150 anni di Italia. Il mito, la rivisitazione, il disincanto.

di Alberto Bullado.

C’era una volta l’Unità d’Italia. Cominceranno così i libri di storia nei quali, tra qualche secolo, l’unificazione del nostro paese perderà il suo afflato epico, subendo quel fisiologico e doveroso ridimensionamento a cui viene solitamente sottoposto qualsiasi evento storico, per quanto pregnante. E magari in quegli stessi libri del futuro si racconterà di una patria e di un popolo che per il loro claudicante 150esimo anniversario si raccolsero stolidamente attorno ad un focolare di ricordi farciti di facilonerie e di quei miti e leggende che stanno alla base di ogni epica nazionale. E lo si farà con quel disincanto tipico dell’osservatore postumo. Ma senza dover aspettare secoli, certe considerazioni le potremmo già avanzare adesso, poiché il disincanto tipico dell’osservatore postumo, dopo 150 anni, ci dovrebbe già appartneere da un po’… Qualcuno non gradirà il tempismo (celebrazioni alle porte), tuttavia certe cose io credo che vadano dette.

Personalmente l’Unità d’Italia non è un evento che mi emozioni più di tanto. Lo registro come un dato di fatto non reversibile (non sono affatto un leghista), ma nulla di più. Un computo storico che ha sancito il destino di una nazione, come qualsiasi altra, e del suo popolo. E poi non mi vanno giù i toni che si sono soliti adottare in questo genere di diatribe. La prosopopea nazionalista non mi convince, così come l’entusiasmo di milioni di patrioti dell’ultim’ora. E non mi tange nemmeno un certo revisionismo ideologico. Si tratta semplicemente di riportare la memoria al realismo, di non far altro che porre la luce su aspetti dell’Unità d’Italia che già si sanno, ma che troppo spesso non si menzionano. In poche parole bisogna solamente prendersi la briga di ricomporre il puzzle. L’intento è semplicemente quello di rendere giustizia al nostro passato al di là di qualsiasi tipo di mistificazione, poiché, diciamoci la verità, la storia di questo paese, che comincia ufficialmente in quel lontano 1861, ce l’hanno sempre raccontata male. E questo per un motivo molto semplice: l’Unità d’Italia ci è stata sottratta dalle mani (e quindi il suo studio, il suo apprendimento, il suo approfondimento), quasi immediatamente, da una retorica a senso unico che l’ha resa un’entità sacra, intoccabile, inviolabile. Un mito fondante appunto, ma soprattutto un mito. Per questo motivo in tutti questi anni è stato difficile ribadire la verità, ma anche smentire coloro che per motivazioni politiche hanno calcato la mano su una rivisitazione di marca ideologica un po’ troppo forzata. Quindi da una parte la solennità di un patriottismo coriaceo, il martirologio, la favola della lotta di popolo (la barba rossa di Garibaldi, un personaggio un filino borderline, ma “buono”, “giusto” e “generoso”, un eroe dei fumetti, la barba nera di Mazzini, idealista da sfiorare il fanatismo, e quella a collare del furbo e lungimirante Cavour), dall’altra la revisione critica a sua volta divisibile in due filoni: A) coloro che rivalutano i meriti del sud borbonico: l’Unità d’Italia non è stata altro che una colonizzazione piemontese; B) coloro che la stigmatizzano in quanto progetto contrario ad un’Italia federale: in questo modo non si è fatto altro che arrogare sul groppone del nord, e della nazione, un sud arretrato e malavitoso. Per come la vedo io questi sono tutti discorsi che lasciano il tempo che trovano.

E quindi dove sta la verità? Sotto la sottana della leggenda. Tanto per cominciare: il Risorgimento, che avrà pure avuto una certa base popolare (però da non sopravvalutare), fu sostanzialmente opera di minoranze o, come si è soliti dire al giorno d’oggi, “un’operazione di vertice”. Da che mondo è mondo qualsiasi “rivoluzione” ha bisogno di una “mente”. Nulla nasce a caso e soprattutto si conclude dal basso. Per questo motivo non occorre provare imbarazzo nel ribadire che l’Unità d’Italia non si sarebbe potuta verificare senza l’apporto della massoneria piemontese, in combutta con quella internazionale e quindi con la diplomazia estera, inglese e francese, altrimenti non si spiegherebbe l’apporto dell’esercito. Garibaldi, un prode avventuriero, un po’ patriota e con le mani sporche di sangue (ai pacifisti da salotto va ribadito che la lotta per l’Unità non fu mica uno scherzo, anzi, si trattò di un’epopea, nel complesso, tra le più cruente della nostra storia) fu quindi pilotato e foraggiato da questo tipo di forze. Che non si trattò di una rivincita del popolo (che peraltro ancora non esisteva) lo dice il fatto che Mazzini fu accusato di terrorismo e banditismo e per questo motivo fu costretto a vivere nella clandestinità anche dopo l’unificazione.

Insomma, volenti o nolenti, Napolitano permettendo, la nostra Italia dev’essere più riconoscente verso i singoli, certe minoranze ed altre varie ingerenze esterne, nient’affatto disinteressate, che nei confronti del proprio popolo. Perché se fosse stato per la massa proletaria a quest’ora vivremmo ancora in una penisola “spezzatino”. In quel tempo la popolazione non era composta da quei patrioti dipinti nei quadri, ma per lo più da contadini analfabeti. L’adesione ai moti fu occasionale e minoritaria, mentre ebbero per la maggiore sentimenti di indifferenza o insofferenza. Il popolo fu quindi sostanzialmente estraneo al Risorgimento. Si verificarono episodi di partecipazione, ma da parte di artigiani, giovani e borghesi nelle città. Nelle campagne regnò al contrario l’inerzia. Lungo la spedizione dei Mille si verificarono delle rivolte anche fuori dai grossi centri urbani che vennero però recepite dai contadini come rivalse armate contro la proprietà fondiaria, tant’è vero che non pochi braccianti vennero fucilati dagli stessi garibaldini. Ma la leggendaria partecipazione popolare è più che altro smentita da un altro fenomeno difficilmente smentibile, il brigantaggio, una forma di opposizione popolare contro i “liberatori” (o invasori?) piemontesi. Per questo motivo, in un certo senso, l’Unità d’Italia potrebbe anche essere recepita come una guerra tra nord e sud, un conflitto che tra razzie, scorrerie, rastrellamenti, fucilazioni, ritorsioni, attentati e terrore non rese migliori le già terribili condizioni di vita sotto il regime borbonico: il caro prezzo che il meridione dovette pagare con il passaggio delle truppe borghesi e liberali che in seguito fecero l’Italia.

Ma non è finita qui. Il sud dovette subire, per via dell’abolizione dei dazi, il tracollo di una propria industria nascente ma ancora debole. Con l’Italia unita il rigido fiscalismo divenne in seguito un salasso (persino allora…). Inoltre la leva obbligatoria fu recepita nelle campagne come una vera e propria disgrazia. E come se non bastasse la politica antiecclesiastica di matrice massonica della borghesia al potere abolì quelle istituzioni religione che fino ad allora erano riuscite quantomeno a garantire l’assistenza ai più poveri e svantaggiati. Ma malcontenti e rammarici non si registrarono, nell’immediato, solamente nel meridione. Il Veneto ed il Trentino liberati dovettero presto fare amaramente i conti con l’amministrazione italiana, incomparabile con quella austriaca (tanto che ancor oggi c’è qualcuno che la rimpiange). Ma fu l’Italia intera a subire, grazie all’unità, l’ingresso all’industrialismo che rese ben presto la nostra nazione terra di migranti. Stiamo quindi parlando di uno stravolgimento umano e sociale da non sottovalutare. Del resto l’Unità venne sponsorizzata all’estero anche per questo motivo, e cioè per rispondere ad un’esigenza economica e mercantile. Una penisola divisa in molti stati e legislature cozzava contro un’ideale di libero mercato, lo stesso che ora ci costringe ad una semi servitù (su questo punto ci arrivo).

Conclusione: per tutta questa serie di motivi dovremmo quindi negare il valore di un processo di unificazione compiuto un secolo e mezzo fa? Non esattamente. Difatti è opportuno non fraintendere. Qui non si tratta di snobbare l’Unità, né di rivisitarla o di svergognarla agli occhi di noi contemporanei, ma di analizzarla per quello che è: un’inevitabile conseguenza storica della modernità. Infatti la nascita degli stati nazionali rispondeva essenzialmente all’esigenza di una borghesia che per ampliare i mercati aveva bisogno di abbattere le barriere dei regionalismi e delle piccole autonomie. Ecco giustificate le pressioni provenienti dall’estero di cui sopra. Solo che quest’idea di Risorgimento come azione elitaria cozza inevitabilmente contro la retorica che un popolo immaturo come il nostro si è nel tempo creato attorno. Ma anche qui, ribadire il ruolo determinante di certe minoranze rispetto al plebiscito popolare non significa sminuire il nostro passato. Primo perché la storia dell’uomo è quasi sempre segnata da grandi svolte sponsorizzate da minoranze influenti che si mettono alla testa di moti più o meno spontanei, secondo perché, malgrado tutto, il nostro popolo riuscì comunque a rifarsi.

Infatti l’Italia seppe in seguito dimostrare un certo spirito patriottico. Mi riferisco soprattutto al primo conflitto mondiale, un’immane tragedia che consolidò il nostro spirito unitario. Basti pensare ai numerosi episodi di fratellanza, la sofferenza condivisa, gli atti di eroismo. Peccato che di lì a poco ci pensò il fascismo nel dirottare la nascente anima italiana, finalmente popolare, in un delirio di onnipotenza persino grottesco nella rappresentazione di un imperialismo romanizzante fuori tempo massimo. Ma al di là della deriva estetica e morale (leggi razziali) va detto che l’amore patrio dovette fare i conti con la vergogna dell’ultranazionalismo, dell’espansionismo coloniale e dell’aggressività bellica continentale che portò il nostro paese alla rovina.
Da questo momento in poi occorre sfociare nel politicamente scorretto…

Cade il fascismo. E nasce la necessità di creare un nuovo mito fondante ora che un certo patriottismo post unitario, che aveva spinto l’Italia nell’abisso, era da rottamare. Parlo della Resistenza. Ora non è mia intenzione aggiungere troppa carne al fuoco, tuttavia per dare giustizia a questo intervento va detto che, come avvenne per l’Unità d’Italia, il dopoguerra venne sequestrato da una lunga, complessa e muscolosa mistificazione. Senza dilungarmi troppo, la Resistenza servì quindi per rimpiazzare, almeno momentaneamente, un mito logoro ed ambiguo e per rinfocolare un’italianità preda dell’erosione politica, dei suoi malcostumi e della corruzione. Ma si tratta di un richiamo che se da una parte risponde all’esigenza di una certa propaganda civile e politica, assieme all’ostensione “sacrale” della Costituzione Italiana, dall’altra trova il tempo che trova se si considera che la nostra stessa indipendenza, la nostra stessa libertà e le nostre leggi, sono al contrario messe quotidianamente alla berlina da entità sovranazionali. Quali? L’Europa unita, la moneta unica, il mercato finanziario. Si potrebbe andare oltre denunciando le speculazioni bancarie o ancora le pesanti ingerenze economiche in grado di fare il bello ed il cattivo tempo tra le scartoffie della nostra giustizia, ma sarebbe più opportuno citare la diplomazia internazionale. Ci siamo forse dimenticati della Nato, delle basi militari, dei soldati, delle bombe, delle flotte, degli aerei che ospitiamo nel nostro suolo?

Insomma, a voler andare a fondo, perforando impudicamente ogni possibile coltre di misticismo ed interdetto politico, ci si dovrebbe interrogare sul significato di certe retoriche e celebrazioni in uno scenario che non ci vede assolutamente liberi protagonisti del nostro destino. Infatti che senso ha decantare le lodi di una Costituzione in realtà cannibalizzata dai trattati europei? A qual fine rifugiarsi in miti al sapore della naftalina, così illogici ed antistorici se rapportati con il nostro presente? Forse per rispondere a certe provocazioni politiche, per esorcizzare fantasmi secessionisti (testimonianza di un’unificazione imperfetta) o forse per nascondere uno status quo ancora più sconfortante: un’Italia preda come qualsiasi altra nazione di un’Europa dei mercati, di un potere soverchiante ed usuraio, il medesimo in grado di erodere servizi sociali, pensioni, salari e di mettere in ginocchio, in barba a qualsiasi principio democratico, greci, irlandesi ed iberici.
Ecco perché le celebrazioni per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia non devono concludersi in un nulla di fatto, ma devono portare ad un simile ed amaro disincanto, l’unico mezzo per condividere finalmente qualcosa di concreto. Altrimenti a vincere sarà ancora una volta l’ebbrezza. E questa volta senza la Nazionale di calcio.

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