Umberto Eco – Il Cimitero di Praga

di Antonio Lauriola.

Se non vedo, non ci credo. La celebre battuta dell’apostolo andrebbe rivista, trasformata in “se non so, non ci credo”. Almeno stando a ciò che Simone Simonini, protagonista dell’ultimo romanzo di Umberto Eco, sperimenta durante i suoi traffici di agente segreto e falsario del diciannovesimo secolo, tra Torino, l’Italia, e Parigi. Sì, perché ne Il Cimitero di Praga, il capoluogo boemo non c’entra proprio e, a dirla tutta, neppure il camposanto.

Ad animare le vicende, – che il Narratore presenta con il consolidato espediente del diario ritrovato, con le sue parti riportate e quelle riassunte per buona pace del lettore – sono personaggi, come specificato nelle Inutili precisazioni erudite fornite in fondo al libro, «realmente esistiti [che] hanno fatto e detto le cose che fanno e dicono in questo romanzo». Tutti tranne Simone Simonini, (co-)autore del diario, che incontra, direttamente o attraverso i loro scritti, gesuiti, preti, schizofreniche col pallino del demonio, ciarlatani, patrioti del calibro di Nievo, e poi scrittori, eruditi e loschi uomini politici, massoni e terroristi; e con tutti, inevitabilmente, finge fino al punto di perdere se stesso tra l’ossessione del baro e l’abito talare. La spinta a raccontare: i consigli di un medico che fa studi sulla cocaina (proprio lui!). Il collante: il popolo, quello prescelto da Dio ma sconosciuto dall’uomo, della stirpe ebraica.

La trama, troppo articolata e abbondante da poterla sciupare riducendola a sinossi, offre il pretesto e pretestuosamente è offerta dall’intellettuale alessandrino per potersi occupare ancora una volta di una delle storie a lui più care (vedi il romanzo Il Pendolo di Fucault o la raccolta di lezioni Sei passeggiate nei boschi narrativi): la genesi dei Protocolli dei Savi di Sion, il documento che testimonierebbe il complotto semita per il dominio del mondo. Costretto, a volte dalla propria avidità, altre da subdoli ricatti o da intrighi dal sapore cortigiano, Simonini fa il notaio la spia e il falsificatore e, quasi sempre, accentrando in sé i tre poteri, è alla ricerca di notizie con le quali costruire la storia che la sua stessa penna vidimerà certificandone l’autenticità. La lettera (storicamente esistente) che il nonno, capitan Simonini (vero autore della vera lettera), invia all’abate Barruel all’inizio del XIX secolo è il chiaro delirio di un vecchio, spaventato dalla Rivoluzione e legato all’ancien regime, uno di quelli che oggi scrive al Presidente per chiarirgli – questa la sua pretesa – la fondamentale parte dello straniero, di uno in particolare, nella crisi del mondo; di uno che punta il dito contro gli ebrei e tira in ballo i templari e i massoni e tiene in casa i gesuiti. La lettera è il germe di un documento che, imbolsito di idee e spunti, voci da bar e libelli intellettuali, crescerà in un’informe massa che cambia all’occorrenza referente, mittente, e destinatario; accompagnerà la spedizione dei Mille e la morte di Ippolito Nievo; farà scoppiare l’affaire Dreyfus e le bombe carbonare; arriverà a cambiare la storia del Novecento. Ma a imbrogliare il mondo non è il falsario Simonini, né il prete Dalla Piccola, e neppure i falsi resoconti di gotici cenacoli praghesi di massoni o rabbini. Perché l’inganno è in se stesso la forma più salda di verità, di esso si nutre chi lo commissiona e ad esso aspira chi se ne fa vittima: non c’è alcuno, nel romanzo (e le cronache ne mostrano l’attualità), che abbia voglia di veder crollare le proprie credenze o gli interessi riposti in esse per colpa di una novità, per quanto fondata possa questa essere nella realtà.

Al di là delle polemiche e delle aspre critiche che parte della stampa (L’Osservatore Romano per penna di Lucetta Scaraffia in primis) e dell’opinione pubblica sono state mosse a Il Cimitero di Praga, resta un romanzo magistralmente costruito, pezzo per pezzo, da uno degli intellettuali italiani più pesanti della nostra età. Un feuilleton erudito, arricchito a dovere da incisioni e illustrazioni d’epoca, che non risparmia nessuno: popoli, sovrani, tuniche e fucili, sono trattati alla pari con salace avversità. Eco ricostruisce il mosaico della storia con i tasselli della Storia regalandocene un trompe-l’œil fantastico nel quale le passioni, gli ideali e le menzogne di un secolo percorrono le linee china della penna di un falsario in tutto figlio del suo tempo.

Che questi, poi, sia da identificare col Simonini o con l’autore del nostro romanzo, ci è quasi del tutto indifferente.

Umberto Eco, Il Cimitero di Praga, Bompiani, Milano, 2010

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