Bob Dylan, un piccolo-borghese in Cina

di Alberto Bullado.

Uno come Bob Dylan non può andare in Cina per turismo. Perché Bob Dylan è Bob Dylan. E perché la Cina è la Cina. Un suo concerto, in un posto come quello, non potrebbe che finire in una rivoluzione, o quantomeno in un affaire un poco pirotecnico. Tant’è vero che il sig. Zimmerman c’ha messo un bel po’ prima di riuscire ad approdare in suolo cinese, giacché il governo gli aveva più volte rifiutato il permesso, non di soggiorno, ma di potersi esibire in una serie di date. Come si sa, lì in Cina hanno un qualche problema con la libertà di pensiero. E poi figuriamoci se il nostro avesse potuto condurre a suo piacimento le redini del gioco se persino agli Oasis era stato a suo tempo proibito di esibirsi (perché 12 anni prima Noel Gallagher aveva partecipato ad un concerto per la liberazione del Tibet).

Infine il menestrello dei movimenti di protesta americani degli anni ’60, il mito anticonformista, il cantore del dissenso, ce la fa. In Cina ci finisce per davvero. E che succede? Scoppia il finimondo? Macché. La tournée fila liscia come l’olio. E questo perché Bob Dylan decide di autocensurare dalla scaletta canzoni come Blowin’ in the wind, The times they are A-Changin, Hurricane e persino Knockin’ on Heaven’s Door. Messaggi scomodi, proibiti, indigesti in una nazione come la Cina che è la fogna dei diritti umani (ma anche un gigante dell’economia mondiale…).

Bob Dylan: va ora in onda un mito che crolla. La stampa americana è caustica e accusa il cantautore di servilismo nei confronti del governo cinese che, come previsto, aveva suggerito al cantautore di spuntare dalla scaletta i titoli indigesti. Il New York Times non ha peli sulla lingua e commenta:

«Bob Dylan che si autocensura in Cina è peggio di Beyoncé, Mariah Carey e Usher quando incassano milioni per cantare davanti alla famiglia di Gheddafi, o di Elthon John che rastrella una fortuna facendo la serenata al quarto matrimonio di Rush Limbaugh».

E quindi il menestrello obbedisce al diktat, prende la sua chitarra, suona e se ne va, passando prima per l’incasso. Qualcuno potrebbe pensare: “troppo comodo fargli la morale. Bisognerebbe vedere noi al posto suo”. In effetti la Cina, al contrario di qualche altro millantato regime democratico, non scherza in fatto di persecuzioni e rimozioni fisiche. Dare un’occhiata alle stime (sommerse) delle esecuzioni capitali per credere. Per non parlare delle violenze nelle carceri. E poi, diciamocelo, Bob Dylan non c’ha l’età per certe cose…
Verrebbe però la pena di ribaltare la frittata e dire: “troppo comodo cavalcare l’onda di un anticonformismo di carta, senza l’ebbrezza di una sfida vera e concreta. E quindi un rischio realmente tangibile”. E poi, diciamocelo, davvero il governo cinese avrebbe avuto il coraggio di torcere anche un solo capello dalla zazzera di un mito come Bob Dylan, creando in questo modo un caso internazionale senza precedenti?

Fatto sta che il cantautore americano ha deciso di non togliersi il dubbio. Lui dalla tana del Drago se n’è uscito con le proprie gambe, come un qualsiasi occidentale. È forse questo il problema: come un qualsiasi occidentale.
Domanda: era possibile agire diversamente?
Rifiutare il compromesso di suonare in quelle condizioni? Impossibile. Tournée fissata da tempo, date troppe volte rimandate. Una volta lì vale la legge del “show must go on”. Del resto le condizioni per suonare erano note da tempo. Quindi non avrebbe dovuto accettare di partire per la Cina, manifestando pubblicamente il proprio dissenso? Nemmeno. Ci vuole coraggio per arrivare a toccare il cuore di chi può aver bisogno di te. Se poi cominciamo a fare due conti in fatto di ricavi… Ma allora che fare? Esibirsi ugualmente fregando il governo. Come? Epurando la scaletta delle canzoni vietate, come stabilito, e ingannando l’interdetto con l’estro e l’alcalinità che si confanno ad un artista del calibro di Bob Dylan. Esempio: al momento dell’esecuzione dei pezzi esclusi ostentare un bel minuto di silenzio, da culminare con: «avete appena potuto sentire Blowin’ in the wind, The times they are A-Changin, Hurricane e Knockin’ on Heaven’s Door». Un escamotage semplice, di una certa classe e di gran lunga più abrasivo di qualsiasi urlo. E per di più nella tana del Drago con gli occhi di mezzo mondo puntati addosso. Ma ciò non è accaduto. Bob Dylan ha preferito evitare di misurarsi con il proprio mito. E la Cina ringrazia.

Una bella occasione mancata. Rimarrà il ricordo di un pensionato miliardario che si è esibito cantando vecchie canzoni, belle ma innocenti. Un vecchio che ha deciso di non passare alla storia, se non come un turista privilegiato con il merito di averci fatto ricordare che la strada che separa “l’essere un eroe” da un essere ordinario è disseminata di trenta vili denari.
Tra le colonne del New York Times spunta infine una glossa: in una recente biografia Bob confida che da giovane era un individuo molto meno rivoluzionario e trasgressivo rispetto all’immagine suggerita dalle proprie canzoni. In pratica un ragazzotto con delle aspirazioni molto più piccolo-borghesi di quanto si possa pensare. Appunto. Un piccolo-borghese di nome Bob Dylan. Ce ne faremo una ragione.

P.S. A ben vedere la notizia, oltre all’autocensura del cantautore americano, sta anche nel fatto che, una volta tanto, la stampa Usa di un certo rilievo sputtani la Cina. Chissà se saprà fare la stessa cosa ogni qual volta il suo “Kennedy abbronzato” varcherà la soglia della tana del Drago. Suo fido compagno di merende.


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Comments
3 Responses to “Bob Dylan, un piccolo-borghese in Cina”
  1. francesco ha detto:

    mi pare che l’autore dell’articolo ignori del tutto tanto la biografia quanto la discografia di dylan (a parte un qualche best of, probabilmente piratato visto che sbaglia due volte su due il titolo di una canzone: The Times They Are A-Changin’; non era un grande sforzo controllare il titolo esatto: è scritto correttamente persino nell’immagine rossa sotto il titolo).
    dylan-icona-dei-diritti-civili è stato un’icona per un anno e mezzo e un paio d’album, nei successivi 48 anni e 50 e passa album si è occupato di molto altro. purtroppo tutto questo nel best of piratato non lo spiegano. né l’autore si preoccupa di verificarlo. il messaggio essenziale dell’opera di dylan è stato, in un momento di fermenti collettivi, riscoprire la centralità della libertà individuale, ma al di fuori di qualsiasi inquadramento. alla New Left dalla quale proveniva ha cantato: Well, I try my best / To be just like I am / But everybody wants you / To be just like them / They sing while you slave and I just get bored / I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more. e da allora ha sempre ribadito, nelle parole e nei fatti, di non essere l’icona di nessuno al di fuori di se stesso, andando contro le aspettative della propria audience un’infinità di volte: da newport alla premiazione del tom paine, dalla conversione alla pubblicità cadillac. consiglierei qualche buona biografia, ma all’autore dell’articolo direi che anche wikipedia può bastare per fornire una panoramica di cosa ha fatto dylan dopo il 1963. una simile accusa di incoerenza rispetto a un pugno di canzoni scritte perlopiù nel ’63 è come accusare bondi di non votare per rifondazione.
    qualche piccola nota sulla canzoni: dylan ha scritto più di 700 canzoni e nei concerti ne esegue generalmente 17-18: si possono quindi sempre indicare decine di canzoni che non ha eseguito e non ci trovo nulla di scandaloso. invito l’autore a tornare su questi numeri: 700 canzoni scritte, MA 17-18 per concerto. rimanendo sul palco un paio di settimane magari riuscirebbe a cantarle tutte. un’altra news: Hurricane è una canzone del ’75 e l’ultima volta che l’ha eseguita è stato nel ’76. in pratica l’ha cantata durante il tour in tema e poi non l’ha più toccata. Knockin’ On Heaven’s Door conferma che le conoscenze dell’autore dell’articolo poggiano saldamente sul solito best of piratato: cosa c’entra con le altre tre (già male assemblate visto che appartengono ad epoche e contesti diversissimi, ma sia pure)? cosa c’entra coi diritti civili? cosa c’entra con la cina? invito a rileggersi il testo di Like A Rolling Stone – che dylan ha eseguito sia a Beijin sia a Shangai – che va molto al di là del dylan folk del ’62-63 in fatto di radicalità del messaggio.
    si potrebbe pensare che trattasi di agiografia dylaniana: tutt’altro. dico solo che è ingeneroso accusarlo senza aver letto nemmeno la sua replica (www.bobdylan.com); è assurdo appiattire sui suoi primi 2-3 lavori un’artista che ha inciso decine di album e cantato in migliaia di concerti; è idiota aspettarsi che nel 2011 si rimetta la camicia di panno e vada a suonare con la chitarrina agli scioperi dei minatori; in sintesi, mi sembra arrogante pontificare su qualcosa di cui non si sa nulla.

    • conaltrimezzipd ha detto:

      Di tromboni del genere è pieno il mondo ed è per questo che alle volte occorre calcolare persone come te, caro Francesco, malgrado ne farei volentieri a meno. Persone che per intenderci credono di avere un perché, senza averne alcuno, per il semplice fatto di parlare riportando dati inutili, da pignoli mediocri, malgrado la sesquipedale miopia intellettuale e un’intelligenza letargica. Gente che, oltretutto, pur non sapendo nulla al di fuori del proprio sterile nozionismo, si permette di avanzare osservazioni a persone che non conosce (meno male, aggiungo). Vedi Francesco, il tuo saccente sarcasmo che confondi per brillantezza (la compilation piratata, ma per favore…) la dice lunga su come tu non sia in grado di riflettere autonomamente ed arrivare a comprendere dei ragionamenti elementari.

      Ad ogni modo ti ringrazio per avermi corretto il titolo della canzone. Sai, capita quando si scrive molto, ogni giorno, più articoli. Tu scrivi? Hai idea di cosa significhi? Avresti potuto limitarti a questo e avresti anche fatto una bella figura. Invece hai voluto, come si dice, cagare fuori dal boccale, rendendo l’idea di quale persona spicciola probabilmente sei. Potrei correggere io stesso alcuni tuoi refusi ma non lo faccio. Sono una persona con i piedi per terra e poi perché il maestrino lo lascio fare ai boy scout.

      In sostanza tu mi dai dell’ignorante esibendo un panegirico di stronzate solamente per giungere alla mia stessa conclusione: Bob Dylan non è un ribelle, ma un conformista. Bene, ne prendo atto.
      Di tutte le tue acutissime osservazioni ti concedo quella su Hurricane. Io stesso sapevo che si trattava di una canzone che Bob Dylan non suona dai tempi in cui Berta filava, tuttavia l’ho riportata: primo perché tratta in modo esemplare un tema indigesto all’establishment cinese; secondo per il semplice fatto che è stato uno di quei pezzi rivendicati dalla stampa di mezzo mondo, a cominciare da quella americana, e mi riferisco in special modo al New York Times. Se tu avessi capito qualcosa di questo articolo, ma non mi va di sopravvalutarti così tanto, avresti sicuramente inquadrato il contesto (a cui tu sembri voler dare molta importanza in ogni verso di ogni canzone di tutte le 700 e passa canzoni di Bob Dylan, complimenti) che era il seguente: le polemiche scaturite specie oltreoceano in seguito alla tournée cinese a cui questo articolo (che è stato scritto proprio in quel frangente) fa esplicitamente riferimento. Poi se tu Francesco ti credi più intelligente e con più voce in capitolo della stampa di mezzo mondo, ritenendoti persino superiore ai colonnisti del New York Times, sei libero di farlo. Probabilmente gli americani dovrebbero anche eleggerti Presidente (del resto lì le ciance hanno un grande successo; davvero Francesco, facci un pensierino).

      Ma se tu fossi quel Sapientino che dimostri di essere (magari ci giochi ancora, chissà) sapresti anche che Maureen Dowd, che non è l’ultima scema del villaggio (sì Francesco, vai pure a prenderti la tua tanto vituperata Wikipedia), ovvero colei che ha redatto il famoso articolo che ha scatenato la polemica e del quale mi rifaccio, ha inoltre aggiunto che Bob Dylan non è mai stato un rivoluzionario duro e puro, proprio come dici te (e come ho aggiunto pure io sul finale), e che ha cavalcato certi temi giusto per raggiungere la fama, salvo poi smarcarsi dalla propria icona anticonformista. Secondo la Dowd Dylan va quindi preso per quello che è. Proprio come sta scritto in questo articolo. Non c’eri arrivato caro Francesco?

      Eppure avanzare la tesi che Bob Dylan non abbia mai più di tanto fatto parte di una certa cultura mi sembra un poco azzardata. Qualcuno inoltre giura che il cantautore abbia cavalcato un certo clima solamente per fare quattrini. Ma parlare di Bob Dyaln significa avere a che fare con un uomo che, a suo tempo, ha reclamato giustizia sociale per tutti, ha dato contro alle ronde che braccavano Billy the Kid, ha denunciato la detenzione di Rubin Carter, ha deplorato la giustizia forte nei confronti dei deboli e debole nei confronti dei forti, e che non ha baciato la mano al Papa quando è andato a suonare per lui. Del resto anche Keith Richards l’aveva chiamato “il profeta del profitto” mentre Ronnie Hawkins (sì Francesco, se ti dovesse servire Wikipedia è sempre lì per te) l’aveva appellato come una sorta di devoto cristiano per opportunismo: «Dopo che questo disco avrà venduto un po’ diventerai ateo, così potrai vendere a quelli che non credono in niente». Del resto già nel ’65, in un’intervista Bob Dylan rispondeva in questo modo alla domanda: «Si considera un cantante di protesta?», «No. Quelli che canto io sono brani matematici». Immagino che, se tanto mi dà tanto, la tua cara filologia, piatta come un foglio di carta, potrebbe portarti a credere che il nostro non sia un musicista ma un genio dell’algebra.

      Vedi, Francesco, il tuo nozionismo ebete non ce la farà mai a negare il fatto che Bob Dylan abbia rappresentato, volente o nolente, una certa controcultura antagonista,soprattutto all’interno dell’immaginario collettivo, diventando lui stesso un simbolo per migliaia di artisti e milioni di persone; così come non ce la farà a minimizzare lo status quo umanamente ripugnante di un paese come la Cina. Caro Francesco, se tu ne sapessi davvero qualcosa di come va il mondo, allora ti saresti risparmiato il tuo inopportuno bla-bla-bla così come un certo tono da secchione sfigato e avresti riflettuto a proposito di quello che avviene in quel paese. E non occorre che ti educhi sulle esecuzioni capitali, la repressione intellettuale, la violenza e le carcerazioni (ricordi? il contesto, bisogna contestualizzare: quale sarebbe stato il giudizio che avresti dato a Chaplin se fosse andato a raccontare barzellette al cospetto di Hitler?). Fatto sta che nella fogna dei diritti umani non vi può essere, giocoforza, quella libertà individuale che è «il messaggio essenziale dell’opera di Dylan» (parole tue). Il punto non sta determinare quanto certe canzoni siano sovversive o meno, un dibattito per gli idioti cavillosi come te, ma di contemplare un uomo che si conforma ai dettami di un sistema politico, in questo caso fortemente repressivo e persecutorio. Di questo si parlava nell’articolo non delle tue tiritere.

      Com’era prevedibile che fosse, la tournée aveva avuto dei problemi a causa di certe pressioni governative (così com’è successo con molti altri artisti: tu credi sia semplice organizzare un tour musicale in Cina dove nulla sfugge al setaccio, figuriamoci ciò che proviene dall’estero e dall’Occidente?). Probabilmente il nostro professore, che vuole sapere una pagina in più del libro, ignora l’esistenza delle commissioni d’esame, della censura, della realtà quotidiana che si respira in quel paese. Se poi per te è assolutamente normale, consueto, fisiologico che Bob Dylan non suoni Blowin’ in the wind, una delle sue canzoni notoriamente meno conosciute, solamente perché si trova in Cina e perché così gli hanno intimato di fare, sei libero di pensarlo, così come chi dice di credere negli asini che volano. Quella stessa canzone che, ma tu lo saprai sicuramente data la tua Dylanciclopedia incorporata nel tuo cervello, nel ’97 era stata persino tradotta in “messaggio cristiano” (!) da papa Wojtyla, il quale tramutò il vento in Spirito Santo (Cina, religione, Spirito Santo, qualcosa spero si muova sotto la polvere nella tua testa). Quella canzone dove un semplice e banalissimo verso dice: «E per quanti anni può la gente esistere prima di avere il permesso di essere libere / E quante volte un uomo può girare la testa e far finta di non vedere?». Dylan si è comportato proprio in questo modo. Ha fatto finta di non vedere in un paese di anime non libere. Domanda: cosa lo differenzia da Beyoncé, Mariah Carey e Usher che vanno a cantare per Gheddafi riempiendosi le tasche?

      Vedi Francesco, ciò che tu non sei giunto a capire è che per quanto mi riguarda Bob Dylan avrebbe anche potuto cantare la Macarena o la Marcia dei Volontari, uno degli inni comunisti più in voga in Cina, tanto per rimanere in un contesto di marchetta politica. Io non accuso proprio nessuno se non la tua stupidità, poiché il punto sta di prendere atto della condotta conformista che Bob Dylan ha adottato in quel frangente e basta, nient’altro. Lui, mi sembra evidente, non è Pinco Pallino, o il sottoscritto, e nemmeno Francesco Vattelapesca, e quindi, data una certa attenzione mediatica, forte di un riverbero che nessun altro occidentale avrebbe potuto godere in suolo cinese in quel momento, avrebbe avuto la possibilità di porre anche sensibilmente l’accento su una questione angosciante come i diritti umani in Cina. Ma non l’ha fatto, neanche mezza parola. Niente. Anzi, ha pure obbedito suonando quella scaletta inviata 3 mesi prima affinché venisse preventivamente controllata ed accettata dalla commissione. E quindi è per questo che nell’articolo dico che il sig. Zimmerman si è comportato come un qualsiasi turista, tutto qui. Nessuna accusa, nessuna inquisizione (se non la tua nei miei confronti, idiota e fuori posto). Perché non c’è nulla di male nell’essere dei turisti di passaggio, o dei piccoli borghesi come ha dimostrato di essere Bob Dylan. Lui se ne vergogna e s’incazza? Perché mai dal momento che è da una vita che cerca di smentire l’icona che a torto o a ragione l’opinione pubblica si era fatta sul suo conto? Ma soprattutto, perché t’incazzi tu, caro Francesco, che ti prendi persino la briga di sprecare il tuo preziosissimo tempo per propinarci una simile lezioncina sul nulla?

      Inoltre parli della replica di Dylan uscita sul suo sito. Ma questo articolo è stato scritto prima (Francesco, da uno preciso come te non me lo sarei aspettato). Ad ogni modo, sticazzi. Perché mai la sua autodifesa, che ho letto ed è iniqua, dovrebbe essere presa come oro colato? Cosa mai avremmo dovuto aspettarci se non le smentite del cantautore e del suo entourage?… quanta lungimiranza Francesco che da imparare da te… Inoltre il nostro scrive: «we sent them the set lists from the previous 3 months. If there were any songs, verses or lines censored, nobody ever told me about it and we played all the songs that we intended to play». Si può sapere cosa vuol dire questa frase? Ma come, non è lui a scegliere le scalette? Cosa significa: “Se ci sono stati brani, strofe o testi censurati, nessuno me ne ha mai parlato?”. Lui suona senza sapere un cazzo, senza avere voce in capitolo?

      Infine concludo (scusami Francesco, nessuno è perfetto: tu sei un saputello del cazzo, io un logorroico) citandoti: «mi sembra arrogante pontificare su qualcosa di cui non si sa nulla». L’hai detto Francesco. E aggiungo: «mi sembra idiota pontificare credendo di sapere tutto, pur non dicendo effettivamente niente». Sei un mito.
      Hai presente quel silenzio di gran lunga più eloquente che avevo consigliato nell’articolo? Ecco.

  2. francesco ha detto:

    deficit di accudimento.
    buonanotte, ma soprattutto, buona fortuna.

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