Una lotta di classe di nome Avatar

di Alberto Bullado.

Avatar è un film che ritrae una lotta di classe. E non si fa riferimento a quella rappresentata nel film che coinvolge umani imperialisti supertecnologici e slanciati gattoni blu. Forse allora che si intende lo scontro tra due concetti di cinema: il mainstream hollywoodiano, fascinoso, gigantesco, muscolare, commerciale, arrembante, cannibale e quello d’autore, artigianale, dimesso, introspettivo, curioso, autoreferenziale, morigerato? Troppo scontato, siamo ancora fuori strada. Ma allora in cosa consiste questa lotta di classe?

Vi do qualche aiuto. Un regista che non produce un lungometraggio dal ‘97. Che dopo Titanic è riuscito ancora una volta a portarmi in sala al cospetto di un film pieno di tutto tranne che di sostanza, o meglio, di niente, ma proprio niente, di nuovo. Emozioni copiaincollate, personaggi copiaincollati, mostri, pianeti, robottoni copiaincollati. Il titolo del film rende davvero bene l’idea di un concetto metacinematografico: Avatar, è infatti l’alter ego di moltissimi altri titoli. Pocahontas, Apocalypse now, Balla coi Lupi, Princess Mononoke, Braveheart, Terminator, Starship Troopers, Jurassic Park, Dune (ma è tutta una gara a trovarne degli altri). Dentro c’è anche Bush, la retorica da cowboy della guerra preventiva al terrorismo e le drammatiche immagini dell’11 settembre. Persino riferimenti filosofici come il “buon selvaggio” di Rousseau frammisti a pillole new age e richiami iconografici più raffinati, vedi un’inaspettata Pietà di Michelangelo (!), i quadri di Novella Parigini ed un certo accecante esotismo cromatico ancora di Rousseau, questa volta il pittore naif. Un pastiche caleidoscopico che però non ha nulla o quasi del fascino cinefilo della citazione ma bensì della saturazione e dell’accumulo. Non si tratta nemmeno di un’appropriazione indebita di risorse altrui ma della restituzione di una dimensione omni-cinematografica: Avatar, in nome di una (involontaria?) sensazione d’onnipotenza, esprime un ideale di cinema totale, per mezzo di nuove risorse tecnologiche ed espressive e metodi di fruizione visiva all’avanguardia. È l’appropriazione di un mondo, quello cinematografico, per mezzo di un nuovo criterio di fare cinema. Per questo motivo l’idea di essere testimoni di un trapasso è forte. Di essere presenti e partecipi di uno snodo focale della settima arte. E proprio per questo Avatar non è un film da sottovalutare e che a pieno diritto entrerà nella storia del cinema: basta contare i sorrisi e i commenti chiassosi delle persone all’uscita dalla sala.

Già, le persone. Il pubblico. Ci avviciniamo alla risoluzione dell’interrogativo posto in essere. La lotta di classe. Contestualizziamo: film come questi (vedi la trilogia del Signore degli Anelli, Pirati dei Caraibi, King Kong ecc…) bisogna andarseli a vedere in un multisala. Le poltrone immense. Lo schermo immenso. Tutto che assume dimensioni americane, dalle bibite ai pop corn. Gli alieni, anche loro son cresciuti di statura, da E.T e gli orsetti lillipuziani di Star Wars, a questi panteroni azzurri così somaticamente esotici ed espressivi. Lo abbiamo detto: il cinema è cresciuto. Chiamatelo progresso, sia pure tecnologico, ma io la vedo più come una dilatazione di mezzi e di risorse. Il problema è che la sostanza è rimasta la stessa e che se pur allungata da tempeste emozionali, fantasmagoriche ed ormonali non smuove, perché appunto annacquata di un titanico manierismo all’ordine del giorno. La genialità del regista, dei produttori e del marketing promozionale sta nel fatto di far apparire tutto ciò geniale. Ed il pubblico non può far altro che annaspare ed acquisire passivamente immerso com’è in un trip collettivo che non si consuma solamente in sala, ma anche a casa, con la pubblicità, internet, la carta stampata, il passa parola. Un unico flusso propagandistico che sarebbe in grado persino di riportare al potere un Adolf Hitler qualunque tanto è la portata di fascinazione mediatica.

Ecco la lotta di classe. Da una parte chi va in sala a guardare Avatar. Dall’altra chi non è in sala e che a vedere Avatar non ci andrà. Non si tratta di ravvisare uno spartiacque tra vittime e apolidi del sistema. La metterei piuttosto tra i fruitori o no di un oliato meccanismo di consenso ludico, per quanto plebiscitario. In questo dobbiamo desumere la qualità intellettiva di due diverse caratterizzazioni di cervelli o di comportamenti? Nemmeno. La differenza sta a chi si conforma e partecipa alla creazione di un nuovo orizzonte mitologico collettivo (che prenderà sempre più piede nella fantasia e nei sogni della gente) e a chi è distratto o sceglie altre vie di approvvigionamento di archetipi. La differenza non sta nella classe sociale o nella qualità intellettuale, come vorrebbe sistematicamente ribadire un certo filo marxismo, ma nella capacità autonoma ed individuale, qualsiasi sia la fazione a cui si fa riferimento, di portarsi a casa un cervello all’uscita di una sala cinematografica, di un fast food, di una scuola, di una parrocchia. O da un pianeta fantastico di nome Pandora. Che è fatto interamente al computer.

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5 Responses to “Una lotta di classe di nome Avatar”
  1. Max DB ha detto:

    Non sono completamente d’accordo con il tono quasi nichilista della recensione: la trama del film è originale? No, è un dato di fatto, ma se escludiamo pochi esempi tutta la storia del cinema e della letteratura in generale altro non è che rivisitazione di trame e miti vecchie di secoli. In un mondo dove l’originalità è merce ormai rara la bravura del regista sta anche nel trovare nuovi stimoli che possano eccitare la curiosità del pubblico, e Avatar ne è il candido archetipo. La varietà delle forme e dei colori, gli effetti del 3D, la concretezza degli effetti speciali così immaginifici secondo me offrono tutto quello di cui ha bisogno chi, come me, guarda un film non per conoscere chissà quali misteri o approfondire chissà quali sofismi, ma solo per trascorrere un paio d’ore di beata estasi, senza pensare a nient’altro che a futuri improbabili e sogni impossibili 🙂

    • alberto ha detto:

      ciao sono l’autore dell’articolo, innanzitutto ti ringrazio per aver letto la nostra rivista e per aver partecipato con un commento. mi sembrava lecito dare una risposta. in realtà non era mia intenzione scrivere una recensione del film quanto più una riflessione metacinematocrafica a proposito di un’idea di cinema totale che si appropria in maniera preponderante dell’attenzione del pubblico che ormai sembra educarsi ad un certo tipo di linguaggio visivo a discapito della fantasia individuale. infatti avatar propone un fantasy che non eccede nella sostanza, quanto più nella forma. in questo caso gusti son gusti e mi pare che tu abbia apprezzato il lavoro computer grafico, di innegabile valore. la mia in realtà non si è trattata di una stroncatura (anch’io ho passato due ore tutto sommato piacevoli contemplando le meraviglie visive proposte a profusione, avrei preferito godermele senza occhialoni di merda, quello sì). il punto è che avatar è stato solo l’esempio del quale mi sono servito per parlare di questo nuovo parametro di cinema totale ed onnipresente che dilata più che proporre perché in sostanza dedito all’intrattenimento (niente di male e niente di nuovo se non per il fatto che oltre ai soldi scendono in campo le nuove tecnologie). ad essere sinceri anch’io sono per l’antisnobismo tutta la vita e sinceramente non riesco a capire dove si possa cogliere il nichilismo che tu dici in questo articolo. non è nemmeno una demolizione, quando parlo di copia incolla credo che sia abbastanza evidente dati i richiami e i continui riferimenti ad altri titoli. peccato solo per l’effetto di accumulo. per finire poi non credo di aver fornito l’impressione di essermi schierato dalla parte dei film d’autore, semmai è vero il contrario. nel finale ho infatti scoccato una frecciatina ad un certo pseudo o neo marxismo (vedi anche il titolo provocatorio dell’articolo), che è invece portato a classificare e quindi a giudicare i “cervelli” di coloro che si conformano alla visione di certi spettacoli. un atteggiamento scontato e banale, perchè in realtà una persona non è ciò che guarda ma ciò che salva del proprio cervello dalla adesione conformistica di un rito collettivo o di uno spettacolo, in questo caso un film quasi totalmente fatto al computer.
      perdona la lunghezza della replica, a volte sono un logorroico ma non fraintendere la mia parlantina per snobismo! noi siamo persone ruspanti. spero di essermi chiarito e spero anche che tu continui a leggere ConALTRImezzi. Ciao!

  2. Max DB ha detto:

    Ciao e grazie per la replica 🙂 la rivista la leggo molto volentieri, anzi complimenti per la scelta e la composizione dei tanti interessanti soggetti. Non volevo assolutamente essere negativo nel commentare l’articolo, forse però sono stato fuorviato dall’opinione comune che identifica nella mancanza di originalità del film il suo più grave e decisivo difetto.
    Ma da grande appassionato di fantascienza d’altra parte non potevo che spezzare una lancia a favore di questa sua ultima incarnazione 😀
    Bye!

    • conaltrimezzipd ha detto:

      ConAltriMezzi si trasferisce su http://www.conaltrimezzi.com/
      Dopo un breve periodo di transizione rimarrà in linea solamente il nostro nuovo sito come unico indirizzo web ufficialmente legato e gestito dalla redazione di ConAltriMezzi, mentre questo vecchio blog verrà eliminato. Si chiude un capitolo per aprirne immediatamente un altro. Cogliamo inoltre l’occasione per dire che ConAltriMezzi ha in serbo altri progetti per il nuovo anno: nuove uscite, nuove iniziative, nuove collaborazioni. A cominciare dalla nostra nuova casa. Perciò continuate a seguirci su CONALTRIMEZZI.COM, iscrivetevi alla newsletter e supportateci attraverso la nostra pagina di Facebook.
      Follow us! Alla prossima.

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