Noi sciocchi “salvatori” di Sakineh, pericolosi sognatori di un Iran moderno

di Alberto Bullado.

 

Noi occidentali siamo sempre i soliti Superman instupiditi dalla nostra stessa boria. Sakineh reclama aiuto. E noi girotondi, petizioni, manifestazioni. Un gran bailamme mediatico su giornali, internet, tv. Ma Sakineh è ancora lì, schiava di un destino demente e soprattutto in balia della nostra ingenuità, ma che di gran lunga preferirei chiamare ignoranza.

Prendete un mappamondo. La pena di morte per lapidazione è prevista, oltre che in Iran, anche in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Nigeria, Pakistan, Sudan, Yemen, Indonesia, Afghanistan, Somalia. Ora prendete una manciata di buon senso, mescolate con un po’ d’acqua e bevete d’un fiato. Dopodichè interrogatevi perché ogni tanto i media e l’opinione pubblica, così come la politica, concentrano l’attenzione a proposito di certi temi sensibili a corrente alternata e solo a riguardo di certe realtà. Giusto a ferragosto, assolato per i più fortunati e saturo di calcio mercato e appartamenti a Monte Carlo per tutti coloro che hanno l’abitudine di leggere i giornali, in Afghanistan, dove ora vige, grazie alle nostre bombe, pace, amore e libertà, oltre che la democrazia, una coppia è stata giustiziata a sassate. Il giorno dopo una ragazzina, la cui unica colpa è stata quella di essere rimasta incinta, per poco non subisce lo stesso trattamento. Ma è del 2008 il caso forse più eclatante di lapidazione moderna. Somalia. Una ragazzina di 13 anni, anch’essa rimasta incinta in seguito ad uno stupro, viene uccisa a sassate nello stadio di Chisimaio al cospetto di 1000 spettatori. Per la coppia e per la ragazza dell’Afghanistan così come per la giovane somala nessuna manifestazione, nessuna petizione, nessun girotondo. Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana che rischia la lapidazione per adulterio e, secondo alcuni, per concorso nell’omicidio del marito, ha avuto più fortuna. Perché?

Se non siete in grado di rispondere a questa domanda probabilmente non capirete nemmeno il senso controverso di questo articolo. E probabilmente sapete anche molto poco a proposito di politica internazionale, Medio Oriente ed Iran. Eccola l’ignoranza che dicevo poc’anzi, coadiuvata da una superficialità intellettuale, quella proverbiale della nostra opinione pubblica, responsabile di cementare la nostra attenzione in una serie di conformismi e preoccupanti automatismi culturali. Gli stessi ai quali aderiamo, come in questo caso, quando qualcuno più in alto di noi decide che questo è il momento opportuno per accendere le giostre della nostra idiozia, azionando quel circo mediatico che di tanto in tanto sappiamo mettere in moto con oliata maestà.

Sakineh, se non si fosse ancora capito, ha avuto più fortuna di tutte le altre vittime perché donna iraniana e perché assunta a simbolo di progressismo liberale contro la barbarie e l’inciviltà dell’ennesimo stato canaglia inserito nella lista nera dell’Occidente. Lo stesso Occidente alfiere di pace, amore, libertà e democrazia. Tutti valori buoni per giustificare una guerra preventiva. Ecco quindi giustificato il bersaglio emotivo da dare in pasto all’ondata emotiva. Un lasciapassare intimamente subdolo pronto a giustificare quel sostrato culturale fatto di suprematismo identitario e morale paventato da qualsiasi forma di imperialismo, culturale o militare che sia, di buona o cattiva fede. E tutte le altre vittime morte lapidate, frustate, impiccate in giro per il mondo? Chissenefrega. Qui, se non si fosse ancora capito, è in gioco molto di più che una semplice vita umana, a seconda del contesto, sacrificabile o meno.

Ora ve lo posso dire. A proposito del caso Sakineh, sono assolutamente persuaso di due cose. La prima. Anche se i capi d’accusa fossero dieci volte più gravi, la donna iraniana non dovrebbe meritare la pena di morte, né tanto meno per lapidazione. La seconda. Noi Occidente dobbiamo imparare a farci i cazzi nostri. Affermazione cinica e dolorosa, me ne rendo conto, anche se altrettanto doverosa. Perché in questi casi non possiamo fare niente, se non usando le maniere forti. E quindi autenticando con i fatti un’arrogante ingerenza che fa appunto riferimento ad un vizio oscuro tutto occidentale e cioè quel bisogno cronico, instillato nel dna di ciascuno di noi, di imporre la nostra cultura a realtà diverse dalla nostra.

Per un attimo vorrei fingermi interventista. Guardandomi in giro rimarrei allibito. Dico, le avete sentite le dichiarazioni di solidarietà da parte dei nostri governanti? Manfrine flautate e lacrimevoli. E l’intervento del Vaticano? Tiepido, banale, insapore, come sempre avviene in questi casi. Del resto la condanna contro qualsiasi pena di morte da parte del Soglio di Pietro – il Papa preferisce persino evitare di fare il nome di Sakineh, tale è la priorità di non sollevare venti di crociata o sentimenti di guerra santa rispetto all’urgenza della cronaca – è ferma ed irrevocabile da tempo. Quindi che altro aggiungere se non alimentando questo nostro balletto retorico tutto autoreferenziale di altra melassa? Sakineh rischia da un momento all’altro una morte brutale dopo aver subito torture fisiche e psicologiche comprese le arcinote 99 frustate e noi siamo ancora qui a saltellare davanti alle telecamere? Della serie, meno male che alla mozione collettiva partecipano anche Totti e Carla Bruni.

Questo era solo per rendere l’idea della portata ridicola dei mezzi impiegati per una simile battaglia, incentrata più sull’autocelebrazione e sulla solidarietà virtuale e mediatica che altro. A meno che, mentre scrivo, non ci siano delle brigate occidentali di belle anime partite per una crociata verso Teheran. A voi risulta qualcosa di questo genere?

Ma lasciatemi argomentare a proposito di temi più seri. L’Iran è il tipico esempio di un paese nel quale si scontrano valori tradizionali, se vogliamo anche retrogradi e disumani, e valori occidentali, più progressisti. Vi sono fette di popolazione che rivendicano istanze democratiche, diritti e libertà, ma ve ne sono altrettante, se non maggiori, che difendono la teocrazia. Naturalmente la nostra percezione dello scontro è filtrata non solo dal nostro animo fisiologicamente propenso alle forze più moderne del paese, ma anche dal ritratto sicuramente mediato dagli organi d’informazione di massa gestiti dai networks occidentali.

Oltretutto in Iran non vengono solamente giustiziate le donne adultere, ma anche gay e dissidenti politici in modalità altrettanto barbare. L’intero sistema giuridico è inoltre imperniato su logiche che nulla hanno a che vedere con i criteri di giustizia occidentale. Senza contare che tutto ciò viene legittimato da un clima culturale ed intellettuale che non intende retrocedere di un centimetro. Ma non dimentichiamoci del potere politico, anch’esso votato all’autoconservazione, che se sollecitato, ha saputo rispondere alle sacche di resistenza con una repressione violenta, degna di una qualsiasi dittatura. Per questi motivi dovremo allora auspicare ad un intervento dell’Occidente? Io dico di no.

L’Occidente e l’opinione pubblica hanno tutto il diritto di augurarsi una modernizzazione dell’Iran. Tutt’altra cosa è l’organizzare un colpo di stato volto ad estirparne la leadership politica (a prescindere della legittimità e della credibilità della stessa). Che si tratti di un intervento militare o di un embargo o di un’intromissione diplomatica stiamo ugualmente parlando di un’ingerenza illegittimanegli affari interni di un paese straniero sovrano. È vero che in questo modo faremo il bene e il volere di una parte del popolo iraniano che reclama la rivoluzione, ma ciò significherebbe allo stesso modo infrangere una serie di diritti contenuti nei nostri ordinamenti e che noi stessi consideriamo inalienabili (e se la Cina un giorno si svegliasse credendo di essere nel giusto e ci invadesse?).

In Iran esiste sicuramente una fascia di popolazione, per lo più ricca, borghese ed inurbata, che si identifica negli ideali occidentali – la stessa che formò la base del potere dello scià assieme all’appoggio americano – ma sfortunatamente per gli esportatori della democrazia esiste anche una buona parte del paese che esprime tutt’altri valori. Le cronache ci narrano di dieci milioni di persone che attendevano l’arrivo in aeroporto di Khomeini. Per non parlare delle folle oceaniche che tuttora accompagnano le sfilate di Ahmadinejad e le manifestazioni in suo favore. Aneddoti che ci spiegano come esista un Iran che le televisioni non ci mostrano. Un Iran contadino, povero, senza nessuna voce in capitolo in ambito internazionale che di certo si identifica maggiormente sui principi teocratici piuttosto che su quelli occidentali. Nello scontro tra tradizione e modernità vedremo quali valori prevarranno. Nel frattempo mi auguro che il nostro ruolo si mantenga quello del semplice spettatore che oltre ad essere quello ontologicamente più genuino è nella pratica anche quello più consigliabile.

Basti pensare all’Iraq attuale, che tuttora si giova della libertà, della pace e della democrazia che abbiamo esportato senza torcere un solo capello. Ma la storia ci narra anche dell’altro. Ricordate? Quando l’Occidente si oppose alla vittoria degli iraniani nella guerra contro gli iracheni che li avevano aggrediti riuscì solamente ad allungare la lunghezza del conflitto di altri 3 anni, causando 1 milione di morti in più. Senza contare che in questo modo quella buonanima di Saddam Hussein poté fuggire con il suo bel bottino di armi che gli consentirono di rafforzare in patria la propria leadership, esempio cristallino di democrazia e libertà, oltre che invadere il Kuwait.

Ergo: meglio starsene a casa, perché quando l’Occidente si muove combina solo guai. E l’elenco sarebbe molto più lungo delle due acche qui esposte. Inoltre c’è da interrogarsi sulla sincerità delle motivazioni che accompagnerebbero un eventuale intervento in favore di un Iran più libero e moderno. Perché molti indizi ci consiglierebbero che la “liberazione” dell’Iran non si completerebbe di certo a titolo gratuito. Anzi, senza alcuna garanzia di carattere economico, politico o diplomatico si potrebbe certamente dire che non partirebbe nemmeno una jeep in direzione per Teheran.

Anche la storia d’Italia in questo caso ci soccorre. Siamo stati liberati dal fascismo grazie all’intervento delle forze alleate. Questo evento ci ha sicuramente accompagnato in un futuro migliore, ma che dire dei decenni passati sotto l’influenza atlantica, le intromissioni in politica interna ed estera, l’ingerenza dei servizi segreti americani, i complotti, il terrorismo, la P2, i tentativi di colpi di stato, la schiavitù commerciale, le basi militari sul territorio, il fideismo diplomatico, la spianata di campo al berlusconismo e molto altro ancora? Immaginate cosa potremmo mai farne noi dell’Iran. Sicuramente un qualcosa di simile all’Afghanistan, altro paradiso passato sotto il rullo compressore della nostra cavalcata. Noi del colonialismo all’“Arrivano i nostri!”, paladini immacolati di ideali universali ritenuti tali solo da noi stessi e che come un’usurata puttana sviliamo di fronte a qualsiasi calcolo politico, militare ed economico. Noi, talmente ubriachi della nostra retorica da credere persino alle nostre stesse menzogne, mentre danziamo in forsennati balli di San Vito per la libertà.

Ora lasciate che mi svesti della finzione narrativa dell’interventista diplomatico. E lasciatemi dire ciò che veramente penso di tutta questa faccenda. Io credo che l’autodeterminazione dei popoli sia un valore di gran lunga superiore e più genuino dell’ingerenza di una forza straniera nei confronti di un’altra nazione, anche se in buona fede o per un nobile ideale. L’Iran, se sarà destino o se lo vorrà, riuscirà a lasciarsi alle spalle le proprie atrocità e le proprie barbarie altrimenti è giusto, anche se moralmente poco accettabile dal nostro punto di vista, che continui ad amministrare le proprie regole come meglio crede, per quanto ci possano apparire aberranti. Del resto, tornando all’argomento principale, stiamo pur sempre parlando di una donna, di salvare una sola vita umana e non di rovesciare un intero ordine costituito. E allora perché la popolazione iraniana non riesce a sbrigarsela da sola? Perché Sakineh e suo figlio sono drammaticamente costretti a chiedere aiuto a noi pericolosi occidentali anziché ai propri concittadini? Un’elemosina umanamente pietosa anche agli occhi di chi come il sottoscritto ce la mette tutta nell’ostentare una distaccata freddezza, tutta occidentale, mentre il cuore pretenderebbe dell’altro.

E cosa sono tutti questi appelli dilatati dai media se non una propaganda che fa leva sull’ingenuità e sulla sensibilità di un’opinione pubblica fatta di pongo? Non ci vuole un genio della comunicazione per rendersi conto di come all’informazione serva indifferentemente una Sakineh viva e vegeta grazie al soccorso dei valori della cultura occidentale oppure morta al fine di sollevare altra indignazione verso quell’altro mondo simboleggiato dall’Iran. Al di là dell’evidente idiozia di certe manifestazioni credo sia opportuno alimentare un dibattito intellettuale appropriato ed approfondito circa tematiche di questo calibro, ma allo stesso modo mi guarderei bene le spalle dalla massiccia speculazione culturale in atto in questi giorni.

Sakineh e suo figlio facciano quindi appello agli iraniani piuttosto che a noi occidentali, satolli di retorica, autocelebrazione e superficialità (noi occidentali nello stesso tempo assetati dei proventi che ci potrebbero arrivare da un Iran occidentalizzato). Poiché il nostro è un mondo che risponde ad una cultura bifronte e contraddittoria: da una parte esibiamo un buonismo acefalo e di etichetta quando non in buona fede, dall’altra ostentiamo segretamente il comportamento bavoso di un qualsiasi altro predatore che soccorre la preda in cerca di aiuto. Se la donna avrà salva la vita, come tutti quanti ci auguriamo, allora spero che ciò avvenga grazie all’intervento del suo popolo, perché questo non solo significherebbe riportare una grande vittoria civile, ma si tratterebbe soprattutto di una conquista esclusivamente iraniana. L’unica vittoria netta e legittima. Quindi, se di tifo dobbiamo parlare, io auspico decisamente ad un risultato di questo genere.

P.S. Mentre scrivo Ebrahim Hamidi, 18 anni, rischia la lapidazione perché omosessuale, sempre in Iran. Migliaia di chilometri più in là, Teresa Lewis, americana, è stata condannata a morte per gli stessi reati imputati a Sakineh. Il 23 settembre dovrebbe essere la data dell’esecuzione. Per loro nessuna petizione, girotondi, appelli politici. Un’ulteriore conferma di come le contestazioni mediatiche collettive contro la pena di morte non siano altro che un fenomeno del tutto strumentalizzato e strumentalizzabile.

Quest’articolo è stato scritto senza tener deliberatamente conto della patina misteriosa che sembra aleggiare in tutta la vicenda legata alla misteriosa Sakineh. Una storia che sembra seguire il copione di un giallo hollywoodiano. Dall’identità del figlio a quella dell’avvocato, così come la validità delle notizie che ci pervengono dall’Iran, un paese ora totalmente censorio, ora inaspettatamente permeabile di indiscrezioni e retroscena: tutto sembra provenire da fonti non del tutto attendibili. Una soap opera tragicomica che non è oggettivamente possibile esporre rispettando i minimi requisiti di deontologia giornalistica.

Ma non è finita qui. I capi d’accusa mossi nei confronti di Sakineh non sono ancora del tutto chiari. Si parla di adulterio, ma anche di concorso in omicidio (secondo alcuni disumano e brutale perpetrato dall’amante di Sakineh, del quale non si sa quasi nulla). A differenza della stampa Italiana, in Iran non vengono pubblicati i particolari morbosi dei delitti efferati. Malek Ejdar Sharifi, un giudice che si è occupato del particolare caso giudiziario, ha quindi dichiarato: «Non possiamo rendere noti i dettagli dei crimini di Sakineh, per considerazioni di ordine morale ed umano. Se il modo in cui suo marito è stato assassinato fosse reso pubblico, la brutalità e la follia di questa donna verrebbero messe a nudo di fronte all’opinione pubblica. Il suo contributo all’omicidio è stato così crudele ed agghiacciante che molti criminologi ritengono che sarebbe stato molto meglio se lei si fosse limitata a decapitare il marito». Naturalmente non possiamo fidarci nemmeno di queste ricostruzioni sommarie, alle quali si aggiungono nuovi particolari. Sembrerebbe che, preclusa la possibilità di perseguire la donna per omicidio, a causa del perdono dei figli, i giudici abbiano deciso di giocare la discutibile carta dell’accusa di adulterio. Scelta indubbiamente deprecabile sul piano procedurale: infatti il processo sarebbe in fase di revisione.

Inoltre, da fonti iraniane, pare che l’eventuale condanna a morte non possa venir eseguita per lapidazione, una pratica barbara a quanto pare deprecata anche dal Governo, che sopravvive soltanto in pochissime zone rurali della Repubblica Islamica, ma che è in via di sradicamento (alcune fonti dichiarano che il veto contro la lapidazione sia in auge almeno da luglio, secondo altri addirittura da anni). Per di più la responsabilità della condanna di Sakineh parrebbe non dipendere direttamente dall’Iran. Chi avrebbe giudicato e condannato Sakineh non sarebbe stato il Governo Iraniano o qualche fanatico ajatollah, né tanto meno il regime di Ahmadinejad, ma un Tribunale locale nella regione autonoma di Tabriz.

Tutte queste indiscrezioni sono state estrapolate da Los Angeles Times, World, July 12, 2010 – 8:52 am.

La pena di morte vige da poco anche in Europa dalla firma del Trattato di Lisbona. Secondo coloro che hanno potuto esaminare il documento, lungo 27.000 pagine, il trattato, una sorta di nuova Costituzione Europea mascherata dietro un compendio labirintico di varie legislazioni, legittima l’esecuzione capitale per punire individui che si ritengono una minaccia per l’integrità politica dell’Europa e della democrazia.

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Comments
5 Responses to “Noi sciocchi “salvatori” di Sakineh, pericolosi sognatori di un Iran moderno”
  1. Andrea Cesare ha detto:

    Sono profondamente d’accordo sul fatto che debbano essere gli iraniani ad occuparsi di quanto sta accadendo (o di quanto non sia già ormai accaduto). Che Sakineh faccia appello a loro piuttosto che a noi, visto che in realtà di concreto non possiamo e non vogliamo fare nulla.
    Volevo appunto informarmi meglio su questo argomento, visto che nei quotidiani non riesco a credere pienamente a quello che vi è scritto.

    Certe culture e certe religioni al giorno d’oggi non possono essere cambiate.

    “Se una persona delira si chiama pazzia.
    Se molte persone delirano si chiama religione.”

    • conaltrimezzipd ha detto:

      ConAltriMezzi si trasferisce su http://www.conaltrimezzi.com/
      Dopo un breve periodo di transizione rimarrà in linea solamente il nostro nuovo sito come unico indirizzo web ufficialmente legato e gestito dalla redazione di ConAltriMezzi, mentre questo vecchio blog verrà eliminato. Si chiude un capitolo per aprirne immediatamente un altro. Cogliamo inoltre l’occasione per dire che ConAltriMezzi ha in serbo altri progetti per il nuovo anno: nuove uscite, nuove iniziative, nuove collaborazioni. A cominciare dalla nostra nuova casa. Perciò continuate a seguirci su CONALTRIMEZZI.COM, iscrivetevi alla newsletter e supportateci attraverso la nostra pagina di Facebook.
      Follow us! Alla prossima.

  2. tommaso ha detto:

    adesso viene fuori addirittura che sakineh non è mai stata condannata a morte.
    è chiaro che c’è una forte volontà di influenzare l’opinione pubblica, in modo che la gente consideri Ahmadinejad (che sicuramente non è un santo) il male assoluto, anche in previsione di una eventuale guerra analoga a quella in Iraq contro Saddam. Lo so benissimo che Obama non è il tipo da guerre, non è Bush, ma neanche Kennedy voleva la guerra in Vietnam.

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  1. […] dell’«esportazione della democrazia» (sulla quale si è già espresso il collega Alberto Bullado parlando di Sakineh), già nota in passato come «guerra». Quella guerra che – come noi – […]

  2. […] ne siete così sicuri? Non è la prima volta che ne parlo. Per Conaltrimezzi ho già scritto un articolo, ma personalmente è già il mio terzo intervento inerente al caso Sakineh. Direte, perché […]



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