Il Neorealityvismo – CAM#05: TRASH!

IL NEOREALITYVISMO
Questa Italia ha bisogno di un nuovo sguardo che mandi al diavolo la raccolta differenziata dell’alta cultura e che collabori con la spazzatura, senza diventarlo

di Alberto Bullado


Ti guardi indietro. Diciamo gli ultimi dieci anni. E ti chiedi cosa ne è stato del panorama antropologico di questo paese. Lasciando perdere per un attimo la cronaca, piena zeppa di scandali, trapassi, avvenimenti, ti chiedi qual è stato il fenomeno culturalmente più rilevante, incisivo e determinante in Italia. Avanguardie artistiche? Rivoluzioni intellettuali? Nuove discipline? Macché. In realtà Wu Ming e New Italian Epic, per quanto pop, rimangono comunque rigurgiti da libreria, solipsismi alla portata di pochi ai quali piace ancora giocare con i libri, la politica e la sociologia. La verità è un’altra. Che anche la pagina culturale del quotidiano più venduto è carta ammuffita, a prescindere da quello che vi può essere scritto. La gente è lontana da tutto questo. E soprattutto la cultura, come la intendiamo noi, non rappresenta più nulla perché ha poco da dire e quasi a nessuno. Coma mai? Perché la massa sta da un’altra parte e soprattutto perché la massa è, al giorno d’oggi, autonoma ed autodidatta. Un rospo amaro da mandare giù all’intellighenzia umanista, abituata per secoli a fare il bello ed il cattivo tempo con i cervelli della gente. Occorre quindi fare i conti con un elefante invisibile. Un moloch contro il quale chiunque si occupi di cronaca culturale prima o poi arriva a sbatterci contro. Noi ci proviamo e a tal fine ci inventiamo questo strano neologismo, o gioco di parole: realityvismo e di conseguenza il “neorealityvismo”, come fu per il più noto neorealismo che seppe fotografare le macerie di un’altra Italia, sarà lo sguardo che accompagnerà l’analisi di suddetto fenomeno.

Il realityvismo non è altro che il compromesso di uno stato delle cose, ovvero la risultante di varie forze in campo e soprattutto un pastiche culturale, sociale e comportamentale che mischia un certo nichilismo di etichetta, alle volte coniugato in un vero e proprio fatalismo, il relativismo, che tutto nega e nulla dice, e la stravituperata “perdita dei valori”, con nuove logiche postmoderne: consumismo, realtà virtuale, linguaggi comportamentali riaggiornati, nuova gestione ed interpretazione del corpo, del suo aspetto e delle sue funzioni, e poi ancora l’alveo catodico, tiranneggiato dalla mitopoiesi da reality show e dalla cultura della visibilità. Un connubio quindi tra vizi intellettuali e carnali sempre più insistenti con la fiction. Io credo che si tratti del nocciolo duro di questa nuova Italia.

Invece il realityvismo viene spesso trattato alla stregua di un ospite indesiderato della nostra storia recente, un parassita fastidioso, un aspetto marginale, o peggio, una flatulenza del berlusconismo catodico. Magari fosse così. Troppo facile, troppo comodo. Altro difetto: intendere il fenomeno solamente come una trasposizione televisiva e poco altro. E non un codice comportamentale applicabile ovunque, sempre più innervato nella carcassa di questo paese. In realtà il realityvismo non è solamente il Grande Fratello, ma è la logica conseguenza di un assenteismo intellettuale plebiscitario e duraturo: il parto di un ventennio di nulla, di silenzio, il figlio, o se vogliamo il nipote, di un nichilismo aspro, spesso di facciata, compiaciuto ed endemico, deresponsabilizzante e dissipato, che per un bel po’ se ne è andato a braccetto con un relativismo arzigogolato, fanatico, micragnoso e demolitore, avvitato su massimi sistemi che nel frattempo si sono tramutati in cenere. Durante questa sorta di “medioevo postmoderno” (’80-’90-’00), decadente ma incredibilmente veloce, feroce e febbrile, qualcos’altro ha supplito l’astensione culturale, il qualunquismo intellettuale, l’apatia. E questa cosa è appunto il realityvismo che assieme al libero mercato, è diventato un fenomeno di massa globalizzante, un accerchiamento, un format egemonico, insomma: lo spirito del nostro tempo. È quindi un controsenso parlare di lobotomia riferendoci alla massa, proprio perché l’unica vera e propria lobotomia di cui vale la pena parlare è stata quella della nostra intellighenzia, sempre più adiposa, sonnecchiosa, avvolta nel cachemire, che non è stata in grado di accorgersi dell’esistenza e delle manovre di questa sorta di Zeitgeist. In realtà la massa non si è affatto dimostrata inerte, anzi, ma al contrario fin troppo scaltra. Essa ha assimilato un nuovo modello di vita cucito addosso all’umanità brulicante e licenziosa di questo paese. E l’ha fatto con assoluta nonchalance.

Per la prima volta della storia d’Italia si è quindi compiuta una rivoluzione di massa. Non era successo nel Rinascimento, né durante il Risorgimento e nemmeno nel dopoguerra. L’Italia si è finalmente “creata” da sola, seguendo il proprio istinto, come un bambino trovatello, cresciuto in fretta (e male). Ed ora il Belpaese balla da solo, anche se certamente sedotto da un’infinità di sollecitazioni che vengono dall’alto – spesso è stato consigliato male, oltre ad aver subito sportellate e seduzioni che venivano dall’estero, in special modo dall’“Amerika” – ma nella sostanza l’Italia è diventata ciò che è per causa propria. E le conseguenze di questo processo sono all’ordine del giorno. Vedi la televisione, tra i fenomeni più macroscopici, allo stesso tempo magistra vitae e arbiter elegantiae (forma e sostanza), eletta ad irrinunciabile, inscalfibile, inarrivabile medium di massa, sponsor di una cultura della visibilità elevata a meccanismo di promozione sociale. Il successo giunge o per accumulo di status symbols (non importa come e quali), oppure assolutamente a caso (trionfo delle lotterie nazionali, il Gratta e Vinci, il gioco d’azzardo divenuto affare di Stato, o molto più semplicemente la fenomenologia dei reality show e dei dilettanti allo sbaraglio). Una mafiosità intima, genetica e familiare ha potuto quindi straripare, dilagando sia nel settore pubblico che privato, colmando qualsiasi vuoto legislativo laddove lo Stato non c’è, è debole, o non ci fa caso. Altri fenomeni a ruota: la disgregazione di un’empatia sociale collettiva che ci ha resi individui quasi del tutto disumanizzati, la svalutazione degli spazi sociali, la perdita di un senso di comunità. E ancora: il malcostume politico, l’impunità cronica, i danni strutturali di infrastrutture e istituzioni già fatiscenti, il Risiko delle caste, delle combriccole, delle parrocchie e delle piccoli-grandi mafie. Ed infine il mancato investimento sui giovani, sulla tecnologia e sulla cultura, assieme a due o tre generazioni di irresponsabili matusa, ipocriti ma moralisti, e baroni panzoni, incredibilmente creduti i salvatori della patria, che per la prima volta nell’era moderna hanno divorato il futuro dei propri figli.

Tutto ciò è molto trash, nella misura in cui questo dispiegarsi di fenomeni sono andati a consolidare uno status quo irrazionale, demente, e che si recepisce al di fuori di qualsiasi “disegno intelligente”. Eppure stiamo parlando di un sistema intrinsecamente perfetto e magnificamente oliato. Un immondezzaio rampante e a cielo aperto. E la cultura? Spesso ha collaborato con la spazzatura, finendo per farne parte, per il semplice motivo che non è riuscita a prendere le distanze e creare mondi alternativi. Del resto è questo il potere del trash: la sua pervasività. Il “brutto” piace. Perché è comodo e fa comodo. Perché è l’unica forza potenzialmente aggregante in vigore. E perché è dannatamente remunerativo.
Insomma, non c’è una via di mezzo. Da una parte gli anatemi dei pulpiti accademici, dall’altra il collaborazionismo di speculatori o di intellettuali sbarbati, vagamente punk e molto poser. Nessuno ancora che sia riuscito a ristabilire un certo equilibrio e a maturare uno sguardo opportuno e ben calibrato.
Per questo motivo che, dal punto di vista della cultura, è opportuno farsene una ragione: essa non è più strumento di conoscenza e scoperta (non lo è già da tempo). Tale compito oggi è del tutto demandato alla scienza e alla tecnica. Cultura è quindi contemplazione, elucubrazione, rimembrare un corpus di informazioni già acquisito, mentre invece dovrebbe sapersi tradurre in osservazione, ma soprattutto, in tempi come questi, rappresentazione. Deve saper restituire con i propri mezzi – interpretazione, critica, arti figurative e narrazione, dalla letteratura al cinema – ciò che sta avvenendo, forte di uno sguardo brillante. Ma dove volgere gli occhi? E con quali occhi?

Troppe volte l’Italia viene creduta vuota, vacua di racconti e di stimoli, incapace di farsi carico di espressioni nuove, inedite e, possibilmente, di un certo rilievo. Peccato che il Belpaese non ha bisogno di nouvelle vague per raccontarsi, cioè infingimenti espressivi anarchici da imbastire per dimostrarsi originali. È invece opportuno raccontare quello che c’è già e cioè la festa che si consuma sotto i nostri occhi, perché è l’Italia stessa ad essere un gigantesco palcoscenico. Flore urbanistiche demenziali, tra condoni, sprechi e pressapochismi, popolate da faune antropologicamente magmatiche, febbrili, tarantolanti, impegnate in un eterno ballo di San Vito. Gli italiani vanno lasciati formicolare nei loro paesetti anti-antisismici, arroccati sulle colline divorate dal dissesto idrogeologico, in fatiscenti stadi “protonazisti” durante il fine settimana, o nei salotti immersi di un kitsch domestico ed avvilente, paciosi, davanti ai Pacchi, la sera nel dopocena, con l’alito che puzza di aglio. Non c’è Terzo Mondo così magnificamente imborghesito e rampante come il nostro. Altro che Repubblica delle Banane: questa è la Terra dei Cachi. Come dire: spettacolo e palcoscenico, no chiacchiere e distintivo. Iconograficamente parlando un bendiddio. Occorre solamente carpire questa vitalità caleidoscopica, di certo becera, ma comunque straripante e carnevalesca. Dopotutto è questo il nostro primato: l’istintuale rozzezza di un ceto medio che si riflette nella classe dirigente, il grottesco elevato a nazionalpopolare, il sacro e profano in un ribollente melting pot fatto di antico e moderno, scaramanzie pagane e iPod, feticismi locali ed esterofilia maccheronica, immigrati clandestini e reminescenze da Terzo Reich, caste e castrati, mafia e Vaticano. E al di sopra di tutto questo la televisione. Che ritrae ed educa, santifica e riverbera: demiurgo e specchio delle nostre brame di una mitologia del “ma sì, va là” e del “tanto pe cantà”.

La retorica comune all’austerità morale e all’arte formativa spinge invece in tutt’altra direzione, vedi la selezione di un canone, la restaurazione del buon gusto e dei contenuti. Un atteggiamento da maestrina isterica, ed in quanto tale, sbeffeggiata, a ragione, dal volgo. Come se sforzandosi di ritrarre esclusivamente le eccellenze significhi salvarle dal caos fagocitante. Ma “l’Italia delle eccellenze” è una leggenda, e se esiste non è sufficientemente rappresentativa. Anzi, la sua rappresentazione, insistente e manierata, è il vero espressionismo. La voce di uno snobismo infeudato che quando vuole ce la mette anche tutta nel tradursi in arte popolare, producendo, però, nient’altro che parodie della realtà. Ma parodizzare parodie viventi, spontanee e naturali di per sé, come sono le caricature umane che popolano questo circo italiano, non serve a nulla, soprattutto se non le si conosce, non le si comprende, ed in questa maniera, non le si può sorprendere. Il realityvismo è la nostra vera eccellenza, cioè questo stato delle cose, l’italianità del popolo più decadente e nello stesso tempo vitale del panorama occidentale. Per questo motivo dobbiamo riportare lo sguardo verso il basso, verso il nostro baricentro (che sta sotto l’ombelico) e ritrarre l’intimità mafiosa del nostro gesticolare chiassoso e caciarone, l’incertezza sintattica dei gerghi moderni, vilipendio di una lingua maestosa, le movenze di muscoli con i tatuaggi tamarri, i culi con i tatuaggi tamarri, la carnazza sostenuta dai bisturi, con i tatuaggi tamarri. Capire il perché, comprendere cosa c’è dietro la seduzione delle lingue lesbiche che si avvitano su se stesse in sacrificio dell’auditel, tra pianti, risa, rutti e peti ed erezione degli share. In poche parole penetrare il cuore di questo benedetto realityvismo per poi possederlo. E magari, un giorno, vincerlo.

Si potrebbe obbiettare: “non è vero che il trash è lo specchio della nostra nazione”. E se invece fosse vero il contrario? Un discorso che sembra vertere sulla nostra sincerità intellettuale. Poiché la differenza rispetto al passato sta nel fatto che non solo il trash c’è, ma anche docet. La compenetrazione/compartecipazione tra pubblico e spettacolo, uomo e rappresentazione di sé, cittadini e caricature, realtà e finzione, il reciproco scambio di acquisizione e riconoscimento, è già completamente avvenuto. Un fenomeno concreto. Un dato di fatto. Sembra poco? Non lo è. Tutto ciò che accade è reale. Come tangibili sono le idee, l’immaginazione, i sogni, specie se collettivi, che incidono nella realtà come un qualsiasi altro attore sociale. Forze che, per intenderci, muovono cose e persone a propria immagine e somiglianza. Perciò è inutile liquidare simili fenomeni come ciarpame, paccottiglia estetica, discarica semiotica. Sarebbe come se si avesse ignorato il ’68, poiché questa è la vera “rivoluzione” del nostro tempo, l’evento antropologico maggiormente rilevante che ha condizionato la nostra epoca e in essa la società. Perciò vale la pena raccontarlo e testimoniarlo con giustezza, come avvenne con il neorealismo, quando l’Italia seppe raccontarsi senza filtri. Abbiamo alzato la sottana, con fare impudico, mostrando al mondo la vergogna di torme di miserabili, uomini ridotti in scarafaggi. E nel contempo abbiamo dato mostra di un orgoglio inedito malgrado la tragedia di un popolo. Ora che l’Italia è cambiata occorre adottare un nuovo sguardo. Non la si può lasciare orfana di contenuti o in ostaggio dei luoghi comuni o delle solite confutazioni di una cultura distante. Non ora, nell’era del realityvismo, senza massimi sistemi in grado di giustificarla se non il dogma spicciolo del conveniente. Vale la pena ritrarre questo popolo che si è formato nella cultura della visibilità e che si è conformato in una fitta rete di archetipi che da Corona a Berlusconi hanno stravinto la partita, sommergendo l’Olimpo di un nuovo Pantheon di parvenu. Credo che intellettuali, cineasti, romanzieri, poeti debbano farsene una ragione. Ritrarre la realtà per quella che è, come nel dopoguerra, in questa sorta di post apocalisse crepuscolare. Senza forzature. Senza intenti educativi. Senza facili derive di denuncia morale. Senza interporre filtri estetici o cadere nella trappola dell’esibizione dell’orrido. Restituire la realtà nuda e cruda, fingendoci reporter del dopoguerra, con equidistanza, creatività ed intelligenza critica, poiché sarà lei a spogliarsi di fronte all’obbiettivo. Come in un film porno.
Il mondo della cultura non ha potuto fare niente contro l’istaurarsi di un simile ordine antropologico? Male. Ora però occorre che lo rappresenti a dovere
. Non gli resta altro da fare. Dopotutto si tratta di essere italiani. Non di far finta di venire da un altro pianeta.


PROSSIMAMENTE CAM#05: TRASH! Cultura e spazzatura

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