Inception: 9 ½?

di Alberto Bullado.

Se mi chiedono quale sia il mio film preferito o comunque quello che ritengo per una qualche ragione il migliore non sono tipo che esita, che tituba e si nasconde dietro la posizione di comodo del: «non saprei, uno solo? Troppo difficile». La mia risposta è secca, istintiva. «8 ½» dico. Innanzitutto perché è un film italiano. Non tanto un atto arbitrario d’amor di patria, ma un omaggio a quella che è stata, in fin dei conti, una delle più grandi cinematografie della storia. Poi viene da pensare agli anni ’60 – 8 ½ è del ’63 – periodo nel quale, per quanto riguarda il cinema e non solo, non s’è mai vista, a mio parere, così tanta grazia di Dio. E poi arrivi a Fellini, che di certo non ha bisogno di giustificazioni, ed al suo film (sempre a parer mio) più bello, o meglio, più grande. Per l’appunto 8 ½.

So che un ragionamento di questo genere può apparire stupido o troppo sistematico, tuttavia sono osservazioni che si polverizzano dinnanzi alla potenza raggiunta da questo lungometraggio. Che non è solo uno dei punti più alti, forse inarrivabile, della Settima Arte, ma che è la presa visione e l’impeccabile realizzazione di un atto artistico autoriale immenso, anche nella propria totale autoreferenzialità. Mi spiego: 8 ½ è Cinema. Un film alla seconda, perché cinema dentro il cinema, o forse addirittura alla terza, perché cinema dentro il cinema che parla di cinema. Poi certo, la componente autobiografica, la riflessione sull’ispirazione artistica (e quindi anche esistenziale) e la relativa interlocuzione psicanalitica: le letture possibili sono molte. Ma il gioco di scatole cinesi, la focalizzazione verso l’interno, che forse è uno dei motivi più concreti di una presa visione di sé, delle proprie capacità e della propria espressione, sono tutte tracce di una piena maturazione artistica. Un approdo nel quale l’artista non solo chiude il cerchio attorno a se stesso ma compie una quadratura che comprende il suo mondo. Che può essere solamente il proprio ma che può anche trovare delle corrispondenze, più o meno consapevoli, con il nostro. Da qui è misurabile, quindi, la grandezza di un artista. Che si quantifica non solo nella capacità di “parlare” (di sé), ma anche di “narrare” (agli altri).

Io credo che Inception sia l’8 ½ di Christopher Nolan. Lo so a cosa state pensando. Christopher Nolan non è Fellini e Inception non può essere paragonato a 8 ½. Si capisce che la mia vuole essere una comparazione sottoposta a tutte le dovute proporzioni del caso. Tuttavia, contestualizzando, non è secondo me azzardato sostenere che, con i tempi che corrono e guardando cosa gira nel mainstream cinematografico, Inception non sia solo l’8 ½ di Nolan ma pure del cinema contemporaneo. Cosa voglio dire? Che allora Fellini sfruttò al massimo le potenzialità del linguaggio cinematografico e della propria ispirazione artistica e che Nolan, allo stesso modo, è riuscito a sfornare il meglio che si può ambire in questo cinema portando avanti il proprio linguaggio capace di non snaturarsi anche davanti al grande pubblico. E poi, beh, il gioco di rimandi tra 8 ½ e Inception può giustificare una marea di qualsiasi altre illazioni dalle quali forse è possibile ricavare qualcosa di buono.

Nolan ha alle spalle un buon numero di film alcuni dei quali di spicco. Sto parlando di impatto con il grande pubblico, demiurgo del cinema odierno (una volta era più facile essere grandi conquistandosi una nicchia di specializzati: non c’erano le grandi distribuzioni di adesso). Ha quindi completato un apprendistato lungo e soddisfacente. Come Fellini, Nolan è giunto alla piena maturazione sfornando un gran bel film. Di Caprio non è di certo Mastroianni ma è fuor di dubbio un attore di una certa caratura, in questo caso credibilissimo nei panni di un protagonista all’inseguimento di se stesso: proprio come il Guido Anselmi felliniano. Altra analogia, forse la più pregnante e, cinematograficamente parlando, significativa, è l’uso della focalizzazione interna, svolta mediante una complicazione narrativa fatta di scatole cinesi. In 8 ½ c’è il film dentro il film. In Inception il sogno dentro il sogno. Fellini parlava del cinema come di cifra interpretativa dell’uomo visto nella propria dimensione artistica, esistenziale, psicologica e anche spirituale. Nolan invece si serve del sogno e del subconscio per parlare dell’uomo, il suo rapportarsi con la realtà, e delle sue chimere. Abbiamo quindi a confronto due mondi diversi ma lo stesso oggetto d’indagine: l’Io. Lo svolgimento è diverso ma l’approccio è analogo. Fellini lo fa in un modo, Nolan in un altro pur strizzando l’occhio al passato e sviluppando il tema attraverso una personalissima vena cinematografica, che è molto diversa da quella felliniana, anche se similmente sofisticata, cinefila, sottile e sotterranea. Il livello di astrazione è anche in questo caso molto alto, così come la padronanza nel creare mondi diversi e diversamente “sognanti” è assoluta. Un burattinare giusto e corretto, malgrado l’interlocuzione e l’avvitamento narrativi siano scelte rischiosissime. E lo sanno molti cineasti che prima di loro hanno fallito nell’impresa. Si tratta di camminare sul filo del rasoio alla stregua di equilibristi con un elefante sulla groppa. Entrambi, Fellini e Nolan, vincono la scommessa. E riescono nell’intento di sfornare uno un capolavoro assoluto, sublime, l’altro un prodotto perfetto, coerente e credibile su più livelli. E non è poco.

Nolan, di suo, ci mette una sceneggiatura densa (si parla di 80 pagine in 10 anni di lavorazione: rendo sufficientemente l’idea?) ma che non penalizza l’action, quella tensione che lo spettatore somatizza di pancia e di testa dall’inizio alla fine, malgrado i necessari ghirigori didascalici che riempiono le scene di stallo. Rispetto a Fellini, Nolan aumenta il ritmo, perché è il cinema contemporaneo ad aver schiacciato l’acceleratore rispetto al passato, eppure, come avviene nei grandi film, nulla viene lasciato al caso o perso per strada. Inception fila dritto senza rinunciare alla stratificazione, fino all’enigmatico finale, opportunamente opinabile, al quale si giunge con il fiatone, il batticuore e persino la pelle d’oca. Come dire: malgrado la tanta carne al fuoco l’incantesimo del cinema ha funzionato.

E quindi perché non dare a Nolan ciò che è di Nolan? Lo ripeto: il paragone è iperbolico, c’è da prenderlo con le pinze. Sicuramente Nolan non è il Fellini contemporaneo. Di autori più grandi di lui se ne possono nominare tranquillamente una manciata. Tuttavia si tratta di un grande regista contemporaneo, con una propria statura e che reputo tra i più autorevoli attualmente in circolazione. Del resto Nolan ha pubblico e stampa di settore dalla sua. La critica, quando non lo osanna, lo segnala positivamente, ed il botteghino, quando non lo glorifica, lo premia sempre e comunque. E questo, al giorno d’oggi, è già tanto se non il massimo. Quindi, a voler essere pragmatici, se non proprio terra terra, possiamo pure sbilanciarci. E dire per esempio che per 8 ½ ed Inception è possibile prevedere un medesimo destino in fatto di riconoscimenti: 8 ½ meritò 5 nomination all’Oscar e ne vinse 2, Inception, anche se è troppo presto per dirlo, odora già di statuette. Successo è un successo, facile immaginarlo come prossimo pluripremiato o quantomeno pellicola investita del titolo morale di “film dell’anno”. Per adesso le cose stanno andando bene. Ed è giusto che sia così.

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Comments
2 Responses to “Inception: 9 ½?”
  1. tommaso ha detto:

    L’ultima cosa che mi sarebbe venuta in mente era di paragonare Inception a 8 e mezzo, però devo dire che hai dato un senso logico al paragone che probabilmente lusingherebbe lo stesso Nolan visto che in un’intervista ha proprio parlato del suo film come di una riflessione sul cinema.
    Per il resto c’è un oppinabile che forse ha una “p” di troppo e poi c’è forse troppa idolatria per Fellini che secondo me è un grande, ma non il più grande. Nolan lo paragonerei piuttosto a Hitchcock sia per motivi geografici sia per la sperimentazione; tra Hitchcock e Fellini dire chi sia il più grande non è poi così scontato.

    • conaltrimezzipd ha detto:

      Il paragone è nato dall’impressione che ho avuto guardando Inception e cioè quella di avere di fronte un film che sfrutta tutta la potenzialità che il cinema mette a disposizione. Come Nolan nel 2010, così fece, secondo me, Fellini nel ’63, rischiando entrambi una sceneggiatura densa e complessa che contemplava scelte narrative sovversive come la continua dialettica tra realtà e sogno, più il gioco “a scatole cinesi”.
      Il primato di cui parlo nell’articolo è di 8 1/2 non di Fellini, che è stato un grande anche se impossbile da ritenere a colpo sicuro il migliore, forse perché c’è anche da dire che qualsiasi classifica in questo senso lascia il tempo che trova.

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