CAM#04 – Il Black Out dell’intellettuale umanista dagli anni ’90 ad oggi

CONALTRIMEZZI #04


IL BLACK OUT DELL’INTELLETTUALE UMANISTA DAGLI ANNI ’90 AD OGGI
Letteratura, critica e istruzione in balia di logiche bislacche, tra entertainment, fiction/non fiction, problemi di budget e marketing. Ma forse non tutto è perduto

di Martina Daraio


Nel 1991 la Silvio Berlusconi Holding acquista il gruppo Mondadori creando, per la prima volta in Italia, un contatto tra il mondo dell’editoria libraria e quello dell’imprenditoria televisiva. Ma il forzato dialogo che si instaura così tra la letteratura e l’industria dell’intrattenimento genera conseguenze inevitabili su vari fronti[1]. Il primo mutamento riguarda la categoria dell’intellettuale umanista, già da tempo alla ricerca di un nuovo “mandato” che giustificasse la sua presenza nella società postmoderna. Una risposta in questo senso è data dalla nascita di colorate figure di critici-intrattenitori che fanno del mestiere del critico uno spazio polemico per comunicare opinioni personali in maniera «spettacolare e aggressiva»[2] ponendo al centro del discorso l’eccentricità stessa dei loro personaggi. Alcuni casi emblematici sono ad esempio quelli di Vittorio Sgarbi,  Aldo Busi e Giuliano Ferrara. Il secondo mutamento tocca il mondo degli scrittori che, parallelamente, sono indotti dalle nuove logiche commerciali a conquistare le attenzioni del pubblico con i metodi propri del marketing, curando la propria distribuzione pubblicitaria e cercando di stare al passo con il continuo bisogno di novità e la caccia al best seller imposti dal mercato. E, infine, anche sulle opere stesse ricadono le conseguenze di questo inevitabile appiattimento soprattutto per quel che riguarda il sistema dei generi, che perdono le loro qualità culturali ricadendo in distinzioni semplificanti quali quella tra fiction e non fiction. Alla luce di queste premesse si comprende come il lavoro della critica letteraria si trovi spesso costretto a contrarre il suo orizzonte al solo spazio giornalistico della recensione, rimanendo una forma di effimera discussione in vista di un possibile acquisto del prodotto-libro. In queste dinamiche attente soltanto alla compravendita, infatti, lo spazio per l’analisi e la  speculazione teorica perde di qualunque attrattiva e, peggio ancora, appare come il lascito di un modo di concepire la letteratura tradizionalista ed impacciato, accademico e lontano dalle nuove esigenze sociali. Il mondo dell’università, infatti, cercando ancora di sfuggire a queste logiche ne paga spesso il prezzo con l’isolamento e la conversazione autoreferenziale.

Anche il mondo della scuola, del resto, viene fagocitato dall’economia neoliberista diventando un «servizio utile, offerto a studenti, società e mondo degli affari, certificato con un marchio di qualità, come accade per gli altri prodotti commerciali» e, per questo, sottoposto a tagli e questioni di budget[3]. Il professore diventa un impiegato qualsiasi a cui è richiesto un feedback e dei risultati tangibili. E tra tutti il professore di letteratura è quello che paga il prezzo più alto innanzitutto per la difficoltà di mostrare i propri risultati sulla base di pubblicazioni, finanziamenti raccolti e altri fattori generalmente utilizzati per le discipline scientifiche, ed in secondo luogo perchè l’insegnamento stesso della letteratura in questo contesto diventa sempre più macchinoso e soggetto a limiti di obiettivi e programmi. In questo modo a rimetterci è innanzitutto quel lavoro di mediazione culturale del professore che cerchi di operare nella classe come in una comunità ermeneutica.
A metà degli anni Novanta vediamo inoltre la critica costretta a fare i conti anche con problemi interni che la vedono dinanzi ad un black out generazionale che rende massima l’incomunicabilità tra critici e società, tra critici e scrittori, così come anche tra vecchi e nuovi critici. Afferma Tiziano Scarpa: «non abbiamo padri»[4]: la generazione dei nati negli anni Venti non ha lasciato eredi. Ma tra i giovani intellettuali emerge con forza il bisogno di spezzare le dinamiche di autoreferenzialità o commercializzazione riportando lo studio sulla tradizione al centro di un dialogo, cercando di generare un confronto con la società che li ospita e per la quale essi si propongono come mediatori e
interpreti. Sono allora i primi anni del Duemila ad attivare il ribaltamento della situazione a partire dalla distruzione dei suoi fondamenti, primo tra tutti lo schematismo binario tra fiction e non fiction. È in particolare Gomorra di Roberto Saviano a classificarsi e promuoversi come testo letterario ma, insieme, a scegliere la forma del reportage, del documento di denuncia esplicitamente figlio dell’opera di Pasolini. Spinazzola ha dedicato l’Osservatorio Tirature del 2010 proprio a questo nuovo fronte letterario, ribattezzato New Italian Realism e descritto come un ritorno all’«oggettività delle nostre condizioni di vita» che punti ad una rappresentazione che sia «più vera del vero»[5]. Il caso di Saviano, infatti, non è il solo ma in questa stessa direzione si muovono anche, ad esempio, Campo di sangue di Eraldo Affinati, Troppi paradisi di Walter Siti e, pioniere, Il partigiano Johnny di Fenoglio[6].

Torna il rapporto coi padri, dunque, e cessa la spaccatura tra fiction e non fiction. E inoltre si cominciano ad utilizzare sempre più frequentemente termini chiave come impegno e responsabilità che riaprono la comunicazione della letteratura col contesto sociale. La responsabilità dell’autore nei confronti di ciò che racconta e della società alla quale si rivolge diventa così il riflesso di un atteggiamento che colpisce anche il mondo della critica che a sua volta si dimostra disposta, presa consapevolezza del relativismo del mondo contemporaneo, ad entrare in una dimensione più dialogica e meno autoreferenziale. È così riconosciuto anche al lettore un peso decisivo nel processo di scrittura-lettura che rende nuovamente utili a tutti la riscoperta degli strumenti del critico letterario, tanto quelli teorici quanto quelli metrici, retorici, semiotici e linguistici[7]. La nuova idea di letteratura come racconto di un’esperienza apre infatti nuovi orizzonti alle possibilità ermeneutiche ed intertestuali capaci di riavvicinare le speculazioni teoriche al mondo concreto attraverso una concezione della critica come un fare, e alla testualità come «a una relazione tra possibili azioni»[8].
Una delle frontiere di questa nuova critica letteraria è certamente quella della rete, in cui sempre più frequentemente gli intellettuali si trovano a dialogare attraverso blog e forum di discussione. Esemplari i casi dei primi siti come Wu Ming, Carmilla, la Società delle menti, i Miserabili e Nazione Indiana, e delle prime riviste letterarie online quali Trickster, El Ghibli e Griseldaonline. Gli ultimi sviluppi letterari paiono quindi consentire di concludere con una nota di ottimismo per quanto riguarda il recupero della funzione pubblica della critica letteraria e dell’intellettuale umanista in genere, il cui compito di collegamento tra il testo e il con-testo pare aver ritrovato strade percorribili capaci di permettere quell’operazione allegorica volta a storicizzare e attualizzare i prodotti artistici di cui parlava Walter Benjamin.
Il libro e la discussione su di esso, forse, tornano in questi ultimi anni ad essere di nuovo un bene riconosciuto da tutti come tale, utile al vivere di ciascuno e, soprattutto, qualcosa che «ci riguarda»[9] indipendentemente dal mercato economico che ne finanzia e promuove la circolazione.


Conaltrimezzi #04: Intellettuali:


[1] 1. G. Turchetta, L’editoria libraria in F. Brioschi, C. Di Girolamo (a cura di), Manuale di letteratura italiana. Storia per generi e problemi, vol. IV, Dall’Unità d’Italia alla fine del Novecento, Bollati Boringhieri, Torino, 1996, pp. 84-115.

[2] AA.VV., Il canone del moderno: il Novecento letterario, in AA.VV., Un canone per il terzo millennio. Testi e problemi per lo studio del Novecento tra teoria della letteratura, antropologia e storia, Mondadori, Milano, 2001, p. 237.

[3] E. Zinato, Le idee e le forme. La critica letteraria in Italia dal 1900 ai nostri giorni, Carocci, Roma, 2010, p. 182.

[4] T. Scarpa, Intellettuali? Cento fiori senza padri e perciò più liberi, in «L’Unità», 23 febbraio 2004.

[5] V. Spinazzola, La riscoperta dell’Italia, in Tirature ‘10. Il New Italian Realism, Il Saggiatore, Milano, p. 11.

[6] A. Casadei, Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo, Il Mulino, Bologna, 2007.

[7] E. Zinato, Le idee e le forme. La critica letteraria in Italia dal 1900 ai nostri giorni, Carocci, Roma, 2010, p. 197.

[8] F. Pellizzi, Letterature biblioteche ipertesti, Carrocci, Roma, 2005, pp. 90-91.

[9] R. Luperini, Controtempo. Critica e letteratura fra moderno e postmoderno: proposte, polemiche e bilanci di fine secolo, Liguori, Napoli, 1999, p. 16.

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