Cam#04 – Buñuel e la sua vita da sogno più che da film

CONALTRIMEZZI #04


BUÑUEL E LA SUA VITA DA SOGNO, PIÙ CHE DA FILM
I surrealisti raccontati da Buñuel, in un’intervista immaginaria, le cui risposte sono quelle che con ogni probabilità Buñuel stesso avrebbe dato, perché ricavate senza alcuna modifica dalla sua autobiografia: Dei miei sospiri estremi (2000 èditions Robert Laffont, S.A., Paris)

di Eugenia Giancaspro


Concedetemi una fantasticheria: mettiamo che Doc di Ritorno al futuro avesse prestato a me, e non a Marty Mc Fly, la sua macchina da sballo del tempo. Una cosa è certa, ne sarebbe uscito un film totalmente diverso. Di sicuro non ci sarebbe stata una madre dolce e un po’ tonta infatuata del figlio, no. Me ne sarei andata nel passato, chessò intorno agli anni ‘60 del secolo scorso e avrei fatto un salto a Città del Messico, o a Madrid o a Parigi a cercare un grandissimo del cinema e non solo: Luis Buñuel. Gli avrei chiesto una veloce intervista per «Conaltrimezzi», una rivista di giovani ragazzi italiani che, gli avrei spiegato, sarebbe nata di lì a circa cinquant’anni. Che cosa ne avrebbe pensato? Probabilmente mi avrebbe chiesto se noi ragazzi italiani fossimo fascisti: “Dio no” gli avrei risposto. “E cattolici?”,  “Non so di preciso, suppongo atei per grazia di Dio”  e allora forse mi avrebbe accordato il permesso di intervistarlo, mi avrebbe detto: “Siediti, un martini dry?”.

Sicuro… Ecco, prima di tutto devo dirle, signor Buñuel, devo dirle che amo la sua geniale spontaneità, la amo. Il suo modo di scrivere sceneggiature in una notte, di lavorare sodo, di realizzare film in meno di 24 giorni e con budget ridottissimi. Il suo essere noto, quanto il suo non ricercarlo troppo. Mi piace il suo rapporto con le cose, il dare valore a un martini ben fatto quanto a un amico ritrovato, amo il suo stile, una firma riconoscibile e ironica che si ritrova nei suoi film, nel suo modo di scrivere, negli aneddoti di vita reale che racconta così così…. Oh, ma lo sa che lo stesso Hitchcock la vorrà seduto accanto a lui in una colazione Hollywoodiana fatta apposta per lei, Luis? – e  a questo punto vedendo il volto sbalordito di Buñuel, al quale sto rivelando cose che ancora non sono successe, mi interromperei e direi- ma suvvia, bando alle ciance! Volevo farle qualche domanda sul suo vecchio gruppo di amici, sa, per la rivista cui le accennavo, in questo numero si parla d’intellettuali e mi chiedevo, ecco, cosa l’ha spinta verso un grande movimento intellettuale, noto a tutta l’umanità come “surrealismo”?
La mia folle passione per il sogno, per il piacere di sognare, assolutamente privo di qualsiasi tentativo di spiegazione.

E in concreto voi che cosa eravate?
Eravamo niente, nient’altro che un piccolo gruppo d’intellettuali insolenti che chiacchieravano in un caffè e pubblicavano una rivista. Un pugno d’idealisti presto divisi quando si trattava di partecipare in modo diretto e violento all’azione.

Già, un piccolo gruppo d’intellettuali insolenti … Lei, se non sbaglio, si è “avvicinato” al gruppo dei surrealisti solo dopo l’uscita del suo primo film, Un chien andalou
Un chien andalou
non esisterebbe se il surrealismo non fosse esistito.

Sì certo, va bene, ma voglio dire… Lei e Dalí , quando stavate progettando il film, non eravate ancora, diciamo così, dei surrealisti “ufficiali” o sbaglio?
Eravamo dei surrealisti senza etichetta.

Si spieghi meglio.
Il surrealismo fu innanzitutto una specie di appello raccolto qua e là, negli Stati Uniti, in Germania, in Spagna, in Iugoslavia, da gente che già praticava una forma di espressione istintiva e irrazionale, ancora prima di conoscersi. Un appello che ci faceva convergere tutti verso Parigi.

Al caffè «Cyrano», vero? Se si trattava di qualcosa di più intimo da André Breton, non è così? E che cosa diavolo facevate in quelle riunioni?
Si leggeva o si discuteva di questo o quell’articolo, si parlava della rivista, di un’azione esemplare da compiere, di una lettera da scrivere, di una manifestazione. Ciascuno proponeva un’idea, dava il suo parere.  

Sì, posso immaginare. Un gruppo fascinoso, appassionato e appassionante. Dovevate avere qualcosa che vi unisse però, non è vero? I surrealisti avevano un progetto, uno scopo?
I surrealisti lottavano contro una società che detestavano usando come arma principale lo scandalo. Tuttavia, il vero scopo del surrealismo non era creare un nuovo movimento letterario, o pittorico, oppure filosofico, ma far esplodere la società, cambiare la vita.

Tramite lo scandalo?
Sì, il rivelatore onnipotente, capace di mettere a nudo le molle segrete e odiose del sistema da abbattere”

… Tre aggettivi che riassumano il surrealismo?
Un movimento poetico, rivoluzionario e morale.

Morale?
Sì, un’esigenza morale cui ho tentato attraverso venti e maree di restare fedele. Questa fedeltà a una morale continua a scontrarsi con l’egoismo, la vanità, la cupidigia, l’esibizionismo, la faciloneria, la leggerezza, l’oblio.

Si riferisce a quella vicenda del film Un chien andalou? Si riferisce a come non riusciva a spiegare ai suoi stessi amici il successo di un film troppo provocatorio per avere appunto successo? Si riferisce a come tutti i surrealisti riuniti in gruppo la misero alle strette? A quanto si sentisse «niente più di me»  e allo stesso tempo a quanto non si sentisse completamente libero dai suoi atti? Comunque sia, la maggior parte delle persone che hanno visto Un chien andalou lo giudica «un film di successo» ma lei…
Ma che posso io contro i ferventi di ogni novità, anche se questa novità oltraggia le loro convinzioni più profonde, contro una stampa venduta o insincera, contro questa folla imbecille che ha trovato “bello” o “poetico” quanto, in fondo, non è che un disperato, un appassionato invito all’omicidio?

Su questo avrei qualcosa da ridire, proprio non capisco Breton quando dice che il più semplice atto surrealista è quello di imbracciare il fucile, uscire per strada e sparare sulla folla.  La risposta si trova nel sogno di uno dei protagonisti di Le charme discret de la bourgeoisie? Forse in quello di Don Rafael alla fine del film? Alla domanda «che intenzioni avete?» è così che si risoponde? Imbracciando il fucile? In fondo è questo che vuole l’ambasciatore dell’immaginaria repubblica di Miranda: amazzarli tutti, i suoi amici. Quelli che gli danno il pane.  È questo il nostro desiderio incoffesabile, Luis? Che trasforma i nostri sogni in incubi? Noi borghesi, intesi come classe dominante, vogliamo essere spodestati? Il potere ci logora? Il nostro ‘charme discret’ tanto agognato, tanto desiderato..  Ottenuto… Poi? Ci stringe? Vogliamo semplicemente tornare ad essere selvaggi?  A fare l’amore sull’erba?

Perchè non risponde, Luis? Perchè la spiegazione è troppo rassicurante?

Di cosa parlava il film? Di questo? Della «ricerca della verità che bisogna fuggire appena si crede di averla trovata»?

Mi scusi, dimenticavo che siamo negli anni 60 e che lei non ha ancora girato Le charme discret de la bourgeoisie. Mi perdoni. Tornando un attimo a Un chien Andalou, volevo dirle che lo considero un bel film per il suo semplice e totale abbandono all’inconscio, che mi sembra solo apparentemente contradditorio e privo di significato. Nel cortometraggio ho colto delle verità sulla nostra vita a livello sensoriale, intuitivo. Ed è per questo che mi sembra un film straordinario. Tutto qui. Dunque perchè lo considera un pubblico invito all’omicidio? Forse la mia è una domanda inutile. D’altronde lei stesso lo riconosce, i surrealisti hanno parlato tanto e agito poco. Lei stesso riconosce di essere attratto da certi rivoluzionari, ma di non poterli imitare. Insomma, ne avete raccontate di frottole anche voi… Oppure mi sbaglio? È probabile che le sia rimasto qualcosa di più, Luis? Del surrealismo, intendo.
Quello che mi è rimasto è innanzitutto quel libero accesso alle profondità dell’essere, riconosciuto e desiderato, quell’appello all’irrazionale, all’oscurità, a tutti gli impulsi che vengono dal nostro io profondo. Quello che mi è rimasto è anche la scoperta di un durissimo conflitto interno tra i principi di tutte le morali acquisite e la mia personale, nata dall’istinto e dalla mia esperienza attiva.

Io starei qui tutta la notte a chiederle di raccontarmi la sua vita, ancora una volta, ancora altre cento. Ma devo tornare alla mia  realtà in un altro tempo e in un altro spazio. Dunque l’ultima domanda: Luis, cosa ne è stato del surrealismo?
Spesso mi chiedono che ne è stato del surrealismo. Non so mai bene cosa rispondere. A volte dico che il surrealismo ha trionfato nelle cose secondarie e fallito in quelle essenziali. André Breton, Éluard, Aragon sono fra i più grandi scrittori del XX secolo, ben piazzati in tutte le biblioteche. Max Ernst, Magritte, Dalí sono fra i pittori più cari, più rinomati, ben piazzati in tutti i musei. Successo artistico, successo culturale, che era proprio quello che importava meno a tutti noi. Il movimento surrealista si preoccupava poco di entrare gloriosamente nelle storie della letteratura e della pittura. Il suo desiderio primario, desiderio imperioso e irrealizzabile, era trasformare il mondo e cambiare la vita. Una breve occhiata intorno e il fallimento salta subito agli occhi.

… No, non avete fallito. O almeno non lei, Luis. Ciò che ci lascerà della sua vita sarà prezioso, davvero. Lei ha rafforzato in me la fede nella creatività propria e altrui e mi ha trascinato nel suo slancio emotivo per il sogno, il disordine, l’ironia, le contraddizioni inconsapevoli, i piaceri. Grazie.
Già… E a questo punto, lancerei un’ultima occhiata all’ambiente e me ne andrei, senza aggiungere altro, senza chiedere nemmeno l’autografo.


Conaltrimezzi #04: Intellettuali:

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