Blob e Midcult, da Flaubert a Ghezzi – CAM#05: TRASH!

BLOB E MIDCULT, DA FLAUBERT A GHEZZI
Quando letteratura e critica compiono tuffi carpiati nel sciocchezzaio della propria epoca

di Alberto Bullado

BLOB E MIDCULT, DA FLAUBERT A GHEZZI
Quando letteratura e critica compiono tuffi carpiati nel sciocchezzaio della propria epoca

Dicesi “Blob”: su Wikipedia lo danno come un termine inglese che significa “massa priva di forma e consistenza”. Ma noi sappiamo essere anche un plasma catodico riprodotto da un format televisivo tra i più discussi, analizzati, apprezzati ed osannati dall’ ’89 ad oggi. Del resto la creatura di Enrico Ghezzi (una paternità da dividere con molti altri autori) è conosciuta da tutti. È il programma più longevo di Rai3, in onda tutte le sere in seguito al TgR. Ed è soprattutto un modo di fare tv: un gorgo semiotico praticamente infinito, smisurato e fluido tante e tali sono le implicazioni e le letture su più livelli: la satira, la contemplazione nichilista ed autocompiaciuta, la denuncia, i percorsi tematici, la divulgazione, il montaggio copia-incolla, i rigurgiti intellettuali. Ma non è questo il luogo nel quale scomporre ed analizzare uno dei prodotti più fortunati e complicati della nostra televisione. In questo caso proviamo a dire qualcosa di diverso. Per esempio che quello di Ghezzi non è stato il primo Blob della storia. Affermazione bizzarra? Niente affatto, anzi, sarebbe strano se fosse il contrario. In CAM#05 vedremo come noi moderni abbiamo la possibilità di squarciare il Velo dei Maya della cultura alta al fine di contemplare, alle volte solo di sghimbescio, le rappresentazioni pulsanti e dai violenti chiaroscuri di una cultura popolare, gretta, ma vera, e dal baricentro basso ma ugualmente arrembante, tanto da emergere in superficie come materiale magmatico. Abbiamo intercettato opere letteralmente imbevute di certi gusti e tematiche, ma che dire dei grandi autori che si sono cimentati nello studio di questi strani geyser di (in)cultura? Che ne è della loro curiosità e della critica che spesso non si è sottratta dal compiere tuffi carpiati in questo strano minestrone? Prima degli audiovisivi vi era la letteratura. Ecco perché è opportuno retrocedere nella Francia del XIX secolo. E scomodare Flaubert.

Non bisogna mai sottovalutare la stupidità. Anche quando essa si maschera da intelligenza. E lo scrittore francese lo sapeva benissimo, il quale, dalla stupidità, era in un certo senso ossessionato. Il suo interesse per le miserie borghesi, pretestuose ed impacciate, è noto. Così come il fallimento di un mondo basato su convenzionalità morali e sentimentali emorragiche. Basterebbe interrogare il personaggio di Emma Bovary, coaugulo ed agnello sacrificale di un certo sistema antropologico e nel contempo stereotipo letterario. Una figura certamente trash, non esattamente per la propria goffa ed affettuosa ingenuità, a dire il vero un po’ kitsch, ma nella misura in cui ella s’ingozza di una certa letteratura “di cuore” sino a perdere la cognizione di se stessa (personaggio attualissimo). È interessante sapere che Flaubert un giorno disse: «Madame Bovary c’est moi». Appunto. Al di là dell’ispirazione autobiografica, è noto a tutti il perfezionismo nevrotico del francese da apparire persino ridicolo. Egli eredita l’idea di Orazio e Quintiliano di spingere il lavoro sul linguaggio oltre il limite, con esiti demenziali: una settimana per scrivere quattro pagine, otto ore per correggerne cinque e quei famosi due giorni, un lunedì ed un martedì, spesi solamente a limare due frasi. Una ricerca smodata ed atroce. Come Emma Bovary, Flaubert s’incaponì sino a perdere la cognizione di sé e della propria opera nella composizione di Bouvard et Pécuchet, romanzo postumo ed incompleto (esce nel 1881 ad un anno dalla morte dell’autore).

Poco prima si parlava di stupidità, in quest’opera ve n’è molta. Una sorta di prontuario di sciocchezzume, un bignami d’idiozia a proposito delle scienze, delle filosofie, degli intellettualismi della Francia di quel tempo. Senza dilungarci troppo sulla trama, una curiosa vicenda, i due protagonisti, ritirandosi nelle campagne di Caen, si dedicano prima all’agricoltura, per poi passare alla medicina, e successivamente alla chimica, alla politica, e poi ancora alla letteratura, alla psicologia, allo spiritismo, sino a carezzare l’idea di un suicidio… ed infine tornano a fare quello che avevano sempre fatto nella vita: i copisti.

La bussola è impazzita. L’idea è quella di rappresentare una farsa enciclopedica, la follia del linguaggio (in quest’opera non ve n’è uno che prevalga sull’altro) e delle cognizioni in esso contenute. I protagonisti, due ereditieri sempliciotti, sono in balia di una forza tragicomica inspiegabile. Essi hanno perso l’ordine delle idee, imprescindibile presupposto del trash. E Flaubert ne approfitta per mettere in scena una colata di luoghi comuni, citazioni di terza mano, credenze bizzarre, bestialità scientifiche, dimostrando una certa attrazione verso questa sorta di metastasi informe: un “blob”, una stupidità mediata da convenzionalità e buon gusto piccolo-borghesi che prende il nome di bêtise, ennesima sottocategoria del trash, o forse suo sinonimo, che Dwight Macdonald, sociologo, scrittore e critico americano, chiamerebbe midcult, ovverosia la cultura di un ceto medio arrivista, che a differenza delle masse popolari, masscult, si nutre di prodotti e surrogati che si ispirano all’alta cultura e all’altra società: «Nel masscult il trucco è scoperto: piacere alle folle con ogni mezzo. Ma il midcult contiene un duplice tranello: finge di rispettare i modelli dell’alta cultura mentre in effetti li annacqua e li volgarizza». Lo chic che diventa kitsch.

Umberto Eco, nel suo celeberrimo saggio Apocalittici ed integrati, del ‘64, si serve di Macdonald e delle sue categorie, indice di un interesse da parte di una certa cultura intelligente, ma alla mano, che non si esime di analizzare ciò che vive di vita propria nel sottoscala della cultura considerata “alta”. Anche Alberto Arbasino è uno di questi. Un autore che nelle prime prove letterarie, da Anonimo lombardo a Fratelli d’Italia, ha saputo frullare insieme più valenze estetiche, linguaggi e registri (impegno e scanzonature, sublime e pecoreccio), per poi redigere in Un paese senza, nel 1980: un suo personale “blob”, implacabile e corrosivo, sui luoghi comuni dell’Italia dei ’70-’80, dallo spettacolo alla politica. Ma i riferimenti in questo senso sono pressoché infiniti. Da un autore di enorme successo planetario come Palahniuk, che abbandona la narrativa per dedicarsi a La scimmia pensa, la scimma fa (del 2004, in Italia pubblicato due anni dopo), un episodico ma efficacissimo bestiario umano che raccoglie articoli, interviste, resoconti che si barcamenano tra wrestling, volontariato, corse di mietitrebbiatrici e moderni costruttori di castelli, fino al nostro Paolini, che mette simpaticamente in scena i “tavernicoli” del Veneto contemporaneo: individui soliti dimorare in villette unifamiliari, artificialmente rialzate e rigorosamente dotate di taverna, ricchi ed operosi ma con l’encefalogramma intellettuale e morale piatto. A questo punto pure Gramsci è da aggiungere al gruppone. La sua curiosità verso la letteratura popolare, le dinamiche della letteratura industriale, l’aspirazione cosmopolita degli intellettuali del suo tempo, così come il loro disprezzabile preziosismo retorico, i tic da “mandarino”, il distacco dalla vita reale e dalla gente comune. Anche lui come i precitati autori ha saputo esplorare i cortocircuiti trash di una cultura deplorevole ma da indagare.

Tirando le somme. Punto primo: non esiste solamente un trash popolare, grottesco e sguaiato, ma anche un altro più ingentilito, parzialmente elevato, borghesuccio, ma ugualmente raffazzonato, ebete e privo di costrutto. Punto secondo: il trash non è materia indigesta all’intellighenzia. In più occasioni questo “blob”, questa “massa priva di forma e consistenza”, è stata oggetto di studio delle più grandi e limpide mentalità della storia. Indi per cui il trash non è una materia da rigettare, ma un’entità da conoscere e rimestare, indossando i guanti bianchi dell’intelligenza critica. Poiché, come si sa, il fascino dell’orrido è come lo sguardo di Medusa, lascia ammaliati ed affascinati, ma a proprie spese. E lo sanno tutti coloro, autori e critici, che imprudentemente sono caduti in fallo nell’elogiare discutibilissime espressioni per il semplice ed aleatorio piacere di provocare, anche andando contro ogni buon senso estetico. Ora costoro, alla lunga distanza, ed al cospetto delle conseguenze estetiche e morali prodotte da cotanta grazia e da certe derive, sono rimasti muti e basiti come statue di sale.

 

Approfondimenti bibliografici:

Antonio Magrì, Di Blob in Blob. Analisi di semiotica comparata. Cinema Tv e Linguaggio del corpo, Aracne Editrice.

Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet, esistono varie edizioni: Feltrinelli, Einaudi, Rizzoli.

Gustave Flaubert, Dizionario dei luoghi comuni, Rizzoli.

Dwight Macdonald, Controamerica, Rizzoli.

Umberto Eco, Apocalittici ed integrati, Bompiani.

Alberto Arbasino, Un paese senza, Garzanti.

Chuck Palahniuk, La scimmia pensa, la scimmia fa, Mondadori.



PROSSIMAMENTE CAM#05: TRASH! Cultura e spazzatura

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