L’irresistibile retorica del banale

Si è soliti confinare il movimento leghista all’emanazione folclorica e chiassosa di uno spirito di rivalsa che serpeggia in un popolino terrorizzato dai media, caratterizzato da un livello culturale molto basso ed impaludato in una visione della società fortemente conservatrice e provinciale. A me sembra che questo sia quasi un tentativo di ridurre il problema e di escogitare una sorta di autogiustificazione alla propria coscienza da parte di un mondo intellettuale e politico progressista cronicamente incapace di comprendere le proprie insufficienze oppure tenacemente ancorato in tenzoni futili ed interminabili.
Sebbene la Lega Nord trovi effettivamente la propria linfa vitale nella mancanza di cultura del proprio elettorato e, soprattutto, in una serie di fobie collettive peritamente orchestrate dai media, sarebbe un gravissimo errore sostenere che essa manchi di una propria “cultura” politica. Al contrario essa si dimostra come il prodotto più camaleontico della situazione politica contemporanea, che pur non è povera di altri elementi ricchi di ambiguità e di contraddizioni: la Lega è un partito che unisce numerose voci di contestazione, che nasce in un momento di crisi della società civile e che, infine, intende smarcarsi decisamente dalla visione monolitica ed “alta” del partito tradizionale. I leghisti possono innegabilmente affermare di essere l’unico partito popolare che si possa ormai riscontrare nel nostro Paese ed in grado di dare risposte ai cittadini, soprattutto degli strati sociali più bassi: soprattutto è l’unico che, insieme alla formazione politica di Di Pietro, riesca ancora a generare partecipazione ed entusiasmo tra gli elettori, ovviamente in modi e con peculiarità diverse. Sostenere che esso parli semplicemente “alla pancia” della gente rischierebbe di trasformare questo movimento politico in una forza spontanea di protesta priva di una vera personalità politica, di una programmazione e soprattutto di una strategia comunicativa. A mio parere bisognerebbe fare più attenzione: ciò che è popolare non è banale o “spontaneo”, ogni fenomeno di massa nasce da una dialettica spesso intricatissima di voci diverse, attraverso la contaminazione e la rilettura di elementi provenienti dallo stesso mondo della “cultura alta”. La complessità dei segmenti linguistici che trovano ospitalità nel discorso della Lega, apparentemente disorganico e folclorico, dovrebbe già essere un punto di partenza piuttosto interessante: se avessimo a che fare con una semplice forma di ribellismo verso l’autorità centrale oppure di istintivo risentimento verso l’immigrazione, in un simile caso difficilmente avrebbe retto per così tanto tempo e si sarebbe sviluppata come nessun astrologo della politica avrebbe mai sospettato. Essa infatti gode di ottima salute, divenendo parte ineliminabile della politica italiana, condizionandone pesantemente le tematiche ed avendola intrisa di sé e della propria dialettica in modo paragonabile a quanto effettuato in altri settori dalla parallela “rivoluzione” berlusconiana.
Abbiamo di fronte perciò una progettualità che proprio nell’evitare la sintesi degli opposti trova la propria potenza: la selezione dei frammenti di discorso più disparati garantisce un dialogo amplissimo con numerosi soggetti all’interno di tutti gli strati sociali: elementi come il localismo, la difesa della cristianità, la lotta al parassitismo statale, il neoliberismo, l’idea del self-made man, etc., tutto può convivere nella Lega che a volte si discopre ambientalista, a volte operaista, a volte clamorosamente cristiana, a volte incline ad un neo-paganesimo dozzinale, a volte allo squadrismo…
Una macchina politica complessa e pericolosa e che ha grande presa a livello dell’immaginario collettivo in quanto stratificata fusione di impulsi irrazionali, di luoghi comuni ma anche di ideologie storiche e di esigenze di identità collettive che sono state caratteristiche della storia della civiltà europea nei suoi momenti più critici. L’incontro tra due linguaggi talmente diversi come l’espressione delle inquietudini popolari ed alcune considerazioni ideologiche di carattere xenofobo, liberal-conservatore, cristiano-fondamentaliste declinate a livello di sermo cotidianus, grazie ad un linguaggio volutamente scurrile e comunicativo, fatto di slogan e di immagini forti, genera una massa linguistica di forte impatto psicagogico e difficilmente contestabile attraverso la retorica opaca del discorso politico tradizionale.
Vorrei concentrarmi a questo punto su un argomento in particolare, che penso stia a cuore a molti di noi, soprattutto a causa dell’evidente diffusione del razzismo in amplissimi settori della società: su questo terreno la Lega trova forte consenso non solo nel proprio elettorato, ma anche in quello di altri schieramenti, dando sfogo alle ansie ed alle paure che serpeggiano nella nostra Europa in perenne crisi di identità. Siamo allo “scontro di civiltà”: i difensori di un Occidente in pericolo rinvengono la propria identità nella cultura cristiana, nelle Termopili, a Lepanto, in una famiglia tradizionale ormai disgregata, nell’autoritarismo ideologico e nell’odio verso le culture “altre” e “diverse”, viste come promotrici di disordine, di disgregazione, di degenerazione. Le ideologie dell’identità hanno sempre dipinto il diverso come un elemento disturbante destinato ad essere eliminato o silenziosamente assimilato, lo stesso cristianesimo si dimostra essere una religione storicamente aggressiva e dedita all’eliminazione dell’avversario (anche grazie alla solenne e consapevole accettazione da parte di Agostino da Ippona degli strumenti coercitivi). Non è un caso che perciò gli strati sociali subalterni – nel caso delle democrazie liberali moderne, chi è tenuto lontano dai mezzi di produzione della cultura – possano facilmente riconoscersi in ideologie reazionarie abilmente “volgarizzate” dai media.
Non intendo banalizzare la questione invocando lo spettro del fascismo che si annida dietro il partito di Bossi, ma è innegabile che una matrice comune esista almeno sul punto della visione della percezione dell’alterità e nella caratteristica fusione di elementi di cultura popolare e di cultura alta in chiave aggressiva ed autoritaria. L’Europa ha sempre covato impulsi distruttivi mai completamente assopiti: il Novecento ci ha già mostrato quali orrori possono generare queste pulsioni insieme alla moderna società tecnologico-scientifica.
Mi rendo conto che tutto ciò può apparire molto distante dalla realtà concreta: chi ha perso la vita nelle nostre acque territoriali e gli inevitabili problemi sociali che l’immigrazione comporta sono segni tangibili di una situazione grave per la quale qualsiasi parola oziosa potrebbe risultare insoffribile; ma bisogna evitare a tutti i costi lo scontro culturale, vera anticamera allo scontro sociale ed ulteriore miccia per una situazione internazionale già fortemente compromessa.
Personalmente sono molto sfiduciato: finché non si penserà a serie politiche di diffusione della cultura per la popolazione italiana e quella straniera (ed ecco che il discorso non si rivela più così tanto autoreferenziale) ed ad un’integrazione fatta nel rispetto delle culture e che rifugga dall’assimilazione forzata, la situazione non potrà fare altro che peggiorare concedendo fertili terreni alla retorica leghista. Soprattutto nostro compito dovrebbe essere il combattere con altri mezzi contro i veri responsabili dell’imbarbarimento dell’Europa: chi ricercando velleitarie identità e nuovi fanatismi religiosi fomenta odio ergendosi a giudice dell’Altro ed imponendo la propria visione della società. Ma questo non vale allora soltanto per la Lega…
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