La rivoluzione dallo sgabellino

di Alessandro Bampa.

Tutti coloro che hanno minimamente a che fare con Padova devono averlo visto, è impossibile non notarlo almeno una volta accanto al Pedrocchi. Ogni venerdì dalle 11 alle 17 è lì, al centro dell’attenzione di tutti, pronto a sorreggere da solo il peso di chiunque abbia qualcosa da dire sullo scibile umano (lavoro, ambiente, politica interna, politica internazionale, religione: su qualsiasi cosa). È lo sgabellino portato da Ferdinando Piva Pozzati, l’ex iscritto al PCI di Comacchio – il partito lasciato subito dopo aver constatato come gli ideali nella politica ufficiale siano solo delle vuote parole – che dagli anni ’80 prova a cambiare le cose armato esclusivamente del piccolo sedile, il vero protagonista di tutto, quello che tramite il suo padrone passa sotto i piedi di tutti cittadini disposti a dire la loro su qualsiasi tema. Ferdinando lo ripete ogni volta: «Io non c’entro nulla, è lui che deve essere al centro della scena tramite i cittadini che lo usano per prendere la parola ed esprimersi». Ecco perché l’intervista a quattrocchi al termine della assemblea cittadina cui pensavamo va a farsi benedire: con lui ci sono almeno altre quindici persone, perché lo sgabellino porta avanti le idee di tutti, non di uno solo. Parte dunque una tavola rotonda.

Iniziamo a discutere dell’iniziativa, parlando di come il recupero della vita sociale nella sua forma primigenia e più semplice – il confronto in piazza – sia un atto rivoluzionario (e fuori legge: nel Paese dove la parola «libertà» è sulla bocca di tutti, parlare in piazza è un reato punito dal codice penale con l’articolo 654). La diagnosi è spietata: purtroppo ci siamo abituati a pensare secondo gli schemi impostici ex post che – nonostante le illogicità che si palesano ad una prima seria riflessione sul tema – sono ormai diventati vere e proprie abitudini. Già, quelle abitudini che «non permettono di modificare nulla» e che «hanno reso il popolo italiano terribilmente conformista e, dunque, servo» (Ferdinando dixit). Una collettività che ormai non può (o non vuole?) pensare, poco incline alla dialettica, al confronto, ad utilizzare cioè l’arma che dovrebbe aprire le coscienze dei cittadini tramite i dubbi e le argomentazioni del singolo, che possono da sole mettere in crisi i moloch che ci sono stati imposti dal potere; un’arma però forse spuntata, visti i problemi di comunicazione che saltano subito agli occhi di chiunque assista ad una delle assemblee cittadine condotte da Ferdinando: interruzioni continue, scontri ideologici a priori e, soprattutto, nessuna volontà di ascoltare l’interlocutore che sta provando a mettere in crisi i tuoi dogmi dall’alto dello sgabellino, quello che legittima le persone a parlare nelle riunioni (è l’unica regola dell’assemblea: si parla solo quando ci si sale sopra). «Tutta colpa del modello televisivo», chiosiamo tutti all’unisono.

Siamo al qualunquismo? Forse sì. Ma si tratta di quel qualunquismo salutare, da utilizzare per unire le persone, non per dividerle come invece fanno – sin dall’etimologia – i partiti (di qui la diffidenza anche per il Popolo Viola: «Il popolo deve essere uno, senza colori»). Ecco perché durante le assemblee torna spesso il termine «casta», che coinvolge tutti i partiti e i politici esistenti e prossimi venturi (anche Beppe Grillo? «Se consideri il sistema anomalo, devi combatterlo restandone fuori, senza fiondartici per farti infettare a tua volta». Dunque, probabilmente, sì, anche Beppe Grillo), tutti complici del disastro in cui versa l’Italia. Abbiamo detto complici, quindi non unici responsabili, perché i veri colpevoli sono altri, sono quelli che legittimano questo sistema. Chi? Ma noi cittadini ovviamente, i servi di prima. L’analisi degli amici dello sgabellino è spietata: «O si cambia noi, o non cambia niente. Bisogna ritornare a fare i cittadini, ovvero a controllare le istituzioni cui deleghiamo il nostro potere, bocciando col voto i rappresentanti che sbagliano». Il ragionamento è semplice: tutti noi italiani, senza distinzioni geografiche e politiche, abbiamo un problema, un Paese che non funziona causa incapacità più o meno dolosa di chi lo amministra; quindi, dobbiamo ri-unirci – «recuperare il senso di appartenenza ad una collettività» – ammettendo l’errore, lasciando da parte almeno all’inizio le nostre sacrosante differenze ideologiche, che torneranno in campo una volta che si sarà fatta piazza pulita dell’agone politico attuale.

Utopia? Probabile: l’uomo per sua natura difficilmente ammette l’errore. L’italiano poi in questo sembra essere il migliore, dato che continua a perpetuare lo stanco rito delle elezioni mandando al potere sempre i soliti noti (Giulio Andreotti è in Parlamento da quando questi è nato). L’obiezione, basata sul sano realismo (che è diverso dal pessimismo), non spaventa i nostri interlocutori: «Senza provare a realizzare gli ideali, tanto vale vivere». Chapeau.

Le premesse a questo punto sono chiarite, urge quindi parlare delle proposte concrete, l’eterno problema per chi vuole provare a cambiare le cose. Anche qui domina la semplicità del ragionamento: serve una «rivoluzione culturale» che parta dal singolo per estendersi alla collettività, un esame di coscienza che porti i servi a diventare dei veri cittadini. Come? Innanzitutto, tornando tutti a metterci la faccia, facendo passare in primis la fottuta paura di salire su uno sgabello per dire ciò che si pensa di fronte ad un’ottantina di persone al massimo, aprendosi al dialogo in prima persona, smettendo di delegare a capipopolo di cartapesta il proprio pensiero.

Lo spunto offerto dall’uso della coppia «rivoluzione culturale» è troppo ghiotto: sapendo che Ferdinando si avvale dello sgabello a Padova e Bologna (le uniche isole felici in cui per ora si chiude un occhio sul reato che vieta queste riunioni), le due città universitarie per eccellenza, chiediamo se nota una differenza nella partecipazione giovanile tra i due capoluoghi. La risposta è quanto mai caustica: «Le avevo scelte proprio per questa loro peculiarità. Purtroppo entrambe non sono minimamente all’altezza delle loro tradizioni di studi e della loro funzione di confronto tra saperi».

Già, il confronto, quello che sembra mancare sempre più nella nostra società, quello invece presentissimo (con tutti i suoi limiti ovviamente) con lo sgabellino, disponibile davvero per chiunque: ci sono i leghisti duri e puri pronti a dare la vita per Bossi, il nichilista assoluto che ti fa passare la voglia di mettere l’anima in qualsiasi cosa, lo studente cazzone, il pensionato, l’antiberlusconiano, l’operaio in pausa pranzo, etc.. Ci sono tutti, con le loro idee personali, spesso maieuticamente e faticosamente estrapolate da Ferdinando, che lascia spazio a tutte le posizioni in quanto convinto della necessità di ascoltare tutti, anche il ragazzo ancora convinto dell’esistenza di razze più o meno superiori, perché da chiunque c’è sempre qualcosa da imparare. Basta che questo chiunque superi la suddetta paura di esporsi su uno sgabellino, il punto al centro della piazza, della comunità, di noi stessi.

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