Saviano non sa scrivere?

di Alberto Bullado.

A chi scrive, Roberto Saviano escogita sensazioni contraddittorie. Da una parte c’è l’insofferenza, e diciamo pure l’antipatia, nei confonti del Saviano martire, oracolo, eroe civile, guru mediatico, e di conseguenza il Saviano prezzemolino televisivo, vittima e vittimista, dall’altra l’insofferenza, e diciamo, anche in questo caso, l’antipatia, nei confronti dell’antisavianismo di destra, quello incolto e raffazzonato (“Saviano lucra sputtanando l’Italia”), così come quello di una certa sinistra snob che considera lo scrittore come l’ennesima operazione di marketing e poco altro. Detto questo va detto che il sottoscritto ha difeso e criticato Saviano a seconda dei casi. Per esempio trovo ingiustificato un certo accanimento nei suoi confronti, fazioso e strumentale, ma biasimo anche certe posizioni e atteggiamenti del partenopeo, che, diciamolo, non è altro che uno scrittore, uno come tanti (ma con più carisma e appeal mediatico) probabilmente da ridimensionare dal punto di vista letterario. E questa volta la politica non c’entra. La questione verte sulla grammatica.

L’antefatto: Antonio Socci (lui invece mi sta proprio qua) scrive un articolo su Libero (che linkerei volentieri se solo fosse presente sul web…). La tesi di fondo è piuttosto gustosa: Saviano non sa scrivere. Stralci testuali alla mano, gli errori di forma, grammatica e sintassi sono evidenti. Congiuntivi, frasi zoppicanti, espressioni che vacillano dal punto di vista della logica. Frecciatine giustificabili. L’invettiva inizia con le solite rassicurazioni di rito: “io non ce l’ho con Saviano”. E difatti: «nonostante la macchina propagandistica che ne ha fatto una specie di “Madonna Pellegrina” continuo a ritenerlo un bravo giovanotto di provincia, un ragazzo coraggioso, seppure abbagliato dal successo. E mi fa simpatia. Anche tenerezza». Non sia mai che il lettore confonda l’intervento come un attacco strumentale ad orologeria nei confronti di un Saviano che passando alla “concorrenza”, dalla Mondadori alla Feltrinelli, ha di conseguenza dirottato una buona fetta di vendite ed introiti. Tuttavia, al di là di certe faide, l’articolo di Socci va dritto al nocciolo della questione. E malgrado la firma ed il giornale che lo ospita, bisogna ammettere che si tratta di una critica condivisibile. Del resto Saviano non è nuovo a detrazioni letterarie, basta pensare agli spunti polemici di Massimiliano Parente, scrittore rompiballe che collabora con Il Giornale, che pur affondando spesso il pedale nell’ironia, si premura di criticare Saviano dal punto di vista “artistico”. Ma la critica più considerata nei confronti dello scrittore partenopeo arriva dalla penna di un intellettuale di sinistra, Alessandro Dal Lago. Si veda Eroi di carta, il caso Gomorra ed altre epopee (saggio di cui si serve lo stesso Socci per criticare Saviano). Siamo alle solite: per sfatare un mito della sinistra ci vuole uno di sinistra, malgrado Saviano, non tutti lo sanno, non sia affatto di sinistra, e malgrado le critiche non dipendano in questo caso da ragioni extraletterarie. Paradossi inestinguibili nel nostro Belpaese di Pulcinella… Ma l’ultimo passaggio di tale vicenda non ci arriva dalla carta stampata (Saviano latita e a quanto ci risulta non risponde alle critiche), ma dalla televisione: nelle nostre reti commerciali circola infatti uno spot, lo avrete visto anche voi. Assieme al Corriere della Sera esce un supplemento: Io Scrivo, corso di scrittura a puntate (libro + videointervista). Prima uscita: Roberto Saviano. Chapeau.

Qualche esempio dei pasticci e delle smagliature di prosa dello scrittore partenopeo? In Gomorra vi sarebbero espressioni goffe, un po’ così e così, che non suonano benissimo all’orecchio più allenato: Es. «la mia faccia era diventata conosciuta»; «(come) due topi che percorrono la stessa fogna e si tirano su per la coda». Socci concorda con Dal Lago quando dice che uno scrittore dovrebbe padroneggiare un vocabolario da scrittore. Eppure Saviano parla di: «motorini che ti sbirciavano», di «mappare ciò che è finito», di «fissare una guerra di camorra nelle pupille» e della «rabbia che sa di succo gastrico». Ma il mio preferito rimane: «mi svegliai con un imbarazzo tremendo perché dal pigiama, indossato senza mutande, penzolava una chiara erezione non voluta». Caro Saviano, se la tua erezione “penzola” ci dev’essere qualche problema… Poi ci sono i possessivi: «I Marino erano stati obiettivi primi della faida. Avevano bruciato le sue proprietà»; le ripetizioni: «l’attrazione turistica per turisti»; le espressioni bislacche: «prima di tirare il grilletto con tutta la forza dei due indici che si spingevano a vicenda». Passando al nuovo libro di Saviano, Vieni via con me, esaminando la sola anticipazione pubblicata da Repubblica, si incappa nella maledizione di qualsiasi scolaretto italiano: i verbi. «Una storia che cammina dritta, prevederebbe a questo punto che don Giacomo porti i ragazzi al Nord e lì se ne occupi»: due congiuntivi al prezzo di uno (l’articolo su Libero riportava altri esempi oltre a questi, ma sfortunatamente non si trova in rete). E tutto questo è frutto di uno degli scrittori più letti e stimati in Italia e all’estero.

Dal mio modesto punto di vista, in questa vicenda la bontà letteraria di Saviano se ne esce, quantomeno, un poco sbugiardata. Il trono su cui lo scrittore è assiso, da un punto di vista squisitamente letterario, vacilla. Soprattutto se si considerano le valutazioni negative di Dal Lago in merito alla lingua semplificata (che però non è necessariamente un difetto), all’impianto narrativo scadente, allo stile incerto e goffo, all’uso di una prima persona che è di volta in volta io-narrante, io-autore e io-reale (oscillazioni che generano una certa confusione). Insomma, abbagli e malintesi che uno scrittore di tale successo dovrebbe evitare. Dopotutto, contrariamente a quanti portano Saviano su di un palmo di mano, egli è da ritenere un essere umano, fallibile come chiunque altro. Nulla di trascendentale. Tuttavia, se da una parte vi è il Saviano uomo, essere imperfetto, da biasimare quando occorre, dall’altra vi è uno strano fenomeno che non si riesce a giustificare razionalmente. Mi spiego meglio. Come tutti sanno, prima di andare in stampa, un manoscritto viene passato al vaglio di vari editor e correttori di bozze i quali hanno appunto il compito di correggere, limare, cambiare, adattare il testo con la mediazione dell’autore. L’intento è quello di migliorarlo, di renderlo più piacevole, agile, commerciabile, o anche solamente di depurarlo da errori, sviste, refusi tipografici, espressioni oscure, inestetismi, eccetera, eccetera. Un passaggio normale, obbligatorio. Ebbene, c’è da chiedersi perché questa cosa non debba valere per Saviano, al quale sembra che nessuno abbia il coraggio di osservare alcunché. Da quello che si legge parrebbe che il nostro goda il lusso di stampare ciò che scrive senza intermediazione alcuna. Eppure tutti sbagliano, anche i più grandi. A tutti può sfuggire uno o più errori. Infatti qui non si tratta di far le maestrine saputelle con la penna rossa in mano, per carità, chi è senza peccato scagli la prima pietra, ma di far notare un fenomeno quantomeno curioso. Perché i libri di Saviano non vengono corretti? E perché Saviano, rileggendosi, qualche volta gli sarà pure capitato, non si accorge, anche a distanza di tempo, dei propri inciampi?

Ed a farcelo notare non sono di certo i suoi lettori, che magari non leggono molti altri libri, ma i vari Socci, Parente, Dal Lago, gente che rompe le uova nel paniere di Saviano, il quale tace. (S)Fortuna vuole che in sua difesa accorra una certa critica pronta a giustificare qualsiasi cappella dello scrittore con la classica, ed oramai stucchevole, alzata di scudi contro quella “macchina del fango” (un termine di moda) imbastita dal regime per screditare la voce di chi osa schierarsi “contro”. Peccato che qui la politica, come precisato più volte, non c’entra. Si tratta di una questione di stile. E forse anche di buon gusto e lucidità intellettuale.

Quindi cosa dovremo desumere? Che Saviano non è altro che un personaggio simbolo di una certa sciatteria letteraria, intellettuale, estetica che piace solo ad un’accozzaglia di analfabeti? Un santino buono per soddisfare un appetito nazionalpopolare pressoché disattento ed illetterato forte di una certa fascinazione mediatica che gli garantisce un’incondizionata solidarietà? Probabilmente si esagera. Ma una cosa è certa: il Saviano grande autore, il Saviano scrittore, il Saviano firma, penna, artista, prosatore, è un Re Nudo, tanto quanto quell’Italia gretta, sporca e corrotta che descrive. Nudo come qualsiasi essere umano. Ma il suo pubblico, che l’ha elevato alla stregua di un Vitello d’Oro, sarà in grado di farsene una ragione?
In un coup de théâtre finale mi va di concludere rigirando la frittata e lanciando un’ultima provocazione. E se invece avesse ragione Saviano? Che occorre scrivere in “itagliano”, agli “itagliani”, per parlare non dell’Italia che fu ma dell’“Itaglia” che c’è? È forse un errore piacere alla massa e scrivere come e per lei?


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5 Responses to “Saviano non sa scrivere?”
  1. tommaso ha detto:

    effettivamente gli errori potrebero non essere recepiti come tali né da Saviano né dai lettori né dai correttori di bozze perché fanno parte di un modo di esprimersi maccheronico che riguarda ahimé un po’ tutti. Probabilmente in Saviano si dà più importanza al contenuto che alla forma. Sbagliando.

  2. Francesco Terzago ha detto:

    Manca una benedetta nota introduttiva. Si presume, infatti, che per bollare come illetterario qualcosa si debba innanzitutto definire che cosa ai nostri occhi sia letterario – ma nel caso di questo articolo si correrebbe il rischio di fare uno di quei pedanti discorsi prescrittivi, passatemi la provocazione: da maestrina delle elementari – in pratica dovremmo stilare delle liste, proporre un canone (sic), quelle cose niente più e niente meno discrezionali, e forse anche un po’ fasciste. Un libro deve essere in primo luogo un buon oggetto di intrattenimento – perché il 95% delle persone là fuori non sono interessate alla variatio o a sottolineare con la penna rossa un pleonasmo (dovreste fare lo stesso tiro a Manzoni!), anzi, se a queste viene data la possibilità di ricevere un messaggio veicolato con quel codice che ben conoscono – perché è la loro Patria – come direbbe Pessoa, va da sé che saranno meglio disposte a riceverlo. Eppoi la grande letteratura ha sempre attinto a piene mani dalle varietà parlate della lingua, non è che proponga una interminabile lista di nomi. Dai, parlare di un codice standard per la letteratura italiana del nuovo millennio puzza di rigurgito purista. E se poi Saviano commetta degli ‘errori’ volontariamente o involontariamente poco cambia – nel primo caso darebbe prova di certe sue competenze, nel secondo – invece – dimostrerebbe una cosa che dovrebbe essere ben chiara a tutti, che ogni istanza conservativa, quando si parla di lingua, viene prima o poi abbattuta, che le incursioni di neo-standard di oggi saranno l’italiano standard di domani – nulla frena l’evoluzione dell’italiano e non c’è niente di positivo o negativo in questo, è un dato di fatto. Infine vorrei ricordare che a un libro si chiedono coerenza interna e coesione, che ogni libro parla una lingua tutta sua, ed è proprio questo il gusto della letteratura.

    • Tommaso ha detto:

      é interessante la questione della lingua, magari si potrà approfondire in seguito. Per quanto riguarda Saviano il problema è capire fino a che punto l’autore è libero di tirare la corda con la lingua e quando in vece semplicemente si esprime male o ha una qualità medio bassa di scrittura. In un’ intervista Saviano disse di aver molto ammirato da giovane Landolfi, uno scrittore che ha fatto dello stile una ragion d’essere e quindi è un po’ strano ritrovarsi a parlare di imperfezioni stilistiche e lessicali di Saviano, evidentemente ha optato per uno stile giornalistico comunicativo per allargare il più possibile la maglia dei suoi lettori. Per fortuna oltre allo stile c’è il contenuto ed evidentemente è quello che viene evidenziato in Saviano. Del resto Vittorini diceva che “Che fare?” di Cerneacevski era un romanzo brutto, però è considerato un romanzo importante. Benjamin diceva che solo il bravo artista può veicolare il giusto messaggio politico, insomma qui il dibattito si potrebbe amplificare all’infinito.

    • conaltrimezzipd ha detto:

      la nota introduttiva c’è: il presupposto che si parla di grammatica e in un certo qual modo di stile. se si sbaglia la grammatica si ha a che fare con un errore. punto. vogliamo non dar retta alla grammatica? ok, ma allora questo è un altro discorso difficile da accettare secondo vari punti di vista. d’accordo con francesco su purismo e canone fascista, ed in questo articolo non ce n’è manco un grammo dal momento che il sottoscritto è stato il primo a lanciare la provocazione che, volontariamente o meno, la scelta di saviano di scrivere come parla e parlare come mangia, alla stregua della maggior parte degli italiani, è probabilmente vincente dal punto di vista del pubblico. ma può non essere dello stesso avviso la critica. infatti non sta neanche bene affermare che qualsiasi innovazione del neo italiano vada accettata così com’è per un semplice dato di fatto. troppo semplice. del resto la nostra lingua è frutto di un lungo iter conservativo, di tanto in tanto mediato da qualche incursione inevitabile da parte dell’uso. non fosse stato così ora l’italiano sarebbe un’altra lingua.
      e poi nel caso di saviano e di questo articolo non si ha esattamente a che fare con un nuovo linguaggio, ma di cortocircuiti del linguaggio. basta rileggere certe espressioni, dall’erezione che penzola, ai congiuntivi, che il neo italiano vorrebbe eliminare. e quindi, se così fosse l’intento di saviano, perché non eliminarli? lo scrittore invece li canna sbagliando il tempo verbale. e non si capisce perché la cosa non sia passata al vaglio dei correttori. dico io: benissimo. la maggior parte della gente manco se ne accorge. ma non si può nemmeno far finta di niente. insomma, o si accetta che la lingua, la frase, ha delle sue strutture e regole (cosa peraltro dimostrata fino a Chomsky ma contestata da altri) e di conseguenza si pone una questione di valore a proposito della lingua (esatto o scorretto, buona o cattiva scrittura), oppure si avanza l’idea che non vale la pena seguire la norma in nome di un ricambio linguistico inesorabile che parte dal basso. un fenomeno che di fisiologico però, se andiamo a vedere la nostra stessa tradizione, ha poco, proprio perché la lingua è soprattutto parlata, ma quella scritta obbedisce ad istanze di vertice al contrario dei nostri gerghi. e quindi a quando romanzi scritti con le “k”, le abbreviazioni da sms o le faccette? qualcuno già lo fa e vende: segno dell’approvazione del pubblico. un qualcosa di inevitabile? probabile. di incontrovertibile? anche no. o forse sì… e quindi, di fronte all’impossibilità di esprimersi in favore della norma, è giusto mettere sullo stesso piano autori A e autori B? letteratura A con letteratura B? siamo sicuri?
      in poche parole, la domanda è questa: è ancora possibile dare un giudizio di valore, o di gusto, alla lingua o allo stile? no se passa il concetto, come lo si vuol far passare, che la lingua non si può sottoporre a canoni, regole e, di conseguenza, ad una valutazione di qualsiasi tipo. viva moccia?

  3. Francesco Terzago ha detto:

    La composizione di una frase non risponde a un sistema normativo ma di regole, Moro arriva a sostenere la possibilità che qualsiasi frase enunciabile da un essere umano risponda a particolari presupposti bio-linguistici. Chomsky e norma non hanno nulla a che spartire, il lavoro di Moro del resto, parte dal concetto di grammatica generativo trasformazionale. Questa, fino a prova contraria è scienza; la critica è tradizione, gli strumenti della critica non sono quasi mai scientifici: anche la critica di stampo psicoanalitico non ha nulla a che vedere con la scienza. Per questo motivo le ultime provocazioni di Odifreddi sui sistemi valutativi del mondo umanistico sono sacrosante. Ad ogni modo, totale rispetto per la tradizione se, quando se ne parla, si tiene conto del fatto che
    1) si è formata discrezionalmente e in modo elitario.
    2) propone canoni e sostiene tesi che non sono dimostrate attraverso gli strumenti della scienza.
    3) è la rappresentazione, fino al romanzo d’appendice, fino al romanticismo, di una esigua porzione della popolazione.
    4) è sedimentata, storicizzata e indiscutibile nelle sue fondamenta, è una dottrina.

    La letteratura nell’epoca della globalizzazione andrebbe analizzata con gli strumenti di 1) linguistica, 2) sociologia. Per questo il N.I.E. resta una delle poche cose decorose che sono avvenute negli ultimi anni nel panorama letterario italiano, al di là del oggettivo successo di pubblico. Ragazzi, dovremmo iniziare a parlare un po’ più di editoria, perché un libricino del Sanguineti di turno, del De Angelis, e compagnia cantante vende 2000-3000 copie, dobbiamo stare dietro a produzioni letterarie che hanno una diffusione omeopatica – gli italiofoni sono ben più di 60.000.000 nel mondo!

    A presto, e comunque voglio ancora complimentarmi con voi per questo progetto.

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