Cam#04 – La “Sgaia” Scienza: ovvero come i camici bianchi ci fottono il lavoro

CONALTRIMEZZI #04


LA “SGAIA” SCIENZA: OVVERO COME I CAMICI BIANCHI CI FOTTONO IL LAVORO

L’Umanesimo arranca e nuove discipline ne fanno le veci. Così la Scienza torna a fare intellettualità, cultura, ma anche letteratura

di Alberto Bullado

1859. Darwin scrive L’origine delle specie: è il primo tentativo riuscito, da parte della scienza, in epoca moderna, di scalzare l’umanesimo dal trono della cultura. Scrittori, pensatori ed intellettuali irridono il biologo senza sapere che da allora l’umanesimo comincerà a perdere colpi. In un’improvvisa mancanza di lungimiranza il dicastero intellettuale non riesce ad accorgersi del futuro cambio di rotta: l’arretramento dell’umanesimo, sempre più improntato sulla conservazione che sulla scoperta, provocherà un vuoto in seguito riempito dalla scienza, la quale supplirà alla funzione dell’umanesimo come strumento di conoscenza e riflessione epistemologica. Ma qualcuno potrebbe dissentire: prima di Darwin c’era stato Galileo. Non è vero. Galileo si era conformato all’umanesimo e difatti da esso nacque la sua rivoluzione. Le opere dell’astronomo sono tuttora studiate, a ragione, come parte di un patrimonio letterario poiché, al di là dei meriti retorici, furono partorite da una stagione dove scienza e letteratura facevano ancora parte di un sapere omogeneo, non del tutto diversificato in discipline autonome l’una dall’altra. Ecco perché ci si riferisce a Galileo come ad un filosofo, un letterato, un uomo di elevato pensiero in grado di scardinare un intero metodo di conoscenza e quindi, a tutti gli effetti, un intellettuale che nella fattispecie fu in grado di capovolgere il mondo. Darwin, dandoci delle scimmie, fece altrettanto in virtù di una verità scientifica, questa volta però vestendo i panni di un moderno scienziato. Ecco che in un battibaleno l’umanesimo si è trovato davanti un nuovo nemico da combattere, inedito e prima di allora sottovalutato. Un impostore in grado di fornire all’umanità una lezione impartita non già dalla sola riflessione intellettiva ma dal confronto di dati empirici. La storia ha poi dato ragione a Darwin e torto ai professoroni delle varie intellighenzie umanistiche, del tutto simili a quei chierici con i quali avevano solidarizzato.

Oggi, 150 anni dopo, la biforcazione tra umanesimo e scienza è ben più marcata. La percezione è quella di avere a che fare con due mondi distinti del sapere. La cultura non è più quella dei tempi di Galileo poiché dalla tarda modernità si è verificata una netta bipartizione tra erudizione e tecnica e quindi anche tra scienza ed umanesimo. Da una parte gli studi classici, i dibattiti, i movimenti, i canoni, le tavole rotonde improntate su una cultura sempre più autoreferenziale e conservativa, dall’altra le scienze applicate che con il tempo hanno saputo aumentare a dismisura la portata delle proprie applicazioni. Si è quindi verificato uno scollamento senza precedenti. Attualmente la cultura non è più al passo con la conoscenza. L’umanesimo si è rivelato impermeabile rispetto allo spaventoso progresso epistemologico degli ultimi due secoli, tanto che l’erudizione al giorno d’oggi vive di conformismi, di nostalgie, di reiterazioni o, al massimo, di avanguardie improntate in un giocoso riciclo fatto di compresenze, scambi, connessioni, interlocuzioni. Letteratura e filosofia non sanno tenere il passo dell’evoluzione, cementificate rispetto ai progressi della scienza che si muove sbarazzina sfondando, alle volte con fare impudico, interdetto su interdetto, e profilandosi, tra le altre cose, come disciplina trasversale: non solo studio preliminare e sperimentazione ma anche cognizione, sapere, istruzione, dottrina, laboratorio filosofico. Proprio come avvenne con Galileo, gli scienziati si assumono il compito che fu degli intellettuali. La novità rispetto al caso dell’astronomo sta nel fatto che lo status di intellettuale viene sgraffignato dalle mani dell’umanesimo, come nel precedente di Darwin, per mezzo dell’esercizio di discipline in questo caso inedite ed estranee. Può quindi destabilizzare l’atteggiamento dell’intellettuale umanista al cospetto dei progressi della scienza: quest’ultimo, vuoi per ignoranza, vuoi per scetticismo o per ostilità, non fa propria la lezione scientifica. O la rigetta o non è in grado di apprenderla. «Basta parlare ad un umanista di acidi nucleici per essere certi che risponderà per partito preso e senza sapere di cosa state parlando, non gli interessa. Eppure se Spinoza o Kant avessero conosciuto la fisica quantistica, la seconda legge della termodinamica o la composizione del nostro Dna avrebbero pensato pensieri diversi, così come George Eliot o Marcel Proust sentirono il dovere intellettuale di trarre conseguenze dall’evoluzionismo e inglobarlo nelle loro opere. Invece, almeno da noi, le librerie e le terze pagine dei giornali sono affollate di letterati che rispondono a questioni scientifiche con obiezioni superate da oltre un secolo, spesso per fede o in buona fede, per ignoranza» (Massimiliano Parente). Il piglio dell’umanista è ancora quello del teologo. Lo scienziato invece assume sempre di più i panni del pioniere, dell’avanguardista e di conseguenza, per opposizione, l’intellettuale formato sui saperi umanistici, appare per quello che è: un professorone altero e barbogio, provinciale ma indisponente, censorio ma logorroico. Insomma, un figuro coperto di polvere, poco aggiornato e pure antipatico.

L’umanista esiliato (o autoesiliatosi) nel ruolo di “custode” del sapere – un sapere erede di una tradizione che si vuole a tutti i costi preservare come repertorio in grado di prevedere, decodificare, creare il futuro – viene inoltre umiliato dalla scienza anche per quanto riguarda la capacità di interrogare il passato. Oggi discipline come genetica e paleontologia narrano molto di più sulla storia dell’uomo che qualsiasi altra disamina storica o filosofica. Basta leggere Richard Fortley o Steve Jones. E che dire delle nozioni estrapolate dallo studio di quell’affascinante doppia elica matrice dell’essere che è il Dna? James Watson e Francis Crick la sanno assai lunga. Invece Stephen Hawking scrive libri nei quali consente a chiunque di compiere un viaggio nel tempo sino alle origini senza vita dell’universo. Implicazioni, le sue, in grado di giustificare sul piano logico e razionale non solamente l’inesistenza di Dio, ma la sua inutilità, con una forza ed una coerenza che non appartiene all’intellettualismo aureo e che è in grado di avanzare proposizioni che se la giocano con il teologismo dei Padri della Chiesa così come l’ateismo di Nietzsche o di Schopenhauer. E poi ancora John Maynard Smith ed Eörs Szathmáry, biologi evoluzionisti in grado di ripercorrere il viaggio compiuto dalle prime molecole organiche dalla creazione alla nascita del linguaggio. Mentre Thomas Metzinger ci racconta tranquillamente che tutto ciò che percepiamo non è che una simulazione cerebrale frutto di infiniti adattamenti neuronali. In questo modo si giunge alla conclusione che la fisiologia ha smantellato Freud e tutte le sue interpretazioni simboliche che più di qualche maître à penser tiene ancora per buone. Per non parlare dei progressi della fisica e dell’embriologia evolutiva che di qui a qualche decennio cambieranno la nostra vita. E via di questo passo…

La disarmante forza della scienza non è quindi solo quella di approdare quotidianamente a scoperte vertiginose, ma sta anche nel fatto di relativizzare violentemente la storia umana edificata nei secoli da storici, filosofi, artisti, letterati, intellettuali. Da questo confronto l’umanesimo esce parecchio rabberciato. In poche parole, oltre a sostituire gli intellettuali come veicolo di conoscenza, i camici bianchi sono riusciti ad appropriarsi della facoltà di interrogare il passato con maggiore incisività. In un certo senso si comportano come degli umanisti del Rinascimento facendo però leva su disparate discipline e su un diverso metodo d’approccio. È interessante come la scienza si serva successivamente dei medesimi codici dell’umanesimo, vedi linguaggio e divulgazione, per produrre letteratura e narrazione senza avere la presunzione di replicare cricche, avanguardie ed intellighenzie, ma semplici dubbi, stimoli, risposte e nello stesso tempo sogni. Una marea di induzioni niente affatto frivole, autoreferenziali o di comodo tant’è vero che al vezzo, alla militanza parrocchiale, alla sicumera accademica, la scienza propone infatti la freschezza di un intellettualismo brillante e genuino anche a fronte di enormi coinvolgimenti teorici. Al giorno d’oggi pochissimi intellettuali sanno infatti raccontarci cos’è il mondo, cos’è la vita, cos’è l’uomo così come lo sanno fare gli scienziati, i quali vengono a ragione investiti non solo della carica di pionieri (conoscenza come scoperta: vedi ricerca scientifica) ma anche di nuovi umanisti, per l’apporto che sanno dare nell’indagine del passato. Stiamo quindi parlando a tutti gli effetti di nuovi intellettuali, un ruolo che oramai padroneggiano con disinvoltura.

Ma come si è giunti fino a questo punto? Il successo intellettuale della scienza si realizza anche in seguito al tradimento dell’umanesimo che, incapace di rispondere ai bisogni dell’uomo non più “al centro dell’universo”, si è conformato ai diktat del proprio culturame. A peggiorar le cose vi è l’atteggiamento nostalgico ma isterico dell’umanista medio che malgrado tutto pretende ancora di essere “al centro della scena”. Tuttavia la realtà lo condanna a cedere sempre più il passo ai camici bianchi e a rinunciare al prestigio di una produzione letteraria pleonastica destinata, se non al macero, alla polvere.
E quindi come andrà a finire questa storia? Lo scontro doloroso tra scienza e umanesimo appare sempre più ai nostri occhi come la sconsolante cronaca del trapasso di un mondo a favore di un altro. Ma se così fosse non si tratterebbe necessariamente di un fatto positivo. Nell’epoca di una sola cultura, postmoderna ed eterogenea, dove non vi è più distinzione tra cultura e controcultura, cultura alta e bassa, cultura di rivendicazione e conservazione, scienza e umanesimo debbono trovare un accordo, una sintesi, un connubio in grado di combinare i punti di forza di entrambe le discipline. Sempre se la cultura umanistica ha l’intenzione di invertire la propria tendenza involutiva. Se così fosse, dovrebbe smetterla di attingere esclusivamente dalla medesima fonte alla quale si è abbeverata per secoli (e che nel frattempo si è ridotta ad uno stagno) e cominciare ad accettare, digerire e rielaborare la lezione scientifica. In poche parole si tratta di riformare una vecchia intellighenzia su nuovi parametri che sappiano rispondere a dovere alle questioni sollevate da queste “nuove” discipline che in realtà valorizzano i più grandi e profondi interrogativi dell’uomo, che una volta appartenevano alla sfera umanistica. Tuttavia, va ribadito che alla cultura classica sembra profilarsi un destino opposto, sempre più ghettizzato.

Il rifiuto oltranzista del progresso non potrà che condannare l’umanesimo al museo. Eppure il culmine della conoscenza umana non è forse comprendere e raccontare la vita oltre i limiti imposti dall’essere umano? Non è forse la conoscenza lo scopo di tutto ciò a fronte di qualsiasi conquista, anche la più inverosimile, della mente? È proprio questo il punto: la rinuncia di una cultura vecchia, usurata ed affaticata a cercare di dare ancora delle risposte dopo secoli di dominio incontrastato. Un problema che già si era posto Galileo Galilei, colui che diede il “la” ad un fenomeno ora macroscopico: l’arte e la cultura possono essere veicolo di scoperta o solamente puro intrattenimento? Nel primo caso si avrà un’attività fondamentale del pensiero, nel secondo, al massimo, una divertente evasione. Ma di che cosa abbiamo maggiormente bisogno al giorno d’oggi?



Conaltrimezzi #04: Intellettuali:

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