Cam#04 – Il Suicidio Intellettuale

CONALTRIMEZZI #04


IL SUICIDIO INTELLETTUALE
Così l’intellettuale impegnato ha ucciso i suoi eredi
di Giulia Cupani


L’intellettuale impegnato è morto, viva l’intellettuale impegnato! È questo il grido, postumo, che sembra risuonare da molto tempo in Italia, e che in qualche misura attraversa qualsiasi dibattito sulla figura e il ruolo ricoperto dagli intellettuali, oggi, nel nostro paese. È un grido di auto-assoluzione e di auto-condanna, una constatazione che rimanda a un paradiso perduto ed esenta dall’obbligo di ricrearne un altro, magari diverso, magari fondato su altri principi, sostenuto da nuove fondamenta. La constatazione della morte dell’intellettuale finisce per essere la semplice constatazione di un’impossibilità connaturata al nostro tempo: in un’epoca in cui c’erano le ideologie, gli intellettuali avevano spazio e maniera di esprimersi, potevano veramente parlare a una società, farsi portavoce di un pensiero. Oggi, invece, smarriti come siamo nella nostra società liquida, priva di punti di riferimento e di bussole assolute, non ha senso invocare l’avvento di qualcuno che possa spiegarci chi siamo, che possa proporre un pensiero radicalmente nuovo e personale che, pasolinianamente, possa giustificarsi in primo luogo grazie al suo essere intellettualmente valido.
È facile formulare l’equazione secondo cui l’intellettuale, che aveva un ruolo nel mondo dominato dalle ideologie, si è ritrovato di colpo senza ruolo e senza obiettivi nella società post-ideologica di oggi. Dire tutto questo è facile ma, soprattutto, è comodo: solleva dalle proprie responsabilità tanto il vecchio mondo intellettuale, ormai estinto e a cui, di conseguenza, non ha più senso fare un processo, quanto il mondo odierno, con le sue nuove figure di intellettuali che balbettano o che, nel migliore dei casi, puntano a imitare il modello pasoliniano illudendosi di poter essere, negli anni duemila, quello che Pasolini è stato negli anni ’70, senza rendersi conto che il mondo a cui si rivolgeva Pasolini è ormai morto e non tornerà, che non ci saranno più prime pagine del Corriere della Sera su cui scrivere “Io so”. Considerato tutto questo, viene da chiedersi se davvero le cose stiano in questi termini. Se davvero l’opinione comune, che ha sepolto l’intellettuale insieme alle macerie delle ideologie novecentesche, sia fondata su una qualche verità, o abbia semplicemente scelto la via più breve e più piana per archiviare il dibattito sul ruolo e la figura degli intellettuali italiani in maniera quasi del tutto indolore.
E la risposta, a pensarci bene, potrebbe anche portarci molto lontano dall’opinione generalmente condivisa. Se si riflette, infatti, sulla morte degli intellettuali all’alba degli anni ’80, ci si accorge che il deserto culturale, troppo precipitosamente attribuito all’avvento della televisione come nuova fonte unica di informazione e cultura, non è altro che l’eredità lasciata dagli intellettuali dominanti nel dopoguerra italiano. In una parola, è stato l’intellettuale impegnato degli anni ’60 e ’70 a costringere al suicidio in culla tutti i suoi possibili discendenti ed eredi. Gli intellettuali impegnati, in sostanza, hanno ucciso quelli che si proponevano di essere i loro figli. L’hanno fatto incolpevolmente, forse, senza rendersi conto dell’esito delle loro azioni, ma l’hanno fatto, e hanno condannato il presente all’afasia che noi ben conosciamo.
Questa situazione mi sembra ben riassunta nella “Lettera a Malvolio” di Eugenio Montale (da Diario del ’71 e del ’72), poesia che nasce come risposta a una critica rivolta da Pier Paolo Pasolini alla raccolta montaliana Satura, accusata di essere espressione di una poesia che si rifiuta di prendere posizione a proposito dei grandi temi della contemporaneità e che si sottrae alla responsabilità di esprimere un pensiero forte sulle questioni fondamentali del suo tempo, dallo stragismo alla guerra in Vietnam.
Nella sua poesia, Montale difende la propria opera precisando che “non si trattò mai di una fuga / ma solo di un rispettabile / prendere le distanze”, e affermando che il mondo intellettuale contemporaneo si trova a vivere “l’ora / della focomelia intellettuale” in cui “il distorto era il dritto, su ogni altro / derisione e silenzio”. Al di là dell’autodifesa montaliana della propria raccolta, credo che il vero punto di forza della critica di Montale sia proprio nell’aver definito il mondo culturale che gli era contemporaneo come un mondo che affermava idee e dogmi, ragionando per paradigmi, e che condannava alla derisione o all’oblio tutti coloro che non si adeguavano.
La cultura che si proponeva di essere aperta, di distruggere i vecchi paradigmi in nome di una nuova libertà, non aveva fatto altro che mettere se stessa e le sue formule al centro di tutto
, condannando come passatiste e retrograde tutte le forme espressive e tutti i pensieri non allineati. Basti pensare, a dimostrazione di tutto questo, a cosa accadde proprio a partire dal secondo dopoguerra nell’ambito della cosiddetta “musica colta” (ma potremmo ugualmente citare il mondo del teatro, o quello delle arti figurative, attraversati da dinamiche molto simili), condannata alla marginalità e all’oblio proprio da quegli artisti-intellettuali convinti di essere i portavoce più autentici delle nuove tendenze e di un nuovo pensiero forte.
La musica del Novecento italiano, nel secondo dopoguerra, viene profondamente modificata dall’arrivo anche nel nostro paese di tutte le evoluzioni che erano nate e si erano sviluppate nella musica tedesca dei decenni precedenti. Comincia a nascere una scuola dodecafonica italiana, cominciano a emergere personalità di spicco capaci di esprimere, in musica, un pensiero forte e radicale, all’altezza del pensiero elaborato nelle altre nazioni europee, e spesso caratterizzato da prese di posizione esplicite e di grande impatto politico e sociale (basti pensare ad opere come “La fabbrica illuminata” di Luigi Nono o a “I semi di Gramsci” di Silvano Bussotti). Tutto questo è stato senza dubbio un bene per la musica italiana, un passo avanti che ha consentito l’apertura di nuovi orizzonti che non potevano restare inesplorati. Ma, purtroppo, è proprio a causa di questa evoluzione che le sale da concerto hanno cominciato a svuotarsi. Una musica incapace di trovare un pubblico, una musica che solo pochi avevano gli strumenti per interpretare e apprezzare, era condannata a un’autoreferenzialità senza scampo. I compositori che la promuovevano, adamantini nelle loro condizioni, sicuri dei messaggi fortissimi che trasmettevano con le loro opere, continuavano a percorrere la loro strada, chiusi negli studi di fonologia, mentre fuori il mondo prendeva un’altra direzione e li lasciava soli. Il danno prodotto da questo distacco nella cultura musicale dell’Italia è enorme e nasce, fondamentalmente, proprio dall’aver anteposto l’ideologia alla pratica. Dall’aver condannato tutti gli autori di musica “altra” alla derisione e al silenzio di cui parlava Montale, dall’aver confidato tenacemente nel fatto che, prima o poi, la storia avrebbe dato ragione agli intellettuali illuminati, alle loro idee d’avanguardia, alle loro proposte che, si badi bene, erano effettivamente proposte di valore, culturalmente significative, necessarie per un’evoluzione del linguaggio musicale italiano.
La principale colpa di questa generazione di artisti e intellettuali è stata, appunto, quella di essersi arroccati nelle proprie posizioni
, forti della certezza che prima o poi il mondo, da solo, avrebbe capito la forza del loro messaggio e li avrebbe sostenuti, giustificati, raggiunti sulla via di quello che per loro era l’unico progresso possibile. Intanto, però, il mondo e la società prendevano altre strade, i teatri si svuotavano e la televisione trovava terreno fertile per lanciare i suoi messaggi e diventare il nuovo, indispensabile, veicolo di cultura e informazione del paese. C’era anche, all’epoca, un non dissimulato intento di allontanarsi da quella che veniva considerata la vecchia cultura borghese fatta su misura per un pubblico benpensante e tradizionalista, c’era il desiderio di uscire da vecchi canoni per fondarne di nuovi, di portare a termine, in qualche misura, una rivoluzione. Il risultato, constatarlo è facile, è che la cultura borghese è stata impoverita e appiattita su posizioni sempre più dozzinali, mentre la rivoluzione auspicata dalle forze intellettuali dell’epoca è esplosa come una bolla di sapone, senza lasciare alcuna traccia se non la frustrazione per il proprio mancato compiersi.
Non si vuole, è evidente, accusare questi artisti e questi intellettuali di tutto quello che è successo a partire dalle loro prese di posizione: di certo l’evoluzione del mondo culturale di un paese è un fenomeno di indicibile complessità, modificato da fattori diversissimi e impossibili da controllare.
Forse, però, i tempi sono maturi per cominciare a considerare quell’esperienza intellettuale come qualcosa di connaturato al suo tempo, e non come un paradigma a cui continuare a fare riferimento. Gli intellettuali degli anni ’70, forse inconsapevolmente, forse incolpevolmente, hanno portato avanti una proposta che si è concretizzata nel mondo culturale così come lo vediamo oggi. Non meritano condanne, ma nemmeno l’ammirazione miope che gli viene oggi tributata, ammirazione senza impegno e spesso senza reale conoscenza che serve solo a rendere più facile la constatazione del presente deserto. Forse, quando finalmente riusciremo a considerare le loro opere e il loro pensiero come frutto di un’epoca e di un’ideologia, come una proposta e non come un paradigma, finalmente anche il nostro tempo riuscirà a farsi portatore di un proprio pensiero strutturato e complesso, non volto al passato e alla commiserazione ma a qualcosa di autenticamente nuovo e significativo per il momento che stiamo attraversando.


Conaltrimezzi #04: Intellettuali:

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