Se sei Saviano ti tirano le pietre. I sanpietrini di Piazza del Popolo

di Alberto Bullado.

 

Dobbiamo arrenderci. Ogni cosa che dice o che fa Saviano comporta una slavina di polemiche. Alle volte meritate, altre meno. Questo in virtù di quello che dice, tutt’altro che oro colato, o di quello che rappresenta (o che gli è stato cucito addosso?). Riassumo l’antefatto per chi non sapesse di cosa sto parlando.
14 dicembre. Giorno del voto di fiducia e giornata di protesta. Roma subisce l’ennesimo sacco. La mobilitazione l’ennesimo scacco. Credo che le immagini al telegiornale le abbiano viste tutti.
16 dicembre. Saviano scrive una lettera su Repubblica rivolta ai manifestanti nella quale stigmatizza i comportamenti dei soliti ignoti, secondo lo scrittore poche centinaia di irriducibili stronzi responsabili di sputtanare gli sforzi e la rabbia, legittima, di molti. Un intervento a dire il vero che pecca di una retorica scontata ma che a molti basta, poiché i commenti adoranti dei soliti fan non tardano a venire. Ma non sono i soli.

Questa volta, per ovvie ragioni, le critiche non provengono da destra. Saviano, che non è un uomo di sinistra, rimproverando i malcostumi della mobilitazione romana, fa il gioco dell’establishment, che però, al contrario dello scrittore, cavalca anche troppo, com’era prevedibile che fosse, il Cavallo di Troia dei manifestanti “abbestia”: contestatore=violento. Assimilando antagonismo politico e civile con una pratica di odio gratuito, non solo verbale, tg nazionali e quotidiani hanno per giorni cementato l’assioma poi digerito da una massa che anziché solidarizzare ha isolato, biasimato, o semplicemente ignorato il movimento (il quale invece avrebbe dovuto meritare tutt’altra considerazione). In questo clima Saviano scrive la sua lettera, con quello stile moderato, banalotto e retorichetto che ora come ora, sprovvisti di qualsiasi altro materiale per giudicare (lo “scrittore” non ha più pubblicato alcun libro), lo contraddistingue. A caldo vien da dire: pessima scelta dei tempi (e forse anche del luogo: Repubblica, un quotidiano che comincia a stare stretto ai “duri e puri”). Ma questa critica ne andrebbero aggiunte delle altre. Tuttavia a me ne interessa una in particolare proveniente da una sinistra (?), quella più irriducibile ed extraparlamentare, che chissà perché si sente toccata dal tiepidissimo e morbidissimo j’accuse, la quale preferisce fiocinare Saviano al cuore della propria argomentazione: è sbagliato criticare la violenza. O per lo meno quella espressa il 14 dicembre scorso.

Ora preferisco scoprire le carte in tavola così che il lettore possa togliersi qualsiasi dubbio. A chi scrive è indigesto il Saviano martire, il Saviano eroe, il Saviano telepredicatore di Vieni via con me, così come l’afflato intellettuale che sta dietro, dentro ed attorno a quel sempre più nutrito popolo antagonista ascrivibile non esattamente ad un fronte di mobilitazione civile onesto, autonomo e motivato quanto più ad un gigantesco fan club di anime pie. Tuttavia sono anche solidale con il Saviano uomo o scrittore e cioè un essere umano libero di fare e dire quello che vuole senza per questo meritarsi la vita di merda che fa (certo, ultimamente qualche soldino in tasca in questi ultimi anni l’avrà messo da parte, ma non facciamo gli stronzi: chi vorrebbe barattare la propria normale esistenza con una vita priva di affetti e privacy?). È  per questo motivo che, in questo caso, preferisco stare dalla parte di Saviano.

E questo per due motivi molto semplici. Primo: Saviano ha ragione. Volendo anche smarcarsi dalla morale moderata o borghese, la lotta violenta o intransigente più volte, in molte occasioni diverse, per non dire sempre, negli anni, che sono tanti, ha fallito. Si tratta quindi di un vicolo cieco[1]. Di un muro dove continuiamo a sbattere la testa. Secondo: chi attacca Saviano rilancia la partecipazione e la genuinità di una rabbia che necessita di erompere in una qualche maniera e così facendo ignora il danno che produce in termini di efficacia della contestazione. Nel rilanciare un’ideale di lotta dura, radicale, intransigente, che sappia farsi valere in “qualsiasi modo” si scade in una ritrita retorica del nulla capace solo di dare il “la” allo scempio e quindi all’ennesima cilecca civile.

Stupisce poi lo stupore di molti sbarbatelli annichiliti di fronte a questo sentimento vagamente “police friendly” di Saviano. Ma per quale motivo lo scrittore dovrebbe invece sposare il piglio pepato della più facinorosa frangia del movimento (quella che non si imbarazza nel rivendicare la paternità di motti ancora molto in voga come il celebre “A.C.A.B”, per chi non masticasse lo stradaiolo: All Cops Are Bastards)? Non dimentichiamoci che Saviano è un legalitarista e quindi per forza di cose simpatizza con le forze dell’ordine. Inoltre vogliamo forse ignorare i suoi passati elogi al Ministro Maroni? Probabilmente i giovani detrattori di Saviano non leggono i giornali (nemmeno su internet). E pretendono di fare la controinformazione senza essere informati. Ma i peccati di gioventù sono poca cosa, venialità. Quello che inquieta un poco di più sono le retoriche imbastite da chi di primavere nel groppone ne ha più.

Ed è il caso di Valerio Evangelisti, scrittore e intellettuale di un certo pedigree cromatico, il quale si è espresso in una replica a Saviano, su Infoaut.org,  addirittura più ambigua e detestabile. Nell’intervento Evangelisti prima di tutto smentisce le stime numeriche: non è vero che gli “imbecilli” si contavano nell’ordine di qualche centinaio, ma erano molti di più. Una moltitudine di persone (la maggioranza?) che va sommata a quelle che hanno partecipato alle agitazioni verificatesi in altre città d’Europa (quindi?). Lo scrittore bolognese, che per la cronaca sono in molti (io tra quelli) ad aver apprezzato come scrittore di romanzi di fantastoria e fantascienza (genere che domina e nel quale può dire quello che vuole), tenta di irridere Saviano con uno strategico autogol: «episodi del tutto analoghi a Parigi, ad Atene, a Londra e un po’ in tutta Europa. “Autonomi” e “black bloc” anche laggiù?». Rispondo io: embè, perché no? I black bloc mica sono solo in Italia, sono nati in Germania e la loro predisposizione è quella di agire appunto in un’ottica niente affatto locale ma internazionale (la loro è una rete organizzata, compaiono puntualmente come funghi in ogni manifestazione civile di una certa pregnanza politica). Tuttavia la domanda, che non è una domanda, posta da Evangelisti sottende un pericoloso sostrato intellettuale che tende a comprendere e legittimare una serie di fenomeni dettati da una rabbia che a questo punto, a prescindere dai danni, d’immagine e non, va lasciata sfogare come può o come vuole in quanto giusta, perché “unanime” o almeno “maggioritaria”. Infatti è lo stesso Evangelisti che dice:

«Ciò porterà, dice Saviano, a una limitazione degli spazi di libertà. Non considera che la libertà era già stata circoscritta, con cordoni tesi a proteggere i palazzi del potere da chi quel potere contesta. I dimostranti avevano annunciato che non si sarebbero lasciati imporre alcuna “zona rossa”. Così è stato, nel preciso momento in cui si veniva a sapere che un governo discreditato aveva ottenuto la fiducia per pochi voti».

Quindi dato che i “dimostranti” avevano deciso di oltrepassare la zona rossa, gli stessi andavano lasciati in pace o magari scortati fino alla Camera: per poi fare cosa? Concludere che? Ma questo Evangelisti non ce lo può o non ce lo vuole dire… Invece rincara:

«La reazione è stata di rabbia. Come poteva non esserlo? Solo chi vive fuori dal mondo potrebbe attribuirla all’azione di “cinquanta o cento” imbecilli innamorati della violenza».

Perfetto e allora via al walzer del “ferro e fuoco” beandoci dell’ennesima lapide posta sopra all’ennesimo tentativo di protesta civile e condivisa di questo paese. Se è questo ciò che il “popolo”, secondo Evangelisti, vuole…

Lo scrittore bolognese, ma non è il solo (ho preso lui come esempio), anziché prendere le distanze da certi fenomeni stigmatizzandoli per quello che sono, ovvero dei buchi nell’acqua, non con anatemi ipocriti fini a se stessi – vedi retorica del Governo e dei suoi pifferai – ma con pacati o fraterni consigli, come quello di Saviano, miope quanto vogliamo ma comunque legittimo, manifesta una scomoda e direi anche pericolosa erezione ideologica. Come se sassate, sprangate e molotov ringalluzzissero in qualche modo dei pruriti tenuti assopiti per molto tempo. Da qui l’esigenza di fare di tutta l’erba un fascio: abbiamo a che vedere con la violenza di un’intera nazione, l’espressione di una collettività (ergo: una furia da lasciare a briglie sciolte), e non di una minoranza di cani sciolti, che si ribella: sia fatta la volontà della lotta di classe. Ma Evangelisti non sa, o forse ignora, che in questo caso si tratta invece della lotta di una generazione e non di una determinata categoria sociale politicizzata, la quale non vorrebbe più avere nulla a che spartire con certe realtà fallimentari di un passato che non le appartiene. E se così non fosse, se invece fossi io a sbagliarmi, allora quella generazione, la mia, merita davvero il peggio, non esattamente la ritorsione violenta e brutale di macellai in divisa ma l’indifferenza della popolazione ed il cimitero della Storia.

Veniamo così a scoprire che, come in ogni estremismo ideologico, o forse più genericamente, deriva umana ed intellettuale che si rispetti, troviamo la fastidiosa, ingombrante ed appiccicosa presenza di un fazioso negazionismo. Un’ipocrisia così evidente e macroscopica che basterebbe semplicemente indicarla con un dito per smascherarla. Parlo naturalmente della leggerezza con la quale giovani e vecchi “libertari” passano sopra gli episodi di violenza verificatesi a Roma attraverso una retorica, anche piuttosto ridicola, intrisa di un giustificazionismo smentito dalla lampante e solare verità dei fatti ripresi dalle telecamere. Le camionette incendiate («ma sono degli sbirri»: certo e di tutti i contribuenti che pagano le tasse), le vetrine spaccate (sbirri anche i proprietari dei negozi?), le macchine rovesciate (tutti elettori di Berlusconi?): inezie. Può passare la retorica del “Kossiga Docet”, quel legittimo anche se alle volte sfuggente sospetto di avere a che fare non già con dei membri a pieno titolo dei movimenti di protesta quanto più con degli infiltrati (della polizia?) addestrati nella guerriglia al fine di screditare le ragioni della protesta. Cosa assolutamente da non escludere anche se più ragionevolmente c’è da pensare di avere a che fare con guastafeste provenienti da ogni buco di culo del mondo che non vedono l’ora di sgambettare per le strade di una città rivoltata come un calzino, in questo caso una capitale europea, e quindi sempre e comunque dei frustrati esterni alla mobilitazione ed estranei alle ragioni della protesta, ripeto, legittima. Non può invece passare inosservata l’apologia, quella no, nemmeno se felpata. Quella che dice e non dice, ma che ugualmente strizza l’occhio a certi respiri ideologici e soprattutto a certi metodi di lotta, a maggior ragione se questi discorsi vengono pronunciati da personaggi o grancasse mediatiche che sono frutti spiccati dai rami di determinati alberi genealogici.

Ora non vorrei passare per quello che non sono, ovvero un fiancheggiatore del Governo. Se dico quel che ho detto è perché trovo molto più dannoso un sentimento affine a quello espresso da Evangelisti e aficionados che quello morbido e “imborghesito” di Saviano (che morbido e “imborghesito” lo è sempre stato). Anche se ci terrei a precisare che in tutto questo sgradevole bailamme di opinioni, commenti ed insulti a molti è sfuggita forse l’esternazione più importante, improbabile ed insospettabile pronunciata in questi giorni. E cioè le dichiarazioni di un certo Antonio Manganelli (nomen omen?), Capo della Polizia di Stato, che ha denunciato unuso della polizia che non può sostituirsi all’azione di governo di fronte ai problemi sociali (gli sbirri cominciano ad avere la consapevolezza di essere usati come paracarri da gente pericolosa). Una critica che proviene da un pulpito a mio avviso inedito e che comincia ad avvertire ed esternare un comprensibile disagio. Eppure sarebbe da partire anche da questa piccola breccia per ribaltare uno status quo ammorbante. Magari proponendo l’improponibile – perché non pensare all’antagonismo come una forma di anticonformismo? – che polverizzerebbe anche quell’odiosa opposizione “contestatori-poliziotti” che sa tanto da guerra civile imbecille. Perché non manifestare un’inedita e vicendevole solidarietà di due fronti che in realtà non sono opposti? In fin dei conti gli “sbirri” sono pur sempre cittadini di questo paese alla deriva ed i giovani e gli studenti, scesi in piazza per riprendersi il proprio futuro, i loro figli.

P.S: a dover di cronaca Saviano ha poi risposto ad alcune repliche che gli sono arrivate da studenti e cittadini: qui.
Altre voci, da Travaglio a Melissa P., che si sono espresse a proposito del tema qui e qui.


[1] Dopotutto Vendola ha detto le stesse identiche cose, ma solo con un piglio linguistico più gradevole alle orecchie degli stessi che plaudono il leader di Sinistra e Libertà e magari, nello stesso tempo, criticano o insultano Saviano.

 

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Comments
6 Responses to “Se sei Saviano ti tirano le pietre. I sanpietrini di Piazza del Popolo”
  1. winterdust ha detto:

    il passaggio a mio parere più agghiacciante della lettera di Evangelisti è il finale, quello in cui si accusa Saviano di essere plagiato dalla scorta con cui passa le sue giornate. Una semplificazione imbarazzante, un sillogismo da barzelletta: i poliziotti sono cattivi, gli agenti di scorta sono poliziotti, gli agenti di scorta sono cattivi.
    Saviano ha perso in un colpo solo un rispetto costruito a costo della propria libertà presso una certa sinistra. Significa che evidentemente questo rispetto tributatogli era solo strumentale
    Ho visto centinaia di persone emozionate di fronte a Vieni via con me. Le stesse che ora ribattono alla sua lettera con argomentazioni degne di Belpietro. Mi riferisco per esempio a questa imbarazzante risposta http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2010/12/16/lettera-a-roberto-saviano/ in cui si insiste sulla faccenda della copyright (è rilevante?) sul fatto che Saviano lo stanno usando (però quando denuncia collusioni fra Ndrangheta e Lega andava bene che lo usassero vero?) fino ad arrivare che è comodo parlare dalla sua posizione.
    Comodo?
    Provateci voi

  2. tommaso ha detto:

    Io vedo il lato positivo di tutto ciò: fermento, sia in piazza, sia sui giornali, con tanto di “intellettuali” che dibattono e si rispondono, non dico che siamo tornati agli anni ’60-’70 (e meno male, direbbe qualcuno), ma almeno le coscienze si stanno risvegliando, o almeno così pare…

  3. winterdust ha detto:

    purtroppo il dibattito, a destra come a sinistra, è figlio dell’irritante e superficiale modo di fare figlio di 20 anni di Berlusconismo

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  1. […] l’ennesima operazione di marketing e poco altro. Detto questo va detto che il sottoscritto ha difeso e criticato Saviano a seconda dei casi. Per esempio trovo ingiustificato un certo accanimento nei […]

  2. […] ritirato la sua firma[1] e che ora subisce tutto il risentimento di quella certa gauche anche per altre questioni di cui abbiamo già parlato. In questo caso, come si è potuto vedere, abbiamo a che fare con fior fior di artisti, […]

  3. […] ritirato la sua firma[1] e che ora subisce tutto il risentimento di quella certa gauche anche per altre questioni di cui abbiamo già parlato. In questo caso, come si è potuto vedere, abbiamo a che fare con fior fior di artisti, […]



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