Zafón, lettore eletto

di Stefano Renga.

Un briciolo di sincera vanità ed alla fine anche Narciso si trasforma in un fiore. Un bel fiore.
Una frase vagamente evocativa, dal gusto epigrammatico, che affermi fin dall’inizio la colta presunzione di quanto segue.

Ridursi ad un cinico formalismo continua ad essere il rischio più grande per ogni compiuto e sistematico tentativo di fare Teoria della Letteratura, esperienza accademica che spesso si impantana nel solo cercare di definire il nome del corso: possibilità bilanciata dall’opposta attitudine di alcuni nello sfogare le proprie fantasticherie intellettuali negli spazi che una pagina più o meno ben scritta sembra offrire.

Esistono innumerevoli ragioni per voler scrivere e forse molte di più per amare la lettura, senza dimenticare che scrittori e lettori non disdegnano d’incontrarsi a mezza via. Sulla liceità di questi convegni amorosi s’innestano dibattiti critici che pretendono di poter definire, con scientifica supponenza, nuovi canoni di letterarietà. Perché i vecchi, ormai, sono stati degradati a letteratura di genere: formula grazie alla quale diventa facile, almeno a parole, distinguere i libri che “valgono” da quelli scritti solo per vendere, malsana ambizione che rende le moderne generazioni di autori moralmente indegne se messe a confronto con le schiere dei loro illustri e celebrati predecessori che, notoriamente, si nutrivano d’aria, con l’ampia eccezione di tutti quelli che hanno fatto del morir di fame uno dei segni più evidenti del proprio valore.

Qualche luogo comune: non delle inutili banalità, ma un terreno condiviso da cui muovere con sicurezza verso qualcosa di più distante e che valga la pena di raggiungere, almeno per chi dirige il gioco. Scrivere consapevolmente sembra essere necessario quanto colpevole.

Incuranti di tutto questo, molti continuano testardamente a scrivere, mentre sono un po’ meno quelli che leggono. Sociologi sprezzanti e scafati esperti di vendite affermano che le loro scelte sono facilmente manovrabili, ma fortunatamente, quando la macchina del marketing non fa il suo dovere, i semplici lettori sono ancora in grado di regalare il successo ad un libro che, a loro modesto parere, sembra meritarlo. È quello che è successo a L’ombra del Vento di Carlos Ruiz Zafón, autore catalano che da poco meno di 20 anni vive però a Los Angeles, attivo come sceneggiatore ma non per questo dimentico delle possibilità che solo la scrittura offre.

Il suo è un romanzo fatto di racconti che si incastrano e si contengono tra loro, si riflettono e riecheggiano a vicenda. Non teme d’indugiare retoricamente su sensazioni ed emozioni, pur non rinunciando ad una trama corposa quanto fatalmente ingenua in alcuni passaggi e rovesciamenti; non è mai veramente polemico con le etichette che si possono affibbiare al suo lavoro: un moderato thriller investigativo con spruzzi giallo e noir. Ma la forza della sua opera non sta nella forma accattivante della scrittura, quanto nella capacità di riverberare la passione emotiva dei lettori, accolti scopertamente nel proprio regno ed onestamente compiaciuti nel circondarsi degli sfuggenti riflessi di ciò che sono e di ciò che potrebbero essere.

Autoindulgenza ed autoreferenzialità: le due grandi colpe che marcano la distanza tra l’intellettuale moderno e la società di cui dovrebbe far parte. Autoindulgenza ed autoreferenzialità: gli assi nella manica del romanzo di Zafón. Non solo perché i suoi personaggi sono lettori accaniti o scrittori maledetti, improbabili editori e misteriosi bibliotecari romanticamente consorziati per la difesa della letteratura dall’oblio (elementi questi che, dopo un suggestivo inizio carico di lirismo, si spostano verso il margine, limitandosi ad incorniciare l’azione), ma per il gioco mimetico tra le pratiche di lettura dentro e fuori il testo. L’inspiegabile fascino dei polpettoni gotici di Juliàn Carax è qualcosa in più d’un pretestuoso MacGuffin: è la nota dominante di un accordo che risuona in piena armonia con i desideri del lettore. E se, nel romanzo, il reale innesca un sistematico gioco di specchi col letterario, sembra lecito aspettarsi che prima dell’ultima pagina un riflesso sfugga fuori dal libro.

 

Un’orgogliosa speranza metaletteraria, una scrittura che si propone come modello di lettura, che forse non riesce a liberarsi da oziosità simil-postmoderne perché, nonostante si affatichi a lungo nella ricerca, non trova una giustificazione concreta fuori di sé.

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