LEIELUI Andrea De carlo

di Alessandro Macciò.

Per apprezzare Leielui, bisogna partire da una constatazione imprescindibile: ogni libro di Andrea De Carlo recupera modelli e temi dai precedenti, assemblandoli però con nuove combinazioni e producendo dunque soluzioni sempre inedite. Il ricorso di prototipi maschili, di argomenti quali il viaggio e la fatalità e di altre scelte stilistico-narrative rendono l’opera di De Carlo un unico grande discorso, dal quale si distinguono poche eccezioni (penso soprattutto a Mare delle verità, in cui l’autore – pur senza perdere una voce autentica – s’è cimentato in un investigativo alla Ken Follet, ricalcando dunque un genere assai diffuso). Dopo Guido (Due di due) e Durante (protagonista del romanzo omonimo), De Carlo mette in scena un altro personaggio (Daniel Deserti) che risponde a un identikit ben preciso: maschio, adulto, irascibile, anarchico, odia la tecnologia, l’ipocrisia imperante e ha un fascino magnetico sulle donne. Come in Giro di vento, anche in questo caso l’incontro con “lei” (Clare Moletto) avviene a causa di un incidente d’auto: l’imprevisto casuale, dunque, è sempre il motore dell’azione, ciò che consente ai personaggi di incontrarsi e ciò contro cui lotteranno per non separarsi, in una suprema affermazione di volontà e desiderio. La storia si svolge prevalentemente a Milano (ma i protagonisti compiono delle sortite anche in Liguria, Provenza e Canada) e descrive il progressivo, sofferto avvicinamento tra i due protagonisti (che narrano in prima persona, un capitolo a testa). Il romanzo procede attraverso ampie descrizioni di vicende quotidiane, analessi che fanno luce sul passato dei personaggi e brevi omissioni su dettagli marginali. Il linguaggio esprime con efficacia il disincanto dei personaggi, e De Carlo dosa con sapienza i cambi di registro: iterazioni, polisindeti e lunghe frasi prive di punteggiatura compaiono solo nei momenti di maggior intensità emotiva, e occupano una porzione limitata del testo. In questa narrazione tutto sommato lineare, ci sono anche un’ampia parentesi (pp. 367-94) in cui lei e lui ragionano d’amore (e tra l’altro i loro punti di vista, solitamente individuali, si unificano per la prima volta: stanno «zitti e fermi», sono «troppo tesi», hanno «troppi pensieri che li attraversano» ecc.), e un capitolo (pp. 506-14) in cui equivoci, scoperte e sparizioni si concentrano improvvisamente, dando il via alla frenetica ricerca finale. Insomma, De Carlo fa scoprire al lettore che un rapporto d’amore può essere adrenalinico e sconvolgente anche più di un thriller; inoltre, nonostante la storia abbia un finale compiuto, rimangono alcune zone d’ombra (ad esempio, i figli di Daniel “scompaiono” a metà libro senza che se ne sappia più nulla).

Il romanzo è giocato su (almeno) due opposizioni. La prima: quasi sempre, lui «pensa», lei «si chiede». Questo uso dei verbi non sembra affatto involontario: De Carlo ha infatti una proprietà di linguaggio straordinaria, capace di descrivere (o meglio, penetrare) tanto un dettaglio fisico quanto una riflessione esistenziale dalle angolazioni più disparate; ogni vocabolo che impiega ha un suo peso specifico, tanto da affermare (per bocca di Daniel) che «le parole non sono mai innocenti, anche quando fanno finta di esserlo» (p. 293). Dunque, Daniel «pensa» perché ha una personalità forte, è determinato, è spinto da un’inesauribile sete di conoscenza; Clare «si chiede» perché è debole, insicura, desiderosa di essere scoperta più che di scoprire, in preda a continue oscillazioni e spinte contrastanti (descritte con precisione quasi infinitesimale). La seconda opposizione è quella fra Stefano (il ragazzo a cui inizialmente Clare sta assieme) e Daniel, e i rispettivi nuclei sociali di provenienza. Stefano fa l’avvocato, è diligente, educato, metodico: in altre parole, un tipico esemplare della Milano-bene. Sottoposto all’autorità della madre, che gli ha impartito la più classica delle educazioni medio-borghesi, Stefano è incapace di slanci ideali, frequenta i riti e i ritrovi della mondanità meneghina ed è costantemente alla ricerca di approvazione sociale.

Daniel invece è uno scrittore apolide, vittima di una crisi di ispirazione, il che tra l’altro fornisce lo spunto per numerose riflessioni di stampo metaletterario: in un capitolo, Daniel incontra e stronca Pino Noce, un personaggio televisivo prestato alla scrittura (allusione a Fabio Volo?); in un altro, è protagonista di una conferenza assieme ad altri due scrittori, e critica in maniera caustica tanto il pubblico quanto gli addetti ai lavori del mondo letterario. Stefano e Daniel, insomma, sono agli antipodi: la loro opposizione innesca l’autoanalisi di Clare e suscita la sua aspirazione alla libertà, ma sembra un po’ troppo schematica, per un autore (come De Carlo) che teorizza la costante compresenza di bianco e nero in ogni persona e in ogni evento. L’antitesi Daniel-Stefano rischia dunque di essere l’unico punto debole di un libro altrimenti ben costruito, in cui De Carlo riesce a trasporre con sorprendente lucidità le convulse dinamiche sentimentali di due innamorati contemporanei.

Andrea De  Carlo, Leielui, Milano, Bompiani, 2010.

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