Marsilio e dintorni

Un’intervista a proposito di letterature ed editoria a Cesare De Michelis, Presidente della casa editrice Marsilio, a cura di Tommaso De Beni.

 

La prima domanda è sulla strutturazione interna: quali sono i ruoli all’interno di una casa editrice?
Sono fondamentalmente tre: il primo e meno specialistico è quello dei servizi amministrativi e generali che assomiglia a quello di ogni azienda e naturalmente, anche nel caso nostro, una casa editrice ha tutti i problemi che hanno le altre aziende. Un secondo aspetto del lavoro editoriale è quello commerciale, che nel caso della casa editrice è un po’ diverso da qualsiasi altra attività commerciale, perché la casa editrice si occupa di una quantità di prodotti sconfinata. Il catalogo di una casa editrice rispetto al catalogo di qualsiasi altra impresa è molto più vasto, a parte forse i calzolai. Una casa editrice anche di medie dimensioni ha migliaia di titoli e quindi è un lavoro che riparte sempre da capo, non c’è neanche serialità, se non in qualche caso eccezionale.

Aspetto commerciale vuol dire ufficio stampa, comunicazione, pubblicità, tutti quegli strumenti a disposizione per la promozione della lettura, ciò comporta l’apporto dei librai, dei distributori, eccetera. Il terzo aspetto è quello editoriale, che normalmente è quello che affascina di più sulla carta e che è fatto di un momento di ricerca o selezione; poi c’è la confezione dei libri, che in larga parte viene demandata all’esterno (tipografi, fotografi, redattori, son quasi tutti esterni) e in parte è fatta in casa. C’è un aspetto più tecnico di programmazione e di controllo e un aspetto più editoriale che riguarda la scelta dei testi da pubblicare, anche se uno pensa sempre di essere lui a scegliere e invece quasi sempre è lui che viene scelto. È evidente che se arrivasse un libro di un autore già famoso uno non sta lì tanto a pensare e lo pubblica, il problema è che nella montagna di proposte anonime o con poca visibilità che giungono alla casa editrice, bisogna un po’ scuriosare. C’è la definizione di un campo di interesse, di una linea editoriale (anche se il concetto è tutt’altro facile da definire) per cui uno dice: io faccio più romanzi di genere, o meno romanzi di genere, oppure faccio poesie, o saggistica, qualcosa bisogna definire, tutto non si può fare.

E nella Marsilio c’è una preferenza, una, chiamiamola così, linea editoriale?
La Marsilio è una casa editrice abbastanza grossa, quindi ci sono molte preferenze; c’è una storia, c’è un catalogo di parecchie migliaia di titoli costruito in molti decenni, ci sono gli autori della casa editrice, c’è un rapporto di fiducia con alcuni di loro, per cui diciamo che una parte non irrilevante del catalogo è lo sviluppo di un lavoro già fatto. Una linea però sicuramente c’è, solo lo staff  della direzione editoriale della casa editrice è composto da quattro persone; d’altra parte ogni giorno stampiamo un libro quindi facciamo un lavoro complicato, quasi come un quotidiano, e naturalmente abbiamo dei consulenti, dei responsabili, dei lettori. Da tutti questi avamposti arrivano le proposte che poi vengono esaminate, discusse. In qualche caso discusse molto poco perché c’è poco da discutere: bisogna farle; in altri casi invece discusse molto di più perché sono o più rischiose o meno immediatamente convincenti per tutti.

Per esempio, per i manoscritti inediti, qual è l’iter?
I manoscritti inediti sono talmente tanti che l’iter è inevitabilmente casuale, cioè arrivano tre o quattro manoscritti al giorno, quindi è impensabile leggerli tutti, non ha nemmeno senso. Se per caso li trovassimo tutti belli dovremmo comunque rinunciare a pubblicarne almeno il 90%, di più anche, quasi il 97%, quindi c’è una selezione che viene fatta per una parte non con un esame approfondito, ma con una prima impressione (lunghezza, argomento, prima pagina) che si ricava dal manoscritto; anche in base ad elementi esterni (la lettera d’accompagnamento) che danno un’idea del libro e di chi l’ha fatto. Una parte consistente dei manoscritti, che però non supera secondo me il 20-25% viene letta effettivamente, si tratta comunque di 400 manoscritti. Di questi 400 ne stampiamo 4 o 5. Naturalmente c’è una seconda filiera composta dagli autori della casa editrice o che hanno accrediti di varia natura (uno sponsor di cui uno si fida particolarmente, gli agenti letterari).

Gli autori della casa editrice li conosci, li vedi in faccia, a volte il loro ultimo libro è andato male però li conosci, poi ci sono gli esordienti di cui ho già parlato, poi ci sono quelli che hanno già pubblicato con altre case editrici e che quindi in teoria sappiamo già chi sono.

Nel momento in cui si decide di pubblicare il manoscritto di un esordiente, chi lo segue?
Quelli della direzione editoriale discutono con lui, lo aiutano a rimetterci le mani, discutono il titolo, la veste, il momento dell’uscita, gli argomenti per presentarlo. Nel caso di un esordiente le potenzialità del testo le conosce solo l’autore, in un primo momento, lui sa tutto e noi non sappiamo niente: chi è, che cosa fa, da dove viene, quanti amici ha, quanti lettori potenziali avrà appena uscito il libro. Il primo giro dei lettori, anche se la gente è convinta di no, è sempre costituito da persone che conoscono l’autore: compagni di scuola, parenti, amanti, amici, compagni di gioco e non si può che lavorare su quelli.

Ho sempre sentito dire: se vuoi essere letto scrivi di gente che conosci…
Questo mi sembra superfluo, qualche volta rischi solo di farti un nemico. Non c’è dubbio che essere conosciuti e avere relazioni forti semplifichi la vita, se conosci 250 persone che comprano nel giro di due giorni cominci bene, e in teoria tutti le abbiamo conosciute 250 persone nel corso di una vita, tra scuola, università, lavoro, “amorazzi” eccetera, il problema è capire quanto sono solidi questi rapporti che hai; non c’è dubbio che la notorietà dell’autore aumenta la visibilità nei confronti del testo, se non conosco l’autore perché devo leggere il libro? A meno che qualcuno che si è già esposto al rischio di leggere un autore sconosciuto non me lo consigli, e poi magari a me il libro piace e lo consiglio ad un’altra persona e via così. Se io invece conosco già l’autore rischio di meno perché leggere un libro è sempre un modo per conoscere meglio il suo autore e magari vedere se assomiglia all’idea che tu già avevi di lui. Se il libro piace subito e ogni persona che conosci lo consiglia ad un’altra che conosce puoi anche arrivare a numeri interessanti attraverso il cosiddetto “passaparola”.

Una domanda forse un po’ ingenua: ha un consiglio per chi volesse entrare a lavorare in una casa editrice?
Un consiglio che io do in genere è quello di andare a lavorare nei service, strutture molto meno rigide, molto più artigianali in cui instauri forme di collaborazione all’inizio un po’ precarie, ma che  consentono di metterti alla prova. La casa editrice ovviamente assume, qualche volta, ma come fa una casa editrice a scegliere? Se nei service, che lavorano per le case editrici, c’è uno particolarmente sveglio, particolarmente bravo e capace può farsi notare. Un altro modo è fare degli stage, delle scuole di perfezionamento, dei master (Bologna e Milano), sono tutti modi per la casa editrice di andare sul sicuro qualora avesse bisogno.

Passando ad una riflessione più generale sulla letteratura attuale e sui generi, il racconto, come genere letterario che si oppone al romanzo, non sembra avere molto mercato al giorno d’oggi. Per esempio per un esordiente, anche se inizia scrivendo racconti o poesie, è più facile pubblicare come opera prima un romanzo.
Non c’è dubbio. Poi bisogna sempre fare tutte le eccezioni del mondo, ma non c’è dubbio che è più facile spiegare al pubblico un romanzo che una raccolta di racconti, la quale, per il suo carattere antologico, ha una personalità più ambigua e frammentata rispetto al romanzo, difficile che ci siano dieci racconti tutti bellissimi, ce ne sarà sempre uno più bello dell’altro. Se un autore ha già una sua identità, può anche essere che i racconti vendano benissimo. Ci sono anche autori che sono diventati famosi scrivendo solo racconti,  bisogna anche vedere di che tipo di racconti si tratta, più compatti, meno compatti, pensati tutti assieme oppure raccolti e scritti in epoche e per ragioni diverse, più il libro è antologico e più difficile è spiegarlo al pubblico.

Sicuramente il romanzo ha un suo modello di marketing più facile da gestire che un libro di racconti.
Carver ha venduto milioni di copie, Calvino ha scritto valanghe di racconti, quindi non c’è una regola, c’è solo un orientamento generale che dice che è più facile vendere romanzi piuttosto che racconti.

Cosa ne pensa del fatto che il romanzo sia sopravvissuto all’età moderna?
Non è che il romanzo sia sopravvissuto. La modernità ha per molti aspetti “fatto fuori” il romanzo e lo ha trasformato in un bene di consumo. Il romanzo come genere di consumo è una cosa un po’ diversa dall’idea di romanzo che aveva il romanticismo o il realismo ottocentesco. Da un lato il romanzo nel Novecento è diventato l’antiromanzo, con tutti i difetti di ogni antiromanzo: intellettualistico, elitario, difficile da capire per un pubblico vasto. Dall’altra parte già all’inizio del Novecento il romanzo era diventato genere di consumo (Guido da Verona, per esempio); i romanzi di consumo sono anche prodotti divertenti, di intrattenimento, con modesta sostanza, a volte vengono rivalutati,  pensiamo a quello che sta succedendo con Simenon. In ogni caso non si tratta di un giudizio estetico, semplicemente i romanzi di consumo si avvantaggiano del genere per interessare un maggior numero di lettori. Invece il romanzo come strumento di conoscenza e interpretazione del mondo, questo ormai fa fatica ad esserci, anche perché mancano o sono molto poco chiari gli strumenti di rappresentazione del mondo a cui possiamo appellarci in questa fase storica. Da questo punto di vista ci arrangiamo come possiamo. Non è semplice avere le idee chiare su questo argomento.

È cambiata la funzione del romanzo, oggi?
Dal ‘700 in poi il romanzo è anche un genere d’intrattenimento, nella tradizione anglosassone più che in quella neolatina. Ha stravinto il modello anglosassone. Il romanzo d’intrattenimento sul mercato ha assunto un peso sempre maggiore, tra Joyce e Le Carré ha stravinto Le Carré, non c’è dubbio. Il romanzo d’avanguardia di Joyce è morto con il Novecento, ha subito una sorta di autoconsumo interno. Oggi è meno facile che esistano delle novità, non è che uno non le vuole leggere, se ci sono le leggeremo tutti volentieri, però non è così scontato.

Cosa ne pensa dei cosiddetti soft-sellers? Penso per esempio ad un libro come Gomorra o ai vari libri a metà tra il saggio e il romanzo che hanno avuto molto successo in questi ultimi anni.
Ormai anche i generi, nella complicata organizzazione del nostro sapere, così come le materie non hanno più dei confini rigidi, sono giunti ad una sorta di deriva dei continenti conoscitivi che dà poi vita alla cosiddetta interdisciplinarietà. L’alternativa a questo è senza ombra di dubbio un meccanismo di mescolamento dei contenuti che sembra essere un elemento migliorativo e non peggiorativo. Io di Gomorra non sono un grande fautore, in quanto penso che sia un bellissimo libro per alcuni aspetti, ma corre il rischio, come tutta la docu-fiction, di essere preso come una fotografia della realtà. Se uno immagina che la realtà sia come la descrive Gomorra, ne viene fuori uno stravolgimento. Se noi leggiamo un romanzo immaginando che sia più reale della realtà finisce che viviamo in un mondo totalmente immaginario. Se uno lo leggesse, come sarebbe giusto, come una provocazione, un ‘ipotesi narrativa, sarebbe meglio; basta che non partiamo da lì per affrontare il tema della camorra, un romanzo è un romanzo, non ha nulla di affidabile dal punto di vista dell’esattezza dei contenuti. Io credo che su questo il gioco degli equivoci, che poi è diventato evidente per il fatto che l’elemento catalizzatore dell’attenzione del pubblico su Gomorra è nello scambiare l’autore per il principale nemico della camorra, dia un’idea di come  realtà e immaginazione si scambino i ruoli e questo mi lascia poco convinto che sia un grande passo avanti verso qualcosa. Se noi combattiamo una mafia immaginaria, quella vera non la sconfiggeremo mai.

Questo tipo di libro può aver preso posto del cosiddetto “romanzo d’autore”?
Quello di Saviano è un romanzo d’autore, Saviano ha un tipo di scrittura molto affascinante, ma una cosa è il romanzo d’autore, altra cosa è la testimonianza di verità. Prendiamo il caso di Primo Levi, quando si racconta la verità perfino del vissuto attraverso la scrittura, si deve sempre tener conto che la scrittura non è uno strumento di verità, è uno strumento di interpretazione della verità e spesso, in quanto strumento di interpretazione, diventa uno strumento in qualche modo di mistificazione della verità, non si riesce mai a fotografare il mondo, la fotografia è sempre una parte della realtà e naturalmente è già un’interpretazione e in quanto tale mette in primo piano delle cose e ne lascia in secondo piano delle altre. Primo Levi sostiene che alla fine prevale l’effetto dell’insufficiente verità della testimonianza. Questo è un problema molto complicato che riguarda il percorso che la letteratura può fare come documentazione, ma non è detto che le parole siano uno strumento di documentazione. Questo spazio che intercorre tra l’evento e la parola sull’evento è secondo me molto ampio ed è il punto in cui si scatenano i percorsi della scrittura, che possono essere  volti a far finta di non esserci e a suggerire una sorta di identificazione tra l’evento e la scrittura dell’evento oppure a esaltare la distanza e nell’esaltare la distanza fornire gli strumenti per leggere più compiutamente la differenza. È come  fare l’amore con una ragazza o  scriverle una lettera dopo aver fatto l’amore: è un’altra cosa, nessuno discute quale sia la migliore, non lo so, ma sono due cose diverse. Se uno confonde la lettera con il far l’amore rischia di perdere il contatto con la realtà. Gomorra è un’ottima lettera, non so se le cose siano andate proprio come scrive Saviano, ma di sicuro Gomorra non è la lotta alla camorra.

Per esempio uno non pensa di combattere la mafia leggendo Sciascia…
Sciascia però era uno che diceva: “Non sopporto i professionisti dell’antimafia”, Sciascia sulla natura letteraria della propria scrittura non ha mai avuto dubbi.

Gomorra è un esempio di un certo tipo di libri che sembrano avere molto mercato al giorno d’oggi.
Se uno riesce a finire sulla prima pagina dei giornali per giorni e giorni il mercato nasce spontaneamente, ma non per il libro, perché  trasformi  l’autore del libro in un personaggio noto. I libri che hanno sicuramente mercato e che riesci a tenere in libreria per mesi sono quelli dei personaggi famosi, per esempio della televisione. Saviano non era famoso prima di Gomorra, per cui si è cercato di diffondere il messaggio che in Gomorra ci fosse più realtà che nella vita reale.


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