Le “sparate” di Andreotti, Cossiga e Scajola

di Tommaso De Beni.

Personaggi protagonisti per molti anni, nel bene e nel male, delle vicende politiche e sociali del nostro Paese. Personaggi che poi, raggiunta una veneranda età vengono accantonati, magari conferendogli cariche pubbliche apparentemente importanti, o titoli onorifici, come Presidente emerito o Senatore a vita, ma che non rinunciano a dire la loro. È il caso di Francesco Cossiga e Giulio Andreotti, due totem della vecchia Dc; due personalità molto diverse: al primo piaceva suscitare scalpore politico ed essere al centro di polemiche e discussioni e non disdegnò mai, fino alla fine, di dire la sua sulla politica italiana e sulla società, cercando e sperando di influenzarle secondo le sue direttive; una delle sue ultime “sparate” riguardava la necessità di massacrare gli studenti e le maestre che manifestavano contro i tagli alla Scuola Pubblica. Andreotti invece è sempre stato più defilato, meno attratto dalle luci della ribalta, meno propenso a critiche rumorose o battute pungenti, almeno negli ultimi anni. Almeno fin quando non è stato riesumato da un giornalista di Rai tre che stava preparando, per il programma La grande storia, una puntata speciale su Giorgio Ambrosoli e sulle vicende che portarono alla sua uccisione. «Giorgio Ambrosoli era uno che se le andava a cercare» dichiara Andreotti nell’intervista, parole infauste e inquietanti che ricordano quelle del due volte ministro e due volte dimissionario Claudio Scajola, che ebbe a dire, sul professore Marco Biagi:«Era un rompiscatole» scatenando un giusto putiferio giacché Biagi era da poco stato ucciso dalle “nuove” Brigate Rosse.
Scajola è molto più giovane e meno scafato di Andreotti e Cossiga, che possono permettersi (almeno a giudicare dalle tiepide reazioni dei media) vista l’età e la lunga carriera, certe “sparate”
Purtroppo certe altre sparate, senza virgolette, fanno molto più male delle polemiche, le vere sparate, senza virgolette, uccidono. Ne sa qualcosa il mai troppo compianto e troppo poco ricordato avvocato Giorgio Ambrosoli, incaricato a fine anni ’70 di commissariare la liquidazione della banca d’Italia, ucciso a colpi d’arma da fuoco davanti a casa sua da un killer italo americano pagato e mandato da Michele Sindona; nell’ultima telefonata di minacce, tra l’altro, il killer fa il nome di Andreotti, che, come tutti sappiamo, è uscito “pulito” da altre vicende giudiziarie e comunque, in ogni caso, stiamo parlando di fatti di trent’anni fa, la distanza temporale trasforma i coinvolti in semplici testimoni. Sia ben chiara una cosa: Giorgio Ambrosoli non è un eroe solo perché l’hanno ammazzato, ha fatto cose normali, che in uno stato di non normalità sembrano eroiche, ed ha pagato con la vita. La morte non crea meriti e nemmeno cancella le responsabilità. Andreotti, che ha sempre dichiarato di non aver niente a che vedere con la mafia, quando dice, sostanzialmente, che Ambrosoli avrebbe dovuto farsi i fatti suoi, non fa altro che l’apologia dell’omertà mafiosa.

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Comments
One Response to “Le “sparate” di Andreotti, Cossiga e Scajola”
  1. tommaso ha detto:

    è un vero peccato che tra i giornalisti solo Raitre o Antonello Piroso si ricordino di Ambrosoli, e tra le persone comuni quasi nessuno.

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