Afghanistan. La guerra più infame della nostra storia (2/3)

di Alberto Bullado.

EROI? Al cospetto delle stragi e della deriva umana amplificata dalla guerra, il massimo che riusciamo a sollevare in patria, oltre che scacciare l’odore del sangue con le puntuali edulcorazioni ideologiche i n bocca a rimbambiti in doppiopetto, è l’infarcimento eroico-retorico per mezzo stampa dei nostri caduti (solamente i nostri, si capisce). In questi casi viene spesso usata una parola pesante e strabusata, forse oramai logora: eroi. Eppure vien da chiederci cosa ci sia di tanto eroico in Afghanistan nell’ammazzare, combattere e morire senza un vero motivo plausibile (su questo punto ci arrivo) e soprattutto attraverso i metodi in cui noi occidentali abbiamo deciso di affrontare questo conflitto. L’istinto suggerisce di aborrire di fronte ad una realtà così cruenta ed inaccettabile e di conseguenza prendersela anche con chi è là a combattere. Una contestazione alle volte addirittura post mortem (“10-100-1000 Nassiriya”). Se non ci si perde nella retorica del “mercenario bastardo” scatta quella del “macellaio di stato” o del “boia militare”. Inutile precisare da dove provengano questi insulti, e cioè da un pulpito, quello “pacifista”, ottenebrato da una strana aggressività ideologica (da qui l’efficace termine “pacifinti”). Parlo di gente con il pathos a senso unico, dalla pietà part time, che conta solo i morti che fa comodo e che nel frattempo li cataloga con la pretesa di determinarne la bontà: questo era “buono”, quest’altro “cattivo” e così via.

Per opposizione gli olifanti di governo sono costretti ad aumentare i toni, perdendosi in una stomachevole prosopopea nazionalistica, in primo luogo offensiva alla memoria stessa dei soldati caduti (disgraziati morti per il volere di altri) e soprattutto delle vittime civili, poiché la chiara analisi dei fatti viene sostituita da una boria imbecille, mistificante e francamente insultante: “egli si è sacrificato per la nostra sicurezza in difesa della civiltà”. Ma davvero ci prendono per fessi? Noi e i parenti delle vittime. Naturalmente chi combatte in Afghanistan (ma la cosa vale in qualsiasi altro conflitto), perché una volta là deve, non è né un eroe né un assassino, ma una vittima, che torni a casa con le proprie gambe, una, nessuna, o che non torni a casa affatto se non dentro un feretro. Parlo quindi di esseri umani brutalizzati dalla guerra, portati all’estremo del proprio essere, nonché costretti a macchiarsi di stragi e crimini per eseguire degli ordini o per necessità (la lotta per la sopravvivenza assume necessariamente dei risvolti spesso estremi), vinti dall’istinto, dalla pressione psicologica, dal logoramento. Sorprende la sicumera di coloro che comodamente assisi sopra i propri sofà si limitano a denunciare questi fatti giurando di non essere in grado, nelle stesse condizioni, di comportarsi allo stesso modo dei militari al fronte.
Il patriottismo delle tigri di carta e l’astio ideologico ed ipocrita dei pacifinti smidollati conducono ugualmente alla nausea
. Entrambi gli schieramenti combattono una propria guerra ancora più imbecille di quella reale, poiché, per l’appunto, irreale.

TERRORISTI? Ad una retorica patriottica filo-interventista ne corrisponde una complementare demonizzazione dell’avversario che non è più un semplice nemico ma, in senso assoluto, il “Male”, a prescindere dalle sue ragioni. Quindi non solo una persona da eliminare fisicamente perché responsabile di attentare la sicurezza dei nostri soldati (ci si dimentica che fino a prova contraria siamo noi con i fucili in mano a casa loro) ma anche una cultura, una società, un’idea di mondo, depositaria di istanze a noi estranee, da debellare e radere al suolo. In questo nostro atteggiamento si intravede tutto il suprematismo occidentale di cui siamo intossicati e che è la causa ed il sostentamento del conflitto. Coloro che si azzardano a combattere (o difendersi da) le forze d’Occidente sono automaticamente dei “terroristi”. A parte il fatto che è difficile determinare al giorno d’oggi cosa sia realmente un terrorista, tuttavia sorprende il fatto che il medesimo status sia quasi perfettamente applicabile alle forze armate occidentali: attacchi bomba, coinvolgimento di vittime innocenti, obbiettivi civili, sovversione di un ordine precostituito, supremazia ideologica messa militarmente in atto che prevarica le vite di migliaia di innocenti, e così via. Semplici deduzioni che non sembrano causare l’imbarazzo degli alti vertici militari, così come di una certa classe politica e nel complesso di chi della parola “terroristi” fa un ampio uso.

Ma se i nostri nemici, se non sono terroristi, cosa sono? Questa potrebbe essere la domanda di un cittadino spiazzato dalla verità dopo anni di manfrine e depistaggi. Da un punto di vista semantico parlare di guerriglieri a proposito degli afgani, talebani e non, sarebbe grossomodo corretto (essi combattono per lo più attraverso azioni di guerriglia) se non fosse che anche questo termine ha acquisito una connotazione negativa, poiché chiunque combatte contro di noi, per le ragioni esposte prima, non è solo un nemico ma un “malvagio” (come i “cattivi” dei film, dei cartoni animati o dei videogames). Tuttavia se la contrapposizione soldati occidentali/terroristi afgani sta ancora in piedi è perché è strettamente necessaria alle nostre forze armate e a chi ci ha mandati in guerra. Non è affatto superfluo soffermarsi su quest’aspetto, infatti non si tratta solamente di una mera questione lessicale. I nostri governi, per quanto autoritari, che lo si voglia o meno, si reggono sull’approvazione dell’opinione pubblica (tra le altre cose sempre più perplessa sulla legittimità di un conflitto che a prescindere dalle motivazioni inizia ad essere eccessivamente logorante per il nostro paese). La propaganda ha quindi tutto l’interesse di questo mondo nel perpetrare un simile dualismo: finché il gioco regge la candela è possibile tenere in pugno un seppur discreto consenso popolare.

Democratici. L’uso indiscriminato di termini inappropriati coinvolge allo stesso modo le nostre truppe. Si è parlato di “eserciti di liberazione” anche se non è altrettanto chiaro da che cosa avremmo liberato l’Afghanistan. Dal terrorismo? A quanto pare no, stando alle parole dei nostri diplomatici (del resto se la guerra non è finita significa che non si è ancora debellata la minaccia). Dai talebani? Nemmeno, essi reggono la maggior parte del territorio afgano. A questo punto ecco riaffacciarsi un’annosa questione. Le forze armate occidentali sono giunte in Afghanistan per portare/esportare la democrazia. Una motivazione insufficiente, anzi, deprecabile se si considera il fatto che la popolazione afgana della nostra democrazia non sa che farsene, non l’ha richiesta e non la vuole, poiché il nostro concetto di sovranità nulla ha a che fare con la cultura, la storia e l’assetto antropologico di questo paese. Se non si apprende il fondamentale, ma oserei dire elementare principio che ogni popolo ha il diritto di autogovernarsi secondo i principi che esso ritiene validi, significa abbandonarsi all’ebbrezza totalitaria di cui è culturalmente permeato l’Occidente. La pretesa di negare a paesi che hanno vissuto esperienze diverse delle nostre e che si trovano in altri stadi dello sviluppo la libertà di decidere del proprio futuro è dal punto di vista della logica un atto illiberale. Ed è proprio questo il nostro caso. Ma poniamo che l’esportazione coatta e violenta della democrazia abbia di per sé una qualche legittimità, ma che in realtà non ha, occorre dire una cosa fondamentale: non è vero che in Afghanistan ora vige la democrazia. Le nostre forze armate hanno imposto un governo fantoccio retto da Hamid Karzai che gli stessi americani definiscono “regime”. Un governo riconosciuto da qualsiasi forza internazionale come un dominio corrotto ed instabile, rappresentato da un’autorità imposta dall’alto che senza l’appoggio delle forze occidentali capitolerebbe nel giro di 24 ore. E questo come potrebbe accadere se chi si oppone alle truppe occidentali ed al governo Karzai è solamente un manipolo di fanatici?

PANE AL PANE, VINO AL VINO. E qui arriviamo al punto. E cioè al vicolo cieco nel quale si è costretti a vuotare il sacco ed ammettere che noi, forze armate occidentali, siamo coloro che possiedono il bandolo della matassa. Il governo afgano di Karzai non è autosufficiente, non solo perché giovane e bisognoso del nostro aiuto, ma perché non è autonomo: senza di noi non la passerebbe liscia. E questo perché il nemico, il “cattivo”, non è un fronte composto da qualche esagitato o da poche cellule terroristiche intrufolate in Afghanistan, ma da un qualcosa di più consistente. Si tratta di un fenomeno di gran lunga più ampio e complesso che trova consenso in ampie parti della popolazione. Qualche domanda. È quindi ancora opportuno parlare di terroristi? Ontologicamente parlando è corretto considerare terrorista una forza armata c omposta da molti uomini in arme come il movimento talebano in grado di portare attacchi, come s’è visto, anche di 400 e passa uomini per volta? E ancora, è verosimile chiamare terroristi coloro che hanno in mano tre quarti del territorio afgano? Come sarebbe possibile questo se non vi fosse una larga approvazione popolare di una nazione culturalmente orgogliosa e guerriera come l’Afghanistan? Ecco perché, alla luce dei fatti, quella talebana sembra piuttosto essere una forza armata che si ritrova ad interpretare un ruolo d’opposizione armata contro un’occupazione straniera, la quale ha in mano solo alcune città ed altri centri nevralgici. Altrimenti sarebbe come sostenere che le Brigate Rosse sarebbero state in grado di accerchiare Roma e, potenzialmente, di conquistare l’intero paese con l’ausilio dei propri mezzi.

Per queste ragioni si potrebbe tranquillamente parlare di “Resistenza Afgana” (qualcuno lo fa calcando troppo su un proprio sentimento antimperialista, ideologico e retorico) se non fosse per il valore che noi italiani diamo a quella parola. Noi che siamo figli di un’altra Resistenza. Se i combattenti afgani vengono associati alla figura del partigiano ecco che nella nostra testa avviene un cortocircuito storico ed oserei dire anche morale. Quella scintilla che potrebbe rendere chiaro uno scenario fin troppo palese: loro, gli afgani, sono un popolo che difende il proprio paese da una forza occupante, e noi siamo quella forza occupante, gli invasori. La cosa non vi convince? E allora come la chiamereste una forza armata composta di più di 80.000 soldati stranieri armati fino ai denti che scorrazzano per il vostro territorio bombardando città, radendo al suolo villaggi, ammazzando indifferentemente soldati e civili a decine di migliaia, sostenendo peraltro un governo indigesto e parodico, sorto dal nulla, che finirebbe alle ortiche il giorno dopo della loro partenza? Allo stesso modo non è corretto definire chi combatte tale occupazione “terrorista”. È casomai più consono utilizzare termini come “combattente”, “ribelle” o “partigiano”. Persino gli americani, di gran lunga più schietti di noi italiani che siamo congenitamente bugiardi e mistificatori, a partire dall’informazione fino ad arrivare al Pentagono e alla CIA, nei loro rapporti parlano esplicitamente di insurgens (trad. insorti) afgani. Ecco che da un punto di vista terminologico ed ontologico non solo ci scopriamo magicamente in guerra da dieci anni, ma che la stiamo combattendo da occupanti in un territorio straniero che ci è giustamente nemico. E dico giustamente non perché essi hanno necessariamente ragione ad ammazzarci (loro i “buoni” e noi i “cattivi”), ma perché questa è la dolorosa etica della guerra (lo vedremo nel prossimo articolo): chi combatte e uccide a sua volta accetta il rischio di essere ucciso. Non si capisce quindi lo scandalo derivato dalle morti dei nostri connazionali e di conseguenza l’odio profuso ai danni degli afgani. Semmai dovrebbe essere maggiore lo sdegno nei confronti della nostra classe dirigente, responsabile d’aver mandato dei nostri uomini in guerra a commettere crimini ignobili e a morire come disgraziati.

Dice: “ma non è vero che i talebani non si comportano da terroristi. Loro mettono le bombe e si fanno esplodere per arrecare danno non solo alle nostre forze armate ma anche ad obbiettivi civili”. Se è per quello anche i nostri partigiani erano soliti affidarsi ad attacchi bomba, operazione dinamitarde, attentati eccetera, ma tutto sommato sì, è vero: la resistenza afgana ricorre ad espedienti di questo genere (per questo motivo, a differenza di qualcuno, sono restio a glorificare lotte armate come quella afgana o quella palestinese). Tuttavia occorre contestualizzare.

REAZIONE. In tutta la storia dell’Afghanistan non c’è stato un solo afgano che si sia reso responsabile di un atto terroristico, in patria come all’estero. Semmai è solo dal 2006 che anche gli afgani (ma anche qui c’è da fare dei distinguo: poiché nel frattempo il conflitto ha richiamato guerriglieri fondamentalisti da ogni dove, Yemen, Arabia Saudita, Pakistan, persino Africa) si sono adeguati all’utilizzo dei kamikaze e degli attentati esplosivi. Una decisione indigesta poiché totalmente estranea alla loro cultura. Ciò è avvenuto dopo un aspro dibattito interno alla leadership talebana, tant’è vero che lo stesso Mullah Omar si oppose all’uso del terrorismo, anche se giustificato e mirato a soli obbiettivi militari o politici, poiché, per l’appunto, reo di coinvolgere ugualmente, ed il più delle volte, anche la popolazione (il Mullah Omar sosteneva questo non certo per magnanimità, ma perché i suoi guerriglieri necessitano dell’appoggio della gente, che peraltro hanno). Gli afgani infatti non hanno mai agito in questo modo nemmeno nei confronti dei sovietici e di qualsiasi altro esercito invasore. Ma questo accade ora, contro di noi, a causa del mondo in cui i contingenti occidentali hanno deciso di condurre la guerra (lo vedremo meglio nel prossimo articolo) evitando per lo più lo scontro fisico, privilegiando i bombardamenti a tappeto, nonché facendo uso di aerei senza equipaggio, Dardo e Predator, telecomandati da basi americane. Contro un simile nemico, ultratecnologico e violento e che nello stesso tempo evita il campo di battaglia l’unico strumento d’offesa, spregevole e disperato, rimane l’atto terroristico. Ecco che se andiamo a fondo della questione ci accorgiamo che: 1) a rimetterci sono coloro che in Afghanistan sono impiegati in missioni di mantenimento dell’ordine o in determinati appostamenti di controllo (come i nostri contingenti); 2) il terrorismo afgano, per quanto limitato ma ugualmente cruento, ha tutta l’aria di essere una reazione ad un’offesa, dieci-cento volte più violenta, che noi stessi abbiamo arrecato loro[1].

In questo modo spero di aver gettato una nuova luce su un conflitto che come abbiamo visto ci vede purtroppo attivamente partecipi. Come vedremo nell’ultima parte di questi tre interventi, considerando anche le motivazioni che hanno originato il conflitto e le giustificazioni che l’hanno perpetrato per dieci anni, non sarà una provocazione ma una semplice deduzione di carattere ontologico considerare le nostre forze armate composte, loro malgrado, non da “soldati” ma da “assassini” e gli afgani come gli unici veri “combattenti” di questa guerra. Una guerra moderna, illegittima, mal condotta, perversa, vile, ipocrita ed infame. Una guerra post eroica.


CONTINUA…

 


[1] La prevedibile osservazione dell’11 Settembre (“hanno cominciato loro”) non regge, come verrà spiegato nel prossimo articolo.

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