La vera emergency

di Alessandro Bampa.

Vista la positiva conclusione della vicenda che ha coinvolto tre operatori italiani di Emergency in Afghanistan, è giunto il momento di fare un po’ di chiarezza su quanto avvenuto, mettendo in ordine cronologico i fatti.
Marco Gratti, Matteo Dell’Aria e Matteo Pagani sono stati arrestati il 10 aprile scorso dalle forze di sicurezza afghane. Ufficialmente, senza alcun motivo: durante il periodo di detenzione nessun atto ufficiale ha mai spiegato perché i tre italiani siano stati tratti in arresto. L’accusa di aver partecipato ad un complotto per eliminare il governatore della provincia di Helmand infatti è stata sostenuta solo dall’agenzia Associated Press, mentre solo il portavoce della provincia ha detto che i tre operatori «potrebbero essere coinvolti nel favoreggiamento» di attacchi kamikaze. Emergency da subito aveva sospettato che l’arresto fosse un’azione coordinata tra servizi segreti afghani e Nato, cosa immediatamente smentita dalla forza militare occidentale nonostante le immagini che mostravano militari afghani e del contingente alleato vicini alle casse contenenti armi ritrovate nell’ospedale di Emergency, per Gino Strada vera e propria «montatura».

Per giorni non si è saputo nulla dei tre arrestati: nessuno è stato in grado di dire dove fossero detenuti né, soprattutto, in cosa consistesse l’accusa ufficiale. Tuttavia il giorno successivo all’arresto il Times è addirittura arrivato a dire che gli italiani avevano confessato, provocando le pacate reazioni di alcuni politici italiani. Lo stesso giorno Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl al Senato, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Sul caso Emergency-Afghanistan il governo italiano deve intervenire, ma per le ragioni opposte a quelle citate da certi personaggi. Già in occasione di altre vicende emersero opinabili posizioni e contatti di questa organizzazione. Ora, che ci fossero armi in luoghi gestiti da questa gente, si è visto chiaramente su tutte le televisioni. Il nostro governo deve tutelare la reputazione dell’Italia che impegna le proprie Forze armate in Afghanistan e in altre parti del mondo a tutela della pace e della libertà minacciate dal terrorismo. Chi dovesse vigilare poco, e siamo generosi a limitarci a questo, crea un gravissimo danno. Ci riferiamo ad Emergency. L’Italia non può essere danneggiata da queste situazioni. La nostra linea è chiara. Quella di altri no».

Anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa il 12 aprile ha voluto esprimere con forza la sua opinione al riguardo: «Strada dovrebbe evitare di accusare il governo afghano, di gridare al complotto della Nato e di tirare dentro il governo italiano che non è stato informato di questa operazione. Sarebbe più saggio se, in attesa di sapere come sono andate le cose perché non ha conoscenza del caso specifico, prendesse intanto le distanza dai suoi collaboratori. Può sempre succedere di avere accanto, inconsapevolmente, degli infiltrati. Nel passato è accaduto tante volte. È successo al Pci con le Br e al Msi con i Nar».

Nella stessa giornata si registrano la dichiarazione del portavoce di Emergency, Maso Notarianni, che ha parlato apertamente di «sequestro» («I tempi di un fermo legale sono scaduti. Ancora non è stata formalizzata alcuna accusa. Ecco perché più che di detenzione si può parlare di sequestro. A questo punto mi sembra lecito esigere la liberazione del nostro personale e chiediamo che il governo si attivi in questo senso») e la pronta risposta di Frattini: le parole di Notarianni «hanno il sapore di una polemica politica. Sono frasi che non aiutano innanzitutto i nostri connazionali. Se cominciamo a parlare di sequestro trasformiamo in una vicenda politica quella che è una investigazione alle prime battute, che vogliamo seguire garantendo i pieni diritti dei nostri connazionali».

Martedì 13 Frattini scrive al presidente afghano Karzai, chiedendo «un’accelerazione delle indagini». Mercoledì tocca alla missiva di Berlusconi – che vuole dagli afghani «risposte urgenti e concrete» – e ancora a Frattini, che annuncia la possibile liberazione del più giovane dei tre. Il 15 tutto risulta ancora molto nebuloso: nessuna imputazione certa (si dice che in Afghanistan si può essere lasciati in prigione per quindici giorni prima di sapere il perché), nessuna notizia sulle condizioni di salute dei tre italiani, nessuna certezza nemmeno sul luogo di detenzione, anche se alla fine si viene a sapere che i tre sono stati trasferiti a Kabul.

Con l’arrivo della fine settimana ci si avvia verso la conclusione della vicenda: venerdì 16 l’inviato della Farnesina Massimo Iannucci e l’ambasciatore italiano in Afghanistan Claudio Glaentzer incontrano finalmente i tre, rassicurando tutti sulle loro condizioni di salute; sabato 17, mentre Emergency dà vita ad una manifestazione di piazza a Roma, Karzai risponde ai solleciti italiani: «L’inchiesta attualmente in corso sulle accuse di coinvolgimento di lavoratori locali e stranieri dell’ospedale di Emergency in tentati attacchi terroristi sarà chiara e trasparente»; domenica 18 i tre vengono liberati.

Il comunicato del servizio d’intelligence afghano che accompagna la loro liberazione definisce i tre operatori Emergency come «non colpevoli». Non sappiamo ancora di cosa. Di questa vicenda infatti l’unica cosa chiara è solo questa: tre cittadini italiani impegnati come volontari in uno scenario di guerra sono stati prelevati e condotti in diversi carceri afghani senza che ufficialmente fossero accusati di alcunché, per essere rilasciati dopo otto giorni in quanto «non colpevoli». Al di là di tutti i possibili pensieri di carattere politico (prendete il titolo de Il Giornale di martedì 13: «Terroristi, vittime o pirla»), è questa l’unica cosa che conta, l’unica vera emergency sulla quale riflettere.

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