Stephen King tra cinema e metaletterarietà

di Tommaso De Beni.

Stephen King, altresì noto come «maestro del brivido», ha adattato un genere classico (il racconto gotico o dell’orrore) ai propri tempi condendolo con sesso e ironia e uno stile che ammicca al lettore; i suoi libri hanno venduto talmente tanto da divenire un caso letterario negli anni ’80 e ’90 (ma in realtà continua a scrivere e vendere fino ai giorni nostri) con tanto di critici letterari che si interrogavano se la sua potesse definirsi letteratura o no e moralisti che infierivano accusandolo di influenzare negativamente i giovani di diverse generazioni. Ovviamente se si esclude l’aspetto tecnico (lessico e stile) resta solo l’intrattenimento, e da questo punto di vista egli sa benissimo quello che fa ed infatti ebbe a dichiarare: «I miei libri sono come gli hamburger: come qualità non saranno un gran che, però ti danno piacere per un momento»; questa metafora culinaria è perfetta anche per descrivere i best sellers in genere. Essi sono infatti molto spesso un riposo della mente, uno strappo alla dieta che ti puoi anche concedere, ogni tanto, non sempre perché se no muori. Il limite della metafora è che un libro, diciamo così, serio, va letto più di una volta, mentre i best sellers hanno creato il genere del libro “usa e getta”.

King è un esempio spesso citato di scrittore arricchitosi con la letteratura, ma non bisogna mai scordarsi di Hollywood: sono almeno una trentina i film tratti da suoi romanzi, senza contare le sceneggiature televisive, alcuni anche diretti da registi celebri: pensate a Shining, Le ali della libertà, Il miglio verde (questi due non sono neanche horror) o al più recente The mist, tutti film che hanno sbancato il botteghino, se mi passate l’orrenda espressione giornalistica. Questo mi dice da un lato che per far soldi è meglio fare il regista o lo sceneggiatore, dall’altro che lo stesso King, se non è un gran romanziere, è almeno un discreto sceneggiatore e questo a sua volta mi fa pensare al tipo di scrittura tipica dei best sellers che non è esclusiva di King, cioè a dire una scrittura visiva (show don’t tell, giustappunto), una scrittura che imita le tecniche cinematografiche e che purtroppo abbandona le altre possibilità della letteratura che il cinema non ha, possibilità che rischiano così di essere persino dimenticate per sempre. Un’altra caratteristica tipica di King e di molti altri scrittori di best sellers, tanto da costituire quasi un vero e proprio sottogenere, è l’autoreferenzialità, cioè lo scrittore che parla della scrittura e la letteratura che parla di se stessa. Il caso più eclatante in King si ha nel cosiddetto ciclo de La torre nera: alla fine degli anni ‘70 lo scrittore del Maine inizia un romanzo ispirato al poemetto di Robert Browning Childe Roland alla torre nera giunse. Nel ’78 il libro è pronto, esce nell’82, ma è chiaro anche allo stesso King che questo è un libro ancora troppo acerbo, che non può essere considerato se non come parte di un progetto più ampio. Ecco allora la nascita del ciclo horror western fantasy de La torre nera, ciclo che attraversa gran parte della carriera di King, terminato nel 2004 (in Italia l’ultimo capitolo della saga è uscito nel 2006), progetto di tutta una vita, saga in sette libri (forse anche per questo rimane una delle poche cose di King non ancora sfruttate dalla macchina televisivo-cinematografica) che va però considerata come un unico libro, forse il Libro per eccellenza di King.

Premetto subito un paio di cose. Primo: a mio avviso in questa saga e nei racconti brevi King dà il meglio di sé. Secondo: credo che l’autoreferenzialità, che sfocia – ne La torre nera – in metaletterarietà, serva prima di tutto all’autore stesso, forse per sfogare le sue angosce, forse per disseminare appunti di una sua “teoria dello scrivere” poi raccolti e ampliati nel saggio On writing; in ogni caso non credo che egli usi la metaletterarietà per estendere le reti di pubblico (ammiccamenti al lettore sono frequentissimi in King, fondamentali, senza contare che i protagonisti di molti suoi romanzi sono scrittori, ma ciò non basta a mio avviso per esaurire il concetto di metaletterarietà), anche se è vero che uno dei sintomi dell’ “effetto King” consiste nel far venir voglia di scrivere a chi lo legge. A riprova della mia tesi faccio notare che la metaletterarietà di King si risolve soprattutto in senso autobiografico. Vediamo subito un esempio: negli ultimi due libri della saga de La torre nera i protagonisti, dopo aver viaggiato in diverse dimensioni per salvare il mondo, vengono a sapere di essere parte di una storia, una storia che rischia di essere interrotta per sempre a discapito del destino del mondo, anzi, di tutti i mondi possibili. Allora, dopo essere arrivati nella nostra dimensione, entrano in contatto diretto con lo stesso Stephen King (che diventa così personaggio del suo stesso libro) in due occasioni: una prima volta tentano di convincerlo (anche con minacce) a riprendere in mano la bozza della Torre nera che aveva abbandonato, una seconda volta gli salvano la vita evitando che un camionista ubriaco lo metta sotto per sempre (è da notare che King fu veramente investito da un camionista ubriaco che gli spaccò un’anca, nel ‘99). Ovviamente, in cambio, lo scrittore deve finire la storia. Entra così in gioco il grande tema della scrittura come missione (in questo caso missione laica o per lo meno pagana, ché se non c’è un unico mondo non c’è nemmeno un unico dio, né un unico diavolo), con lo scrittore che obbedisce ad una forza superiore e non può imporre la sua volontà al libro che, in un certo senso, si scrive da solo:

Poi mi sono reso conto di avere ancora una cosa da dire, una cosa che effettivamente andava detta. Ha a che vedere con la mia presenza nel libro da me scritto. C’è un mellifluo termine accademico per questo: metafiction. Io lo odio. Ne odio la pretenziosità. Io sono presente nella storia solo perché sapevo ormai da qualche tempo […] che molti dei miei romanzi fanno riferimento al mondo di Roland e alla storia di Roland. Visto che ero stato io a scriverli, mi sembrava logico che facessi parte del ka del pistolero. La mia idea era di usare le storie della Torre Nera come una sorta di ricapitolazione, un modo per riunificare quanto più possibile delle mie storie precedenti sotto la volta di un’unica über-storia. Non l’ho mai inteso come un atto di presunzione (e spero che non lo sia), ma solo un modo per dimostrare come la vita influenzi l’arte (e viceversa).[…] Qualche lettore si domanderà quanto “reale” sia lo Stephen King che compare in queste pagine. La risposta è «non molto» sebbene […] si avvicini molto allo Stephen King che ricordo di essere stato a quell’epoca.[…] Confido che i lettori […] capiscano perché ho manomesso la parte che mi riguarda direttamente.

I miei libri sono il mio modo di conoscervi. Che sia anche il vostro modo di conoscere me.

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