Cronistoria di uno stronzo (dibattito intellettuali Cam#04)

di Alberto Bullado.

L’intellettuale è uno stronzo. Lo è da sempre, da Aristotele fino ai giorni nostri a prescindere dall’età, dai vizi, dalle retoriche, quasi si trattasse di un fatto genetico o piuttosto endemico. Forse perché detentore di una certa forma di potere – l’esercizio del sapere, dell’intelletto, della parola – e/o di privilegi – ammirazione, prestigio ed il sottovalutato lusso di vivere nell’agio di un comodo e divertito disprezzo al cospetto delle miserie del mondo. In buona o cattiva fede l’intellettuale non può quindi che escogitare un’umana antipatia nell’animo di coloro che hanno a cuore la semplicità e l’umiltà delle realtà empiriche piuttosto che l’aureo respiro e gli arabeschi dei massimi sistemi, distanti, incomprensibili, forse inesistenti. Ed è per questo motivo che l’intellettuale, o quantomeno il suo archetipo, da venerabile ed imprescindibile è mutato nell’immaginario collettivo prima di tutto in uno stronzo, ed in seguito in uno stronzo dannoso, pericoloso, insopportabile, inutile. Quindi: sacrificabile.

A ben vedere il germe è già espresso in nuce nel termine latino intellectualis, colui che esercita facoltà intellettive superiori rispetto ai sensi e all’esperienza. È questa la chiave di volta, il lasciapassare filosofico capace per secoli di dare da mangiare a migliaia di palloni gonfiati. Nonché il fraintendimento, o errore epocale, nel ritenere l’uomo, e l’intellettuale, veicolo di verità, possibilmente una e incontrovertibile, come le migliaia di verità, uniche ed incontrovertibili, che del resto gli intellettuali hanno accumulato nei secoli. Non meravigliamoci quindi del pensionamento di una simile figura sociale, esistenziale o professionale che sia. Se è successo ci sarà un perché.

Andando con ordine in principio troviamo il sacerdote. La sacralità della propria investitura lo imponeva agli occhi dei semplici alla stregua di un oracolo. Il rapporto di subordinazione era palese e consolidato. Non si trattava solamente di un mero fatto gerarchico o di casta, ma di un imperativo più profondo, antropologico: violare il sacro significava infrangere un tabù. Quindi sfregiare un’istituzione, un potere che diversamente dagli altri incuteva un timore ulteriore, reverenziale, atavico, poiché schierarsi contro quel determinato interdetto significa opporsi ad entità invisibili, arcane, imperscrutabili, salvo agli occhi dei loro impiegati, si capisce. Il gioco ha funzionato secoli e si è mantenuto sostanzialmente costante malgrado i mutamenti delle ere. Cambiava l’involucro ma non il principio, che l’Umanesimo ha in seguito affinato in un nuovo luminoso ideale: l’uomo al centro del mondo. Il Medioevo è alle spalle ma si parla ancora latino. Il sapere, ampliato, è delle cattedre. Filosofia, alchimia, magia, scienza un amalgama inscindibile. La cultura ed il sapere si mantengono perciò pratiche iniziatiche. In quei tempi l’uomo costituisce pure la chiave di volta, ma in mano ai soliti noti, che naturalmente giocano il ruolo degli illuminati di turno. La differenza tra l’umanista ed il vecchio sacerdote è solamente superficiale. Se prima si parlava in nome di entità o verità iperuraniche ora lo si fa in nome di una collettività, anzi, troppo presto, di un ideale di uomo artefice del proprio destino. Quale? Naturalmente quello dettato dai dotti. Ci risiamo. Si capisce che si tratta di un circolo vizioso. La pillola viene indorata da un afflato politically correct, passatemi l’anacronismo, tuttavia vige ancora l’ipse dixit.

Dobbiamo aspettare la modernità, Zola, l’affare Dreyfuss e i francesi per sdoganare il termine intellettuale. La sua ribalta, la sua folgorante ascesa (che presuppone un bruciante declino) rappresentano forse il canto del cigno o quantomeno l’inizio della fine, poiché sarà la modernità a confinare l’intellettuale ai bordi della società. Nel frattempo l’intellettuale vive una stagione di successi perché se ne avverte un cronico bisogno: il mondo cambia repentinamente e l’uomo si interroga. La società si avvia alla modernizzazione, un processo instaurato dai Lumi e che infine ucciderà l’intelletto critico soppiantandolo con il pensiero unico. Si verifica quindi l’ultimo anelito febbricitante dell’intellettuale che nel giro di due secoli nasce ufficialmente (anche se ufficiosamente esiste da sempre), si istituzionalizza, prende il potere, rovescia il mondo come i propri calzini, e poi, dulcis in fundo, muore. Anzi, si uccide, portandosi dietro milioni di morti, l’ecatombe delle idee ed il destino dell’intero Occidente.

Ma occorre far attenzione a quest’ultimo passaggio. La contemporaneità ha infine forgiato un mostro ancor più inquietante: l’intellettuale impegnato, colui che per mandato civile si fa vece del destino di una collettività. La novità con il passato è l’imperativo politico in nome di una bontà pragmatica, anche quando essa non c’è, se non addirittura morale, etica e quindi epica: l’intellettuale come eroe a testa delle masse, capace, nella tragica realtà dei fatti, di scatenare catastrofi che non si riassumono nelle sole ed innumerevoli boutade consultabili negli annali, vedi utopie cilecca e jacquerie salottiere, ma che ritroviamo nel disarmante computo dei danni umani. Parliamo di guerre e rivoluzioni, tanto per intenderci, drammi che hanno lasciato nella memoria dei veri e propri vuoti demografici. Il ‘900 è difatti il secolo dell’ascesa al potere degli intellettuali, il cosiddetto Quarto Potere. E non a caso è il secolo nel quale si sono verificate le tragedie più immani della storia. Paradossalmente lo si ritiene un frangente storico nel quale è venuta meno la ragione e l’intelletto. E invece è proprio vero il contrario poiché si è trattata di un’epoca dominata dalle avanguardie, dall’idealismo, dalle militanze: tutti fenomeni creati, propagandati, spalleggiati, guidati da intellettuali. Ma evidentemente non sono bastati questi scempi per tenere a bada l’ego di questi eccentrici burocrati i quali da voce ed espressione del potere si sono saputi reinventare, guarda un po’, voce ed espressione del dissenso, giusto in tempo per cavalcare gli anni ruggenti delle contestazioni civili. Ecco quindi che tale aristocrazia del fine pensiero che dall’antica Grecia fino ai giorni nostri si è appropriata non solo dell’esercizio del sapere e quindi di una cultura intesa come bene patrimoniale ma anche della controcultura e di qualsiasi altra forma di esercizio alternativo della ragione. Un imperio, quello degli intellettuali, pervasivo, bulimico ma che non li avrebbe portati troppo lontano. I mass media, il Quarto Potere creato al fine di soggiogare le masse, infine è sfuggito loro di mano. Agli intellettuali non è quindi che rimasto un pugno di mosche.

Insomma, a prescindere dalle epoche, l’intellettuale ha manifestato a più riprese una fastidiosa ingerenza nei confronti della società. Sacerdote, cortigiano, vate, idealista, capo popolo, rivoluzionario: l’intellettuale, al di là dell’abito che indossa, anela potere, dominio, gestione cerebrale. Che si tratti di un imperativo sacrale, o politico, o morale, o culturale, l’intellettuale è portato congenitamente ad emergere e a prevaricare. Come un qualsiasi arrivista lo considera un dovere, un bisogno fisiologico e quando questo accade ecco che la società lo dovrà subire sulla propria pelle. Ma i nodi prima o poi arrivano al pettine ed ora è giunto il momento che anche agli intellettuali rendano conto di un curriculum che tra le altre cose è anche un drammatico dispiegarsi di ambiguità e contraddizioni. E invece no. Di fronte alla lobotomia ed al vuoto contemporanei prevale la retorica della piaggeria e della nostalgia. In parte consolato dalla solidarietà di qualche incauto, l’intellettuale contemporaneo, storicamente svilito dai propri precedenti, è un uomo frustrato, impegnato nell’isterico tentativo di riemergere, poiché pretende, in nome dei soliti imperativi, di ritornare al centro della scena.

Shakespeare diceva che la sventura costringe l’uomo a far la conoscenza di ben strani compagni di letto. E nel caso degli intellettuali si dovrebbe parlare di orge incestuose. Orge, poiché si tratta di rapporti consumati in lenzuola affollate da una fauna eterogenea: politici, militanti, prostitute, personaggi dello spettacolo ed infine, appunto, intellettuali. Incestuose, poiché consumate, in molti casi, tra compagni, fratelli, parenti. Infatti non si può parlare di intellettuali se non si fa riferimento al loro connaturato corporativismo. In proposito Woody Allen, scherzandoci su, parla di mafia e non ci va mica troppo lontano. L’impronta della società a delinquere c’è, parlo in astratto, così come la tendenza all’imparrocchiamento, all’intruppamento coatto in nome di un fine ultimo comune. E se esiste un termine che genera un’antipatia superiore a “intellettuale” questo è proprio “intellighenzia”, che ci proviene dalla Russia del XIX secolo, ma che ora come ora stride ai nostri orecchi poiché suona sgraziato come sinonimo di lemmi maggiormente aggiornati quali “cricca”, “casta”, “combriccola”, e cioè rappresentazioni di circuti chiusi, autarchici ed autonomi, ma anche velatamente truffaldini, maligni, sovversivi. L’intellighenzia da parte sua scava, cerca di penetrare la corazza che la separa dal resto del mondo. È in cerca di visibilità, prima ancora che di credibilità, e questa insana e claudicante ricerca porta talvolta gli intellettuali a prestarsi a compromessi degradandi: qualsiasi cosa pur di riconquistare un rango ed un prestigio perduti, alla stregua di una nobiltà decaduta. Riusciranno questi scapestrati nell’intento di riportare in auge l’ancien régime?

Appellandoli nel modo espresso in incipit c’è da giurare che prima o poi tale progenie riuscirà a tornare a galla. Prima che di un’eventualità si tratta di una legge fisica. Tuttavia basterà dare uno sguardo al passato per accorgersi che le prospettive potrebbero migliorare un recond di flop già di per sé imbattibile. In questo momento è già possibile intravvedere la loro ombra allungarsi non già sui i nostri destini ma all’interno di certi palinsesti mediatici sì, cercando di rendere, come in passato, l’uso pubblico e politico della ragione, e della cultura, un dogma, e nel contempo farci credere (e questa è una cosa che solitamente a loro riesce) un bene di tutti. Eppure la cronistoria degli intellettuali, di questi stronzi preziosi ed irrinunciabili, pare ad un occhio attento e smaliziato il racconto a posteriori del reiterarsi di una prassi discutibile, per premesse e conseguenze. La chiave di volta è sempre la stessa dall’alba della civiltà fino ai giorni nostri. Questa superiorità nei secoli pretesa ma poche volte meritata, questa ragione preminente in mano di pochi per il bene di molti. A conti fatto di cosa stiamo parlando se non di un’oligarchia plurisecolare bella e buona? Una cosa però è certa, con l’imperio degli intellettuali, contrariamente a quanto sta accadendo ora, l’uomo si mantiene sì artefice del proprio destino, ma anche carnefice dello stesso. È questo quello che vogliamo? Sì? Allora prepariamoci ad un altro giro della giostra.

Questo articolo rientra in un dibattito più ampio affrontato dal nostro ultimo numero di Conaltrimezzi:

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One Response to “Cronistoria di uno stronzo (dibattito intellettuali Cam#04)”
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  1. […] Gli intellettuali non sono degli stronzi. Certo, qualcuno lo è stato ma non tutti. La maggior parte di loro ha avuto semmai la sola colpa di essere stata inutile per il progredire della società, ma delle innumerevoli persone che hanno messo piede sulla Terra quante potrebbero dire il contrario di se stesse? Anche se tutto dipende dal concetto personale che si dà alla parola “inutile”, credo che poche persone possano autodefinirsi storicamente fondamentali. Inoltre, se le false verità che gli intellettuali hanno proposto sono state prese per buone, la colpa  è da attribuire anche alla collettività che le ha accettate e fatte proprie. Voglio dire, se diamo dello stronzo all’intellettuale in generale, se lo accusiamo di essere pericoloso, è come se dicessimo lo stesso a tutto il genere umano che non si è opposto ma ha assecondato il pensiero di certi intellettuali. […]



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