“Esorcisti” – Racconto

di Alberto Bullado.

L’annuncio diceva più o meno così:

«Se avete bisogno di aiuto contro diavoli, demoni e satanassi, in città c’è finalmente qualcuno che può aiutarvi. Se avete problemi con Beelzebub, se pensate di essere posseduti da entità negative, se conoscete qualche indemoniato, se avete il presentimento che a casa vostra vi siano presenze maligne, se per qualsiasi altra ragione avvertite l’ombra di Satana attentare la vostra vita allora contattateci e verremo ad esorcizzare ogni vostro male».

Di seguito il numero di telefono e nient’altro.
In chiusura Don Gino avrebbe voluto aggiungere: Parola di Dio solamente che il sottoscritto non aveva voluto, perché non aveva voluto Marlene, che a quell’epoca era il mio boss, ovvero la mia fidanzata.
«E va bene» ci aveva detto Don Gino rimpicciolendo gli occhi già di per sé minuscoli e miopi «ma ricordate che noi non siamo nulla di fronte a Satana. Senza il potere che ci perviene da Dio siamo delle mezze seghe. Niente e nessuno è in grado di scacciare il Diavolo se non l’Altissimo».
Marlene, arrotolandosi un dreadlock tra le dita aveva detto: «Vai a fare in culo prete. Sei semplicemente ridicolo».
Don Gino le aveva sorriso mostrandole il dito medio. Una volta usciti per strada il prete mi aveva preso per la spalla. Senza Marlene tra i piedi aveva l’opportunità di parlarmi liberamente.
«Lo sappiamo entrambi che la tua ragazza è una puttana senza cervello. Sei libero di darle retta finché vuoi, però ricordati che questa cosa non porterà nulla di buono». Accendendosi una sigaretta, il prete non mi lasciò il tempo di replicare. Non si aspettava veramente una risposta. Perché sapeva di avere ragione. «Quanto alla storia dell’intercessione divina sappi che ci vuole Dio per poter cavare un ragno dal buco in questo sporco lavoro». E che si trattasse di un lavoro sporco si rivelò presto certo, anzi certissimo, già alla nostra prima uscita. «Ricordatelo».
Una divorziata al quarto piano di una palazzina in via del Battistero. Ci aveva chiamato dicendo di sentire il diavolo in corpo. Aveva sempre caldo e sentiva delle voci provenienti da chissà dove.
Non ci era voluto molto per capire che la donna non era realmente indemoniata, come del resto tutti i casi di esorcismo che vennero dopo. In realtà la signora era una persona molto sola. A turno, io e Don Gino, per poterle placare il suo terribile male, avevamo proceduto nell’unico modo che il prete aveva ritenuto opportuno.
Si chiamava Lucia, sui quarantacinque anni. Una bionda platinata che odorava di lacca. Una tardona benestante come quelle dei film. Aggiungici la vestaglia vedo non vedo, lo sguardo annebbiato dalla Fluoxetina, l’alito che sapeva lievemente da bourbon ed il suo appartamento signorile vista duomo nel quale potersi godere della compagnia della donna delle pulizie e del cane.
Ricordo ancora quel lungo pomeriggio.
Uscito per la terza volta dalla camera da letto, un Don Gino sudato e spettinato mi aveva confidato: «Era dai tempi del seminario che non si scopava così».
Contemplandogli le lenti appannate gli avevo chiesto: «Sicuro che la vecchia non c’abbia davvero un diavolo in corpo?».
«Per l’amor del cielo, certo che ce l’ha». Don Gino, pulendosi le lenti spesse come fondi di bicchiere. «E infatti l’esorcismo che stiamo attuando è quanto di più consono in casi come questi. Dobbiamo sfiancarla».
Peccato che fino a quel momento era stata lei a sfiancare noi.
Probabilmente il prete mi aveva letto nel pensiero perché un attimo dopo aveva aggiunto. «Certo, sarà dura finché non recupera tutti gli arretrati». E quel sorriso, un ghigno che naturalmente stonava nella faccia di un prete. Ma tante altre cose stonavano addosso a Don Gino. Compreso l’abito talare e l’orecchino. «Il suo ex marito era un chirurgo plastico».
«L’avevo notato».
«Ha fatto un buon lavoro. Tette del genere sono impossibili da trovare anche in una ventenne». Rimettendosi gli occhiali, Don Gino aveva commentato: «Che Dio l’abbia in gloria».
Dalla semipenombra di quella stanza tappezzata a gigli fiorentini, una voce chioccia.
«Allora? Non ditemi che siete già stanchi!».
Don Gino mi aveva battuto la spalla. «Ora è il tuo turno caro». E mentre parlava si accendeva una sigaretta.
«Quanto credi durerà ancora questo esorcismo?». Dal tono chiunque avrebbe intuito la mia apprensione.
Don Gino, sbuffando fumo, aveva cercato di rassicurarmi. «Ora tu entra e fai quello che devi fare. Stasera sarò lieto di confessarti per le reiterate fornicazioni perpetrate quest’oggi, anche se a fin di bene. Mentre sarai lì dentro vado a cercare qualcosa per stenderla definitivamente. Da qualche parte avrà pur nascosto quei merdosi psicofarmaci».
Stanco e rassegnato non potevo intuire cosa sarebbe successo di lì a poco. «D’accordo. Ma per l’amor di Dio allontana da me questo fardello al più presto».
Don Gino aveva sorriso benevolo. «Non ti devi preoccupare. Lassù Qualcuno ci guarda e fa il tifo per noi».
Dalla camera da letto ancora quell’orribile voce. Le vie del Signore saranno infinite ma pure il cazzo di Diavolo non scherza.
«Arrivo».
«Forza campione». Don Gino mi aveva spinto dentro la stanza. «Abbi fede».
Di fede ne ebbi molta, ma quando uscii dalla camera da letto trovandomi Don Gino con una bottiglia di vino in mano, ecco, in quel preciso momento salmodiai una lenta e muta preghiera. Alle mie spalle sentivo avvicinarsi il profumo della matrona. Avevo cercato di non immaginarmi il suo volto sfigurato, le schegge di vetro negli occhi, le urla e il sangue che sgorga copioso sopra il parquet in rovere misto al Valpolicella. Incrociando lo sguardo di Don Gino avevo cercato di fermarlo.
L’unica cosa che ottenni fu un sorriso carico di pericolosi sottintesi.
Naturalmente sull’annuncio cambiammo numero di telefono. Questo per non fare in modo che i nostri vecchi clienti potessero rintracciarci nuovamente. E non fu nemmeno l’ultima volta. Tuttavia Don Gino aveva questo potere: quello di possedere numerose schede di cellulari sottratti a tossici che aveva conosciuto nelle comunità di recupero. Cellulari che a loro volta erano stati rubati a qualcun altro per essere combinati con dosi di eroina. Naturalmente Don Gino aveva altre mille risorse. Era un uomo dall’insospettabile industria e questa in sostanza era la ragione per la quale lui era il boss mentre il sottoscritto il suo devoto tirapiedi. Non che la cosa mi potesse dispiacere. Avere a che fare con quel diavolo d’un prete significava cacciarsi sistematicamente nei guai. Tuttavia la sua trovata di reinventarci esorcisti non era stata una cattiva idea.
Prendi un paese di santi, diavoli e satanassi. In un medioevo moderno dove un normale disturbo sensopercettivo viene scambiato per il manifestarsi del maligno, dove una colite viene interpretata come una possessione, dove qualsiasi alterazione di flusso ideativo, qualsiasi paranoia, nevrosi, cefalea è per forza di cose conseguenza di un malocchio. Uremia, porfiria, lupus eritematoso, ciste anale, diarrea, qualsiasi cosa pur di giustificare la presenza del Diavolo ed il bisogno di Dio.
In un paese come questo io e Don Gino eravamo i Ghostbusters che centinaia di miserabili stavano cercando.
La faccenda della tardona divorziata ci aveva fruttato più della normale parcella. Oltre ai soldi, dall’appartamento era sparita ogni altra cosa di valore. E la tardona divorziata era una ricca tardona divorziata da un chirurgo plastico.
Con la sigaretta in bocca, Don Gino apriva armadi e rovesciava cassetti, recitando preghiere di redenzione che sapeva soltanto lui. «Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo… eppure quella troia aveva i suoi diversivi». Il prete mi aveva lanciato qualcosa che avevo afferrato al volo. Un dildo nero. Il più grande che avessi mai visto. «Ma la carne è carne. E la carne è debole… Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo batti cinque».
Aggirandosi per le stanze Don Gino continuava a pregare e cercare e rovistare e pontificare su cose e persone, finché non fu il momento di levare le tende.
«Lavorare per Dio ha i suoi indiscutibili vantaggi» amava ribadire il prete. «Solamente che per gente come noi, che ha a che fare più con Satana che con l’Altissimo, c’è una controindicazione mica da poco».
Don Gino amava paragonarci a delle anime semidannate, appese per i polsi e le caviglie sopra le fiamme dell’inferno.
«Gente come me e te amano rosolarsi le chiappe come in un pericoloso barbecue. Un dolore lento che oserei dire mistico, un piacere estatico e liberatorio che ci riconcilia con la purezza della fede. Però…» già, c’era un però «… un giorno quella corda che ci tiene appesi come salami sopra l’Abisso potrebbe spezzarsi. E una volta finiti laggiù, nessuna preghiera potrà mai giungere alle orecchie del Signore».
Quindi, dato l’andazzo, non c’era da essere molto ottimisti. Ma Don Gino mi aveva spiegato di non aver paura. «In quel caso si tratterebbe solamente di cambiare giurisdizione».
Sgommando per le piccole stradine di sanpietrini del centro, Don Gino suonava il clacson per non investire i passanti.
«Liberiamo la gente toccata da Satana commettendo peccati più gravi». Spiandomi con la coda dell’occhio il prete aveva poi aggiunto: «La gente può credere quello che vuole. Ma questa per me è pura carità cristiana».
Già. Finché la corda, un giorno, non si spezzò.


Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: