta Europa stanno alimentando lo scontro di civiltà, adoperandosi in una propaganda religiosa-identitaria nella quale il suprematismo alla Gott mit uns altro non è che benzina sul fuoco del calderone della xenofobia. Un’intolleranza dalla colorazione spirituale che mai come in questi anni ha fatto un uso così massiccio di un cristianesimo belligerante ed avulso al dialogo interreligioso. Un motivo di inquietudine in più se si considera l’inaspettato riavvicinamento dell’ordine di Marcel Lefebvre – araldo di un simile cristianesimo da trincea – con la Curia Pontificia, consumatosi il 21 gennaio 2009, giorno nel quale papa Benedetto XVI (il papa più Gott mit uns della storia contemporanea) pensò bene di revocare la scomunica ai vescovi lefebvriani. Stiamo quindi parlando di un disegno propagandistico dalla portata continentale che disgraziatamente, anche se in modo indiretto, trova il tacito beneplacito della Chiesa che, malgrado l’invidiabile curriculum, è un’istituzione ancora capace di scivoloni di questo genere.

CONCLUSIONE: CROCIATE AL KEBAB. Abbiamo quindi dato uno sguardo veloce nel buco della serratura di un cristianesimo suprematista e belligerante, xenofobo e reazionario, nostalgico e crociato. Una declinazione spirituale che compone l’ala guelfa di una propaganda leghista complementare all’infuocato proselitismo alla Borghezio, piromane nella fedina penale e petomane in oratoria. Fintanto che tale epico afflato si esprime in duelli all’ultimo sangue tra polenta e cous cous, cotechino e kebab, in un’epopea brancaleonica degna di aedi avvinazzati, sarà possibile scongiurare Lepanto varie e prese di Gerusalemme. Nel dubbio però affilate comunque i vostri crocefissi.

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