Afghanistan. La guerra più infame della nostra storia (3/3)

di Alberto Bullado.

La guerra più infame della nostra storia. Avete letto bene. “Nostra”, perché ci appartiene, perché fa parte della nostra esperienza e perché verrà ricordata come la guerra della nostra generazione. “Infame”, perché è il conflitto più duraturo dal nostro dopoguerra. Un conflitto doloroso, tragico, ma in questo caso carico di contraddizioni ben più gravi, pervertito da ideali disgustosi, combattuto in modo sleale, giustificato da propagande pornografiche, nascosto ai nostri occhi da retoriche avvilenti. Nella prima parte abbiamo visto come il semplice computo delle vittime è lì per dirci che stiamo partecipando ad un conflitto estremamente cruento. La seconda parte ci ha messo di fronte alla natura dei due schieramenti. Noi non più “eroi”, loro non più “terroristi”. In questa terza e ultima parte si tireranno le somme. E si parlerà del conflitto in Afghanistan come di una guerra illegittima e post eroica.

UNA GUERRA ILLEGITTIMA. Lo Stato Maggiore italiano quando si esprime a proposito della guerra in Afghanistan fa venire il latte alle ginocchia. Un breve escursus:

Berlusconi: «La nostra missione in Afghanistan è di straordinaria importanza per la stabilità e la pacificazione di un’area strategica».

Pacificazione con le bombe.

Frattini: «La nostra è una missione di pace, fondamentale, che continuerà per la nostra sicurezza e il bene del popolo afgano».

Ancora una volta si parla di pace ma si fa la guerra. In questo caso si fa anche riferimento alla sicurezza e al bene di un popolo che in realtà si sta annientando.

La Russa: «È una missione per la sicurezza e la pace a casa nostra».

Idem con patate. Solo che in questo caso si parla di sicurezza e pace “a casa nostra”.
Berlusconi, Frattini e La Russa a modo loro sintetizzano i cardini di una propaganda belligerante insensata, maledettamente negazionista ed in quanto tale facile da contraddire. Abbiamo già visto come in realtà in Afghanistan si stia esportando un avamposto occidentale a suon di bombe, seminando morte ma soprattutto odio. Un odio legittimo al contrario dell’illegittimità delle nostre pretese. In un simile scenario non si capisce come si possa instaurare un processo di pace con le armi e con le stragi e parlare, allo stesso tempo, di sicurezza per gli afgani quando siamo noi stessi ad attentare alle loro vite con i bombardamenti a tappeto e i massacri tra i civili. E fin qui ci siamo. Ma c’è dell’altro. Anche quando l’Occidente si impegna per “ricostruire” il paese (che in realtà abbiamo distrutto noi e non solo materialmente)[1] lo fa colonizzandolo di infrastrutture che il popolo afgano non vuole e non richiede e che allo stesso modo fruttano grandi affari in patria (strade, ospedali, oleodotti, gasdotti e, non da meno, armi). Stiamo quindi parlando di un umanitarismo peloso e disonesto, niente affatto disinteressato (si sono infatti verificati degli episodi di chiusura di ospedali e centri di recupero aumentando l’emergenza tra i malati, i feriti e i profughi), una forma come un’altra di imperialismo alternativo, anzi, conseguente a quello delle bombe. Tuttavia il punto fondamentale è un altro.

TERRORISMO. In seguito all’11 settembre si è detto e stradetto di essere andati in Afghanistan per contrastare il terrorismo internazionale, stanare Bin Laden e combattere Al-Qaida. Nello stesso tempo una guerra di vendetta e di “prevenzione” (altro paradosso). Come abbiamo visto Bin Laden non è stato preso, eppure siamo ancora lì. Al-Qaida, sempre se sia ancora operativa e lasciando perdere cos’è, se esiste veramente o se si tratta piuttosto del Santo Graal (o specchietto per le allodole) della lotta al terrorismo internazionale, non si trova più in Afghanistan, ma come tutti sanno o sospettano in Pakistan, nello Yemen, in Arabia Saudita e nella nuova frontiera dell’integralismo islamico, cioè l’Africa. E questo secondo la stessa intelligence occidentale. Perciò, questo benedetto terrorismo, ammesso che vi sia mai stato, perché lo continuiamo a combattere in suolo afgano? Senza contare il fatto che non è mai esistito un afgano che si sia reso responsabile di un atto terroristico. Non c’erano afgani nel commando che ha abbattuto le Torri Gemelle e non c’erano afgani nelle cellule, vere o presunte, di Al-Qaida scoperte dopo l’11 settembre. Come ho già avuto modo di specificare è solo dal 2006 in poi che si sono verificati episodi di terrorismo in Afghanistan ai danni delle forze di occupazione per lo più condotte da terroristi pakistani, arabi e yemeniti. Quando i nostri politicanti parlano quindi di terrorismo occorre riflettere. E quando lo citano per giustificare la nostra presenza in Afghanistan per garantire la sicurezza del nostro paese significa che stanno mentendo. Il punto è scoprire perché lo fanno.

LE MOTIVAZIONI. Naturalmente non siamo in Afghanistan per uno spirito avventuriero fino a se stesso. Si è parlato anche di affari (stupisce come la mappa degli scontri e degli avamposti combaci quasi perfettamente con quella della costruzione di nuovi oleodotti destinati a rimpinguare l’Europa) ma non ci si può limitare solo a questo. Ovviamente ci sono altre motivazioni che giustificano la nostra presenza in Afghanistan e che un governo serio e responsabile e, uso una parola davvero desueta, sincero, dovrebbe rendere chiare all’opinione pubblica poiché il costo economico ed umano della guerra è ovviamente nostro. Quindi, qualora non si fosse capito, il sottoscritto non intende muovere un’opposizione alla guerra in Afghanistan mosso necessariamente da una mozione pacifista, ma piuttosto in nome di una deontologia e di una bontà logica che in realtà non sussistono. Come vedremo, anche volendo far proprio un sentimento reazionario o positivo nei confronti della guerra, ci troveremo di fronte ad un conflitto empio e degradante che dovrebbe indignare persino chi ha caro i vecchi valori di una destra espansionista e nazionalista.

Dicevo, le motivazioni. Esse consistono per lo più in obblighi militari, nella diplomazia internazionale e nelle alleanze. In poche parole siamo costretti, anzi, ci costringiamo, a seguire l’aggressivo avventurismo americano. Si tratta di scelte del nostro governo, così come di quelli passati. Vale il principio del do ut des: noi offriamo assistenza e appoggio agli U.S.A , in cambio il nostro prestigio aumenta rispetto gli altri stati europei. Peccato che gli interessi dell’Europa non debbano per forza coincidere con quelli degli Stati Uniti. Anzi, in un’epoca di forti contrasti continentali è forse vero il contrario.

NATO. La parola chiave è quindi la seguente: Nato. Siamo in Afghanistan per questo. Se l’Italia o gli Stati Uniti lasciassero l’Afghanistan, oltre ad ammettere un’ignominiosa sconfitta, significherebbe rompere l’Alleanza Atlantica, un tenace strumento diplomatico che ha consentito agli Stati Uniti di tenere al guinzaglio l’Europa dal punto di vista militare, politico, economico e, da non sottovalutare, culturale per più di cinquant’anni.

Se da una parte la morte della Nato comporterebbe un grave danno agli Stati Uniti, per l’Europa potrebbe costituire un’opportunità e cioè quella di rivedere e valorizzare il proprio ruolo all’interno dello scacchiere internazionale, oltre, naturalmente, ad offrire l’opportunità di ritirarsi da un conflitto illegittimo, cruento, dispendioso e che non ci riguarda. L’Europa, per storia, tradizione e collocazione geografica ha più di qualche motivo degli Stati Uniti nell’instaurare una certa dialettica con il mondo islamico che l’aggressività spregiudicata americana compromette.

Inoltre non va dimenticato che l’Alleanza Atlantica aveva una propria ragion d’essere finché è esistita l’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti, che nel dopoguerra in poi si erano comprati la fiducia dell’Europa Occidentale, costituivano una potenza militare in grado di scongiurare l’avanzata dell’URSS. Stiamo quindi parlando di uno scenario che è venuto meno dal 1989. L’Unione Sovietica non esiste più e gli interessi di Europa e Stati Uniti ora non devono necessariamente convergere. L’Italia invece intende perpetrare una simile alleanza in vista di un’eventuale vittoria. “Ormai siamo qui, non ce ne andremo finché non avremo vinto”, un concetto che sottende una stolida ostinazione, una frase in bocca ai fascisti in Abissinia e agli americani in Vietnam. Tuttavia, a Londra come a Parigi (e si dice anche a Roma), la vittoria viene ritenuta improbabile. Se così non fosse non si sarebbe registrata l’uscita di scena del Canada, dell’Olanda e probabilmente quella imminente della Spagna. L’Afghanistan costituisce per il nostro paese una scommessa rischiosa, finora persa. Un pantano dal quale sarà difficile rialzarsi.

VERGOGNA. Un governo responsabile ha quindi il dovere di valutare il prezzo di questo sacrificio, di questo obbligo di lealtà ad un alleato che sembra non conoscere affatto il significato della medesima parola. Tuttavia, a voler rendere un buon servizio in nome di suddetta lealtà, va detto che se questa è la motivazione che giustifica la nostra presenza in Afghanistan, ebbene, che essa venga espressa a chiare lettere senza aver il bisogno di avanzare retoriche mistificanti, imbastire giustificazioni enfatiche, o molto più semplicemente, pronunciare menzogne colossali. In tutto questo non si può che ravvisare un’enorme viltà. La viltà di uno Stato che mente al proprio popolo che è quindi costretto a rendersi corresponsabile di una guerra che non gli appartiene a causa quale paga il prezzo maggiore in fatto di risorse e sacrifici umani. In una guerra da schiavi, da lacché di una superpotenza forsennata, il nostro “eroismo” è costituito dalla violenza altrui, coloro che ci sta alle spalle, mente il disonore, quello collezionato in battaglia versando il sangue innocente e quello consumato in patria con l’inganno, è esclusivamente nostro. Non vi è alcun valore positivo in questo nostro agire da soldati subalterni ansiosi di ricevere il contentino di chi ha deciso di combattere una guerra illegittima volendo coinvolgere popoli e nazioni in pace, mentre la retorica serve solo ad edulcorare la cattiva coscienza di tutti coloro che, per giustificare il proprio ardore belligerante anche se ugualmente schiavo e sottomesso all’arroganza di una nazione fuori di senno, devono necessariamente alzare la voce.

Davanti alle tombe dei nostri caduti, al cospetto dei famigliari delle vittime, coloro che vogliono e che supportano anche solo ideologicamente questa guerra dovrebbero avere anche il coraggio di dire la verità. Di rivelare il perché di queste morti. Altrimenti vi è solo ed esclusivamente una vergogna sorda e ripugnante a colmare un colpevole silenzio.

DEMOCRAZIA. Quindi non siamo in Afghanistan per esportare la democrazia in un paese che ha tutt’altro ordinamento antropologico? Fortunatamente ci abbiamo rinunciato. Eppure si è trattato a lungo di uno dei cavalli di battaglia della prosopopea interventista. L’argomento è venuto logicamente a cadere nel momento in cui è stato chiaro che il governo instaurato dall’Occidente era tutto fuorché una democrazia, anzi, una sua brutta copia e cioè un governo garantito dalle armi, malvoluto dal popolo, corrotto a suon di dollari, dove non è possibile garantire qualsiasi principio di uguaglianza giuridica e di rispetto della legge[2]. Con l’arrivo degli eserciti l’Afghanistan è ripiombato nel caos dopo un periodo di stabilità a sua volta derivato da una precedente occupazione, quella sovietica, e da una conseguente guerra civile vinta poi dai talebani. Attualmente, oltre a non aver migliorato la situazione avendo portato la guerra in una nazione dove regnava la pace, si rischia di condannare l’Afghanistan alla riapertura delle ostilità condannando il suo popolo ad una nuova guerra civile (ed è quello che ci proponiamo di ottenere visto l’aiuto offerto ai signori della guerra precedentemente sconfitti dai talebani, personaggi sanguinari e che in passato si sono macchiati di crimini gravissimi ed ora nominati addirittura ministri del governo Karzai).

COSTI. Le cifre oscillano poiché le stime variano a seconda delle fonti. Tuttavia l’ordine di grandezza, abnorme, non cambia. Giusto per rendere l’idea: nel solo mese di febbraio 2010 gli Stati Uniti hanno speso 6,7 miliardi di dollari (Usa Today citando dati del Pentagono). Del resto gli armati in estate sono arrivati a toccare le 100.000 unità. Agli U.S.A il 2010 in Afghanistan è costato circa 105 miliardi di dollari. Si prevede che il prezzo nel 2011 salirà a 117. Ma il costo del conflitto è in crescita per tutti. E l’Italia? Nel 2009 ha speso qualcosa come 600 milioni di euro. Questo per foraggiare un contingente di circa 3.200 uomini. Con l’aumento a 4000 unità, più elicotteri e blindati, ha portato la spesa del 2010 a 700 milioni. Un ulteriore aumento è previsto per il 2011. Malgrado l’alternanza dei dati si è quasi tutti d’accordo nel dire che l’Italia spende al giorno circa un milione e mezzo di euro. Vale a dire che in dieci giorni con gli stessi soldi avrebbe la facoltà di costruire 5 ospedali di alto livello o 50 scuole.
Giusto per rendere l’idea.

Tuttavia va detto che tra tutte le osservazioni plausibili mosse contro la guerra in Afghanistan, a mio parere, quella dei costi è la più debole. Anzi, dirò di più. A me sembra pure ridicola ed infantile oltre che, e questo è un paradosso se la si associa al fronte pacifista, piuttosto immorale. È vero, le risorse economiche sprecate  per una guerra illegittima sono troppe. Quei milioni andrebbero senza dubbio impiegati in altri ambiti. Ma il problema della guerra in Afghanistan non sono naturalmente i soldi, ma le vite umane sprecate, le popolazioni massacrate e vilipese, ed infine i valori culturali immondi espressi dai nostri governi ed amplificati da questa nostra società, così come i diritti, da noi stessi professati universali ed inalienabili, che calpestiamo in nome di vere e proprie abiezioni. A fronte di queste scelleratezze, per una questione anche di buon gusto e senso morale, non mi metterei a fare il contabile, che tra le altre cose è un atteggiamento un po’ viscido e velatamente vigliacco. Se vi sono ragioni valide una guerra, purtroppo, va sostenuta con i costi che essa richiede e che per ovvie ragioni sono ingenti, anzi, esorbitanti (se ci dovessero attaccare, prima di allertare le truppe ci premuriamo di far da conto con il pallottoliere?). La questione della guerra in Afghanistan verte sulle motivazioni del conflitto e sul modo in cui la si combatte, non sui milioni sperperati. Altrimenti passa il concetto che si tratta di una mera questione di soldi. E poi cosa significa criticare i governi per il costo di ogni talebano morto pari, secondo un calcolo banale, a 50 milioni di dollari? Se la morte di un guerrigliero afgano calasse di prezzo allora avremmo una ragione in più per bombardare l’Afghanistan? In tempi di saldi la guerra sarebbe un po’ più giusta e meno sbagliata? Fatemi il piacere.

DROGA. Invece una delle osservazioni più interessanti da esporre è senza dubbio quella inerente alla produzione dell’oppio. Nel 1998 e nel ’99 il Mullah Omar propose alle Nazioni Unite il blocco della coltivazione del papavero nonostante si trattasse di una delle fonti di reddito maggiori dell’Afghanistan. In cambio egli chiedeva ciò che gli era dovuto: il riconoscimento internazionale del proprio governo, forte della riappacificazione in seguito alla guerra civile e dell’appoggio del popolo. Ebbene, malgrado il boicottaggio del papavero da oppio e la lotta al commercio internazionale di droga fossero capisaldi dell’Agenzia del narcotraffico dell’Onu, gli Stati Uniti, mossi da certi interessi personali finanziari, si opposero alla proposta. Il Mullah Omar ci riprovò nel 2001, solo che questa volta non diede retta agli U.S.A e all’estero. Quindi egli prese autonomamente la decisione di bloccare la coltivazione del papavero, una dolorosa decisione se consideriamo che una simile coltura costituiva il sostentamento per moltissimi contadini. Inoltre il traffico di stupefacenti (canale preferenziale, manco a dirlo, l’Occidente) serviva al governo afgano per potersi comprare il grano dal Pakistan. Nonostante tutto il Mullah Omar non ritornò sui suoi passi. Perché lo fece? La decisione rispondeva a due precise necessità: a) la legge coranica proibiva il consumo ed il commercio di droga; b) in questo modo credeva di ricevere la gratitudine dei governi stranieri. Infatti la produzione ebbe un calo drastico tanto da toccare quasi lo zero. E poi? E poi arriviamo noi assieme alla guerra. Morale della favola? Oggi, nell’Afghanistan “liberato”, “riappacificato” e “democratizzato”, si produce il 93% della produzione mondiale di oppio.

E BIN LADEN? Già, che ne è del ricercato numero uno al mondo capace di scatenare una caccia all’uomo buona per giustificare lo scoppio du una guerra? Osama Bin Laden nel 2001 probabilmente era in Afghanistan, ma di anni ne sono passati dieci e difficilmente oggi, se è ancora vivo, si trova nello stesso luogo. Ora non me la sento di disquisire sull’identità e sul ruolo di questo personaggio del quale si è parlato a lungo ma che non si è mai saputo molto. Preferisco rendere noti alcuni dati oggettivi niente affatto irrilevanti. Bin Laden, sulla cui testa pendeva una taglia, venne offerto agli Stati Uniti dai talebani. Era il 1998, anno dei sanguinosissimi attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania (223 morti e 4000 feriti) che mandarono alla ribalta Al-Qaida nelle cronache di mezzo mondo. L’allora presidente Clinton rifiutò la proposta. Eppure era stato lo stesso Clinton ad invitare l’Afghanistan a sbarazzarsi di Bin Laden che in gioventù vi aveva combattuto contrastando l’avanzata sovietica (con le armi finanziate, guarda caso, dagli americani). Il Mullah Omar, persuaso della cosa, alla fine si era deciso di consegnare il terrorista agli Stati Uniti, i quali misteriosamente rifiutarono (documento del Dipartimento di Stato dell’agosto 2005). E sì che i termini dell’accordo erano persino elementari: gli americani avrebbero dovuto prendersi la responsabilità della cattura e dell’assassinio del califfo saudita. In seguito agli attentati subiti dagli Stati Uniti la cosa non avrebbe che potuto giovare alla popolarità del presidente. Il quale preferì lasciar perdere…

Ed ora che ne è di Bin Laden? Poco o nulla. Qualche notizia mai confermata a proposito della sua morte e qualche messaggio audio. Poi basta. Non si è più visto. Oltre a questo non ci rimane in mano che la nostra logica. Per quale motivo Osama Bin Laden dovrebbe essere ancora in un Afghanistan occupato da decine di migliaia di soldati della Nato?

GUERRA POST EROICA. Fin qui le ragioni di una guerra illogica, arrogante, illegittima, sanguinaria e perversa secondo argomentazioni che giungono dall’esterno, seguendo quindi parametri (politici, diplomatici, morali, etici) diversi da quelli accettati da una logica pugnace. Ma che ne è dei valori militari traditi da un simile conflitto? In apertura ho parlato chiaramente di una guerra “post eroica”, cosa diavolo significa? Si tratta di una definizione di Edward Luttwak. Adottando un’ottica distaccata, cinica e perché no, marziale ci si rende conto di come la guerra in Afghanistan abbia, tra le altre cose, perso ogni etica, ogni epica e persino ogni “estetica”. La guerra post eroica ha sopraffatto l’uomo ed i valori positivi che esso è in grado di esprimere in guerra: coraggio, personalità, valentia. Ora non contano più nulla così come la lealtà. E questo perché spesso ci si sottrae dal combattimento essendo i bombardamenti le azioni di guerra privilegiate. Ma se la guerra perde la propria epica, il proprio onore, la propria dignità, le proprie regole, la propria coerenza (in una sola parola ciò che gli antichi chiamavano ius belli) essa perde una ragione d’essere intima ed intrinseca. Oltre ad apparire illegittima dall’esterno la guerra post eroica si rivela illecita anche per ragioni interne.

IL NEMICO. A cominciare dallo status del nemico, non più uno iustus hostis, ma un criminale, espressione diretta del Male che in quanto tale va debellata. Parliamo quindi di eliminazione fisica, categorica e sistematica, non solo dei combattenti ma anche della stessa cultura e società che l’ha prodotta.  Quindi anche famiglie, affetti, prole, in un iperbole sanguinaria. Dalla guerra si passa al puro annientamento, tant’è vero che essa è principalmente improntata nell’attacco della vita civile (anche in questo caso è difficile distinguere tra terrorismo e “forze di liberazione”). La guerra tra eserciti ora appare come un ricordo lontano. Che si tratti di bombardamenti o di attentati, i civili, presi in mezzo dal fuoco incrociato, servono da vittime sacrificali, carne da macello. Ed è proprio questo l’intento della guerra post eroica la quale non applica distinzioni tra civili e soldati, criminali e combattenti. I guerriglieri afgani vengono indistintamente focalizzati come un bersaglio da colpire, possibilmente dall’alto, evitando lo scontro fisico. Questo la dice lunga di come il nemico, al quale non va riconosciuto lo status di “soldato avversario”, non viene nemmeno considerato un essere umano. E per questo motivo va eliminato senza scrupolo.

LICENZA DI UCCIDERE. E qui viene a cadere uno dei principi cardine della guerra. Al nemico non viene riconosciuta la possibilità di offendere, ma questo va contro qualsiasi etica militare. In guerra la legittimità ad uccidere deriva dalla possibilità di essere, altrettanto legittimamente, uccisi. Un principio che non viene necessariamente contemplato dalla guerre post eroica e del resto nemmeno in Afghanistan sussiste tale reciprocità. Gli eserciti della Nato stanno asserragliati nelle loro basi e bombardano possibilmente con aerei fantasma, Dardo e Predator, senza pilota, paradossalmente telecomandati da basi americane (Nellis Nevada, ad esempio)! E quando questo non avviene sono i B52 a sganciare bombe a tappeto da 10.000 metri.

La licenza di uccidere diviene quindi unilaterale. Un diritto niente a fatto reciproco ma solo ed esclusivamente nostro. Tant’è vero che quando perdiamo occasionalmente un uomo sul campo si aprono inchieste e processi in patria accompagnati da uno sdegno ingiustificato, poiché siamo in guerra. Una guerra per altro voluta e perpetuata da noi stessi. Quindi perché stupirci se gli afgani contrattaccano? Non è questo un aspetto legittimo e fisiologico di un qualsiasi conflitto armato? Come se non bastasse, lo stupore, l’indignazione dell’opinione pubblica, al contrario indifferente all’efferatezza delle nostre rappresaglie, indicano che dall’ambito della guerra si passa a quello dell’assassinio. Difatti, in un conflitto dove è solo un esercito ad avere la possibilità di uccidere l’avversario, coloro che combattono accoppando indistintamente guerriglieri e civili (in una vera e propria logica da videogame, “wargame”) non sono “soldati” ma manipoli di “assassini”. In questo modo non solo si delegittima la guerra ma anche la figura stessa del combattente, svilito e degenerato a esecutore di stragi. Ecco perché la guerra post eroica disonora chi la fa e umilia chi la subisce.

TECNOLOGIA MILITARE. Eppure da un paese civile e democratico ci si sarebbe aspettato che il progresso umano e tecnologico avesse limitato i danni della guerra. È invece vero il contrario: la guerra post eroica vive il suo momento di grazia proprio in epoca contemporanea, dalla bomba atomica in poi. La tecnologia non ha fatto altro che rendere ciascun conflitto una macchina di morte più sofisticata e sleale, a discapito di qualsiasi evoluzione strategica, umana e diplomatica. Allo stesso modo sono cresciute le spese, che sono costanti, poiché la guerra diviene non solo un patrimonio di armamenti da costruire e mantenere, ma anche una spesa in termini di addestramento delle truppe. Il costo medio per ogni soldato è aumentato in modo esponenziale poiché la guerra non è più un fatto di civili armati mandati al fronte, ma una faccenda gestita da professionisti. C’è quindi da chiedersi a cosa è valso tutto questo investimento di risorse, ricerca e capitali se infine la guerra si rivela successivamente come una guerra di distruzione e non di precisione oltre che essere un fiasco totale in termini di risultati raggiunti? L’Afghanistan ne è l’esempio lampante.

IPOCRISIA. Infine l’ultimo capitolo di questa avvilente retrospettiva. La guerra post eroica non la si chiama nemmeno per nome. Di conseguenza non la si dichiara né la si combatte. Tutto è cominciato dallo sgancio della prima bomba atomica colpevole di aver innescato una vera e propria demonizzazione della guerra, tale da renderla il Male Assoluto. La prospettiva di una distruzione totale, l’apocalisse atomica, specie durante la Guerra Fredda, aveva scacciato il concetto della guerra addirittura dal nostro linguaggio. Ma questo non voleva dire che nel frattempo il mondo non fosse agitato da conflitti, dando il via ad una stagione di interventismo pedissequo. Ma guai a parlar di guerra… Ecco che scopriamo di aver partecipato, finora, a “interventi umanitari”, “missione di pace”, “operazione di polizia internazionale”, “interventi di supervisione”, “lotta al terrorismo”, “intelligence militare”. Quando nemmeno l’italiano è abbastanza per mascherare l’infingardaggine della nostra coscienza, e di quella dei potenti, allora ricorriamo a quella altrui. E allora tg, giornali e mass media pronti a conformarsi ad un lessico anglofono e beota: spedizioni di “peace keeping”, o ancora si citano testualmente la nomenclatura ufficiale della Nato: “Enduring Freedom” (Afghanistan, Filippine, Corno d’Africa) e “Iraqi Freedom” (nel caso dell’Iraq).

Questo la dice lunga sulla cattiva coscienza occidentale e sulla meschina consapevolezza di combattere, in modo laido e disonesto, guerre sporche che mentono al popolo, tradiscono i valori delle forze armate ed infine oltraggiano il nemico (e chi lo combatte). Ma queste sono le tipiche guerre dell’ipocrisia democratica, calate dall’alto, decise da pochi, condotte in paesi lontani. E a nulla valgono le immagini che provengono dal fronte, inevitabili in un’era della spettacolarizzazione di ogni evento e dell’onnipresenza dei media. Da una parte i reportage, chiari, espliciti, dall’altra l’indottrinamento pronto a profilarci l’ennesima paradossale fregnaccia: la guerra non c’è e se anche la vedi ti sbagli, perché non esiste. I morti, i bombardamenti, le vittime civili, tutto quel che volete, ma questa non è una guerra. Insomma, chiamatela come volete ma non in questo modo, quasi che la questione fosse solamente terminologica.

E quindi è evidente che ci si vergogna di fare la guerra. Poiché questa sorta di post eroismo (o anti eroismo) belligerante ha reso la guerra, che pure ha avuto una sua funzione storica, con le sue ragioni, motivazioni, pulsioni, regole e persino una sua moralità e una specifica deontologia, uno scempio fine a se stesso, un disvalore assoluto, la sconfitta totale ed inappellabile della civiltà poiché infame nelle premesse, ignobile nelle modalità d’esecuzione e scellerata nelle conseguenze. Sotto ogni punto di vista si tratta di una perversione della guerra “tradizionale”, già sufficientemente tragica di per sé, una prassi che sembra essere improntata sull’immoralità. Per queste ragioni la guerra in Afghanistan, così come altri conflitti, oltre che apparire illegittima secondo un’ottica politica e morale, non può non smuovere l’animo anche di una destra che ha a cuore principi come nazione, popolo e sovranità e che ha fatto propri i valori delle forze armate. Una destra autentica che dovrebbe perciò aborrire di fronte ad un simile scempio. E invece silenzio.

AFGHANISTAN. L’ultimo pensiero va infine all’Afghanistan che ha resistito all’occupazione britannica nell’800 e che ha respinto l’avanzata sovietica nel ‘900. Eppure stiamo parlando di armate di gran lunga superiori alle alleanze tribali, di eserciti maggiormente equipaggiati, composti da truppe addestrate. Ora l’Afghanistan deve vedersela con un nemico peggiore, ancora più aggressivo e tenace, ma di gran lunga più sanguinario. Ebbene, dopo dieci anni di ricatti internazionali, di bombardamenti, di rastrellamenti, di rappresaglie, di assalti via terra con carri armati e blindati, e per aria con elicotteri e caccia bombardieri ultratecnologici, malgrado l’assedio costante di un esercito composto da professionisti, armato fino ai denti e dotato di equipaggiamenti all’avanguardia, siamo ancora qui, sempre più impantanati, costretti ad aumentare il tiro senza avere la parvenza di riuscire ad avere la meglio in una guerra che si credeva già vinta. Forse non siamo così forti ed evoluti come crediamo. Probabilmente perché l’Occidente, dall’alto della propria arrogante sicumera, è stato finora in grado di esprimere la propria superiorità solamente nei valori espressi a parole e non sul campo. Ma come? Non si trattava forse di una guerra al terrorismo e quindi di un conflitto combattuto da paladini della civiltà contro un manipolo di scellerati attentatori? Allora perché dopo dieci anni non siamo ancora riusciti a venirne fuori?

Perché contro l’Occidente è schierata una nazione, non un gruppo sparuto di pecorai impazziti. Un popolo che si contrappone  ad un’avanguardia che per quanto ben armata ed addestrata non ha in pugno che città e avamposti mentre al di fuori di questi perimetri si estende un mondo selvaggio e sterminato che difficilmente si arrenderà al nemico, proprio perché non conosce la sconfitta. Un popolo ed una nazione che se vorremo battere dovremo probabilmente annientare del tutto, poiché è il loro animo profondo, a fronte di qualsiasi sacrificio umano, a non essere disposto, a torto o ragione, a piegarsi.
Le parole che scrisse il nostro conterraneo Matteo Miotto, alpino ucciso in combattimento in Afghanistan, in una lettera un paio di mesi fa dopo la morte di quattro suoi commilitoni, ci giungono in aiuto:

«Questi popoli hanno saputo conservare le proprie radici, dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case, invano. L’essenza del popolo afghano è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre. Allora capisci che questo strano popolo dalle usanze a volte anche stravaganti ha qualcosa da insegnare anche a noi».

Sfortunatamente Matteo si sbagliava, perché l’Occidente non è in grado di apprendere nulla né di riconoscere un mondo, una cultura, dei valori diversi dai propri. Siamo accecati dal nostro suprematismo da non riuscire ad accorgerci dei nostri errori nemmeno di fronte all’evidenza dei fatti, allo spoglio delle vittime, al conteggio degli sprechi, alla disamina etica e al calcolo dei danni. Per questo motivo coviamo i medesimi presupposti teorici dei mostri del passato. Tant’è vero che oggigiorno l’unico modo per venirne fuori dall’Afghanistan sembra essere quello di aumentare la portata offensiva dei nostri contingenti all’inverosimile, in barba ad ogni logica e a prescindere dalle nostre capacità, poiché il fine ultimo non è esattamente la vittoria (cioè la pace e la mediazione tra le parti) ma la soppressione armata, a prescindere dal sacrificio umano. Ma se si dovesse mettere a termine una simile “soluzione finale”, di memoria nazista, non si dovrebbe allo stesso modo più parlare di una “conquista”, ma di una distruzione fine a se stessa (cosa che sta riuscendo) se dell’Afghanistan non si avrà altro che polvere ed ossa. Dopotutto la nostra “libertà” potrebbe richiedere anche questo prezzo. Tanta è la nostra volontà di potenza che oggigiorno chiamiamo “civiltà”, “democrazia” o ancora più paradossalmente “pace”.



[1] Fabio Mini, ex comandante delle truppe Nato in Kosovo: «Io non condivido questa sequenza, prima la sicurezza e poi ricostruzione. Oggi la sicurezza in Afghanistan non è assicurata da nessuno, tanto meno dalle forze militari straniere. Controllare il territorio significa avere il consenso della gente. Noi non potremo mai avere sicurezza fino a quando non sarà garantita la sopravvivenza agli afgani. C’è bisogno di ricostruire l’Afghanistan, anzi, di lasciarlo costruire a chi ha le forze: ai civili. Lasciamo perdere i militari».

[2] A quanto pare in Afghanistan la corruzione è divenuto un fenomeno endemico: nel governo, nell’esercito, nella polizia, nelle autorità amministrative. Ashraf Ghani, medico afgano filoccidentale nonché terzo candidato alle elezioni farsa di agosto ha detto: «Nel 2001 eravamo poveri ma avevamo una nostra moralità. Questo profluvio di dollari che si è riversato sull’Afghanistan ha distrutto la nostra integrità».

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