Afghanistan. La guerra più infame della nostra storia (1/3)

di Alberto Bullado.

MINUTO DI SILENZIO E CALCIO D’INIZIO. Ci vuole una radiocronaca di un’iniqua partita di calcio infrasettimanale come quella di ieri sera per sapere che l’Italia è in guerra. Napoli-Sampdoria, Coppa Italia. Prima del minuto di silenzio dedicato al soldato italiano caduto in Afghanistan, l’alpino Luca Sanna, vengono inavvertitamente pronunciate parole scomode. Si parla distrattamente di una guerra nella quale siamo coinvolti. Noi paese di pace. Lapsus del radiocronista? No. La gaffe è quella degli italiani indifferenti alla propria ignoranza e dell’informazione che tace ostinatamente una verità tanto lampante quanto banale. E cioè che siamo un paese in guerra. E lo siamo da anni: 10. Ma di quale guerra stiamo parlando? Probabilmente della peggiore dal dopoguerra in poi, secondo alcuni tra le più infami, in termini logici, ideologici e strategici. In ogni caso stiamo sicuramente parlando della più duratura[1]. Ma i paladini della moralità, malgrado il morto eccellente, sono tutti impegnati a guardare tra le lenzuola di un settantenne.

Certo, non lesiniamo in fatto di lacrime da spendere sulla tomba del nostro ultimo caduto, ma ci dimentichiamo che non si tratta di un ragazzo morto in battaglia sul monte Grappa o sulle rive del Piave, ma in un paese lontano, l’Afghanistan, che in pochi conoscono e che poco o nulla ha a che fare con la nostra patria. Un ragazzo morto in un conflitto ridicolo e nello stesso tempo tragico che in questi anni sta passando alla storia come il più terribile dell’età contemporanea. Tutto questo nel pressoché totale silenzio della nostra intellighenzia. Il vuoto lasciato da chi dovrebbe levare la voce è colmato dalla politica, ahi noi, e dal silenzio confuso, addolorato ed imbarazzato della popolazione che come di consuetudine sembra chiedersi smarrita che cosa diavolo stia succedendo (accade puntualmente all’indomani della morte di ogni figlio della patria morto al fronte). Difatti com’è possibile morire in tempi di pace come se si fosse in guerra? Ci dev’essere qualcosa che non va.

Ma è il fischio dell’arbitro a riportarci ad una realtà fatta di chiasso e di becere distrazioni. Mentre altrove si combatte una guerra cruenta in nome di valori che fino all’altro ieri ci sono sembrati sacrosanti ma che di fronte ad un dubbio legittimo, avanzato dalla perdita di un connazionale, ci appaiono iniqui, evanescenti, persino disonesti. Perché proprio parlando di valori come coraggio, lealtà, eroismo, gli stessi a cui amano rifarsi i cantori della libertà, gli elettori italiani, i capoccia dell’esercito, gli intellettuali occidentali, i parlamentari di questo paese o molto più semplicemente gli esaltati guerrafondai, che questa guerra, come chi la combatte, ci appare vile, sporca, ributtante ed infame. Una verità così macroscopica, così evidente, che la si può intravedere, ma solo di sghimbescio e per sbaglio, nelle parole di un ingenuo commentatore come proemio di un’iniqua partita di calcio.

I MORTI. Occorre cominciare da qua, come dei volgari becchini. Vogliamo metterci a fare la conta? Sì e malvolentieri, perché si tratta di una pratica schifosa (i morti sono morti ovunque, non si pesano, né si guardano in faccia, né si valutano) anche se spesso si tratta di dell’unico modo per farci capire che cosa stiamo parlando. Le stime, come sempre, tendono ad essere poco precise ed opinabili (soprattutto se si riferiscono alle perdite afgane), ma servono unicamente a dare l’idea del conflitto. L’Italia, in tutto, ha perso 36 uomini. Gli americani 1461. Gli inglesi, quelli maggiormente impegnati nei corpo a corpo e meno nei bombardamenti, 349. Canadesi 153. Germania 46. Danimarca 40. Spagna 30 e via dicendo. Il totale, approssimativo, prendendo in esame i contingenti Occidentali è di circa 2300[2] . Sono numeri importanti. Stiamo parlando di uomini con affetti e famiglia, di esseri umani. Anche se per qualcuno queste cifre sono già abbastanza, anzi troppo, non è solo questo il motivo per il quale dobbiamo aborrire la guerra dell’Afghanistan.

Nel maggio dell’anno scorso una pattuglia italiana ha ucciso una bambina afgana di 12 anni e ferito 3 suoi famigliari che viaggiavano in una Toyota Corolla. È stato fatto fuoco perché non si era fermata all’alt, come accadde, si dice, per il nostro Calipari. In realtà non vi era alcun posto di blocco e la vettura viaggiava in senso contrario ai convogli blindati. I nostri comandi dicono di aver rispettato il protocollo: razzo d’avvertimento, colpi in aria, uno al motore, uno alla macchina. Le foto della vettura ritraggono una carcassa crivellata di proiettili e la testa della bambina quasi staccata dal resto del corpo.
Marco Bertolini, capo di Stato maggiore della missione Isaf, ha pronunciato realmente queste parole:

«Gli afgani sono abituati a questi incidenti, purtroppo. Qui le armi fanno parte del paesaggio. Un incidente provocato dalle armi è come da noi un incidente stradale».

Pochi giorni più tardi gli americani hanno raso al suolo due villaggi. I bombardamenti hanno fatto circa 150 morti, naturalmente per la maggior parte civili: donne, vecchi, bambini. Nel 2008, nel distretto di Shindand, quindi parliamo della provincia di Herat controllata dai nostri militari italiani, un raid notturno della Nato ha fatto fuori 76 persone delle quali 50 bambini e 19 donne. Nello stesso giorno gli inglesi prendevano d’assalto il villaggio di Shindand. Nel conflitto a fuoco veniva coinvolto un matrimonio. Numero dei morti imprecisato, una decina di feriti tra cui un neonato. All’inizio dell’estate stesso copione: 46 morti. Se andiamo a vedere bene, il bombardamento di matrimoni in Afghanistan dal 2001 ad oggi è diventato uno sport nazionale. Si capisce che si tratta di convivi dove non si può evitare di uccidere civili[3]. Bene, considerando quanto detto, è necessario riconoscere che nelle parole di Bertolini c’è effettivamente un fondo di verità. Ovvero la quotidianità di simili episodi, uno stillicidio atroce che ha reso l’Afghanistan, dall’inizio del conflitto ad oggi, un mattatoio.

Il totale delle vittime? Non si sa. Non vi sono conteggi ufficiali (gli eserciti occupanti non forniscono dati, inoltre misurano i morti altrui un tanto al chilo) e risulta impossibile avanzare delle stime plausibili in un paese così vasto, remoto e rurale come l’Afghanistan. Tuttavia, per gli amanti delle statistiche, è bene sapere questo e cioè che nel solo primo anno di conflitto le vittime civili, ripeto, le sole vittime civili, non possono essere state inferiori all’ordine delle migliaia (cifra minima 3000, cifra plausibile 5000)[4]. Sempre coloro che hanno a cuore i dati possono appunto “rincuorarsi” del fatto che in Iraq, conflitto per certi versi analogo all’Afghanistan nelle modalità di combattimento, anche se di minor durata (si tratta di una guerra scoppiata due anni più tardi), il numero delle vittime si aggira attorno alle 650 mila.

Cifre pornografiche che annichiliscono e che ridimensionano i nostri lutti nazionali, non già per un mero confronto matematico – l’ho già detto, non è questo il punto – ma perché restituiscono una realtà di fatto spietata: il ribaltamento dei ruoli, la vera natura di questa guerra, il come essa viene condotta e, tanto per cambiare, le motivazioni che hanno portato a questo scempio.
Dice: ma stai parlando ad una generazione che ha solamente vissuto tempi di pace e che non conosce la guerra. Sbagliato. Ci vorrebbe solo un briciolo di memoria per realizzare che per molto meno uomini come Karadzcic e Mladic sono stati condannati dal tribunale dell’Aja per crimini di guerra. Sarajevo e Sebrenica, a due passi da casa nostra, sconvolgevano l’opinione pubblica dell’altro ieri. Oggi siamo noi i macellai. Tutto qui? No. Occorre chiederci il perché di questo massacro.

CONTINUA…


[1] Gli Stati Uniti combattono in Afghanistan dal 2001, una guerra persino più lunga del Vietnam, dell’Iraq (ancora in corso) e, strano ma vero, della Seconda Guerra Mondiale, della Guerra di Secessione e della Rivoluzione Americana. La faccenda inizia ad essere pesante, se non per loro, almeno per noi, al loro fianco praticamente dal primo giorno.

[2] Una delle fonti più usate per i conteggi è la seguente: http://icasualties.org/OEF/ByYear.aspx

[3] Si tratta di “incidenti” rivendicati dal ministro dell’Interno afgano ed in seguito confermati dal presidente Karzai. Parlo quindi di notizie al di sopra di ogni sospetto e che non provengono da “strani pulpiti umanitari.”

[4] Il conteggio è stato effettuato prendendo in esame, nel 90% dei casi, le stime più basse riportate dai numerosi rapporti relativi ai singoli massacri e senza contare i morti correlati o per ferita in seguito ai bombardamenti. Le stime dei governi occidentali, rimbalzate anche da Wikipedia, che in questo caso non cita la fonte, si aggirano tra le 14.000 e le 34.000.

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Comments
4 Responses to “Afghanistan. La guerra più infame della nostra storia (1/3)”
  1. tommaso ha detto:

    Nell’articolo non nomini mai la parola terrorismo,che è la causa, o piuttosto la scusa, il pretesto, di questa come di altre guerre. E allo stesso tempo i governi occidentali difendono regimi come quello di Gheddafi o di Ben Ali, abbattutto da una sommossa popolare che però anche lì è sfociata nel sangue, perché impedirebbero al fondamentalismo islamico e all’immigrazione di dilagare in Occidente, secondo me la questione riguarda lo stare su questa terra di tutti gli uomini e in particolare il rapporto Occidente- Oriente.

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  1. […] In questo modo spero di aver gettato una nuova luce su un conflitto che come abbiamo visto ci vede purtroppo attivamente partecipi. Come vedremo nell’ultima parte di questi tre interventi, considerando anche le motivazioni che hanno originato il conflitto e le giustificazioni che l’hanno perpetrato per dieci anni, non sarà una provocazione ma una semplice deduzione di carattere ontologico considerare le nostre forze armate composte, loro malgrado, non da “soldati” ma da “assassini” e gli afgani come gli unici veri “combattenti” di questa guerra. Una guerra moderna, illegittima, mal condotta, perversa, vile, ipocrita ed infame. Una guerra post eroica. Alberto Bullado CONTINUA… Precedente: Afghanistan. La Guerra più infame della nostra storia (1/3). […]

  2. […] I Parte: Afghanistan. La guerra più infame della nostra storia (1/3) […]



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