Gli Ecomostri siamo noi – CAM#05: TRASH!

GLI ECOMOSTRI SIAMO NOI
Fenomenologia della spazzatura, tra produzione, consumo e smaltimento

di Alberto Bullado

Oggettivamente parlando esiste uno ed un solo trash: la spazzatura. Ed è curioso il fatto che il trash divenga un disvalore dato e concausato arbitrariamente dall’essere umano. Noi stessi siamo l’unica e vera fonte di trash possibile del pianeta, in quanto coloro che producono oggetti che diverranno desueti e quindi immondizia. È infatti l’essere umano a determinare cos’è, e cosa non è, spazzatura, mediante il disuso ed il ricambio. Dal momento che un oggetto viene gettato via esso diviene trash, RSU, rifiuto solido urbano. Un attimo prima era un oggetto con un proprio perché, una propria funzione, un proprio valore. L’attimo dopo è semplicemente un qualcosa che non ha più niente di tutto questo e che non dovrebbe più esistere. Ma che c’è. È questo il problema.

Philip K. Dick, nel suo più celebre romanzo, Do androids dream of electric sheep?, del ’68, parlava di kipple, cioè di un accumulo disorganico di oggetti senza più una ragione d’essere, inutili. Un’entità che, negli imperscrutabili cortocircuiti di una civiltà decadente, sembra avere vita propria: «Quando non c’è nessuno in giro, il kipple si riproduce. Per esempio, se vai a letto lasciando in giro del kipple, la mattina dopo, quando ti svegli, ce n’è il doppio. E diventa sempre di più… E’ un principio generale che opera in tutto l’universo: l’intero universo si sta muovendo verso uno stadio finale di totale, assoluta kipplizzazione». Un motivo tipicamente postmoderno quello dell’accumulo inerte e della sedimentazione antropica incosciente e senza memoria. Calvino, nelle sue Città invisibili, del ‘72, scriveva di Leonia come di una città-discarica dalle dimensioni immani: «l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per fare posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé… Il risultato è questo: Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri».
Dick e Calvino, agli albori della società di massa, ci hanno raccontato un mondo che di giorno in giorno è sempre più simile al nostro. Inoltre essi pongono un’ulteriore considerazione. C’è infatti da riflettere su quanto la proprietà autogenerativa dei nostri stessi rifiuti sia pura fantascienza oppure una realtà molto più vicina. Vale a dire discutere sull’incontrollabilità di un sistema che noi stessi abbiamo generato e che un giorno potrebbe ritenerci trash, materia inutile, inerte, da buttare via. Un leitmotiv caro al filone narrativo cyberpunk, o probabilmente un’utopia reale ancora una volta da contestualizzare ed equiparare al nostro presente. Riflettiamoci: oggetti che creiamo per essere posseduti e che finiscono per possederci. Industria e ritmi produttivi che ci dominano. Uno scenario più che plausibile. Ma soprattutto attuale. Poiché la produzione di oggetti in sé non è né bene né male. Comincia a costituire un problema se essa diviene industriale, incessante ed irrefrenabile. Il problema è quindi l’iperproduzione e gli alti consumi.

Qualche numero. 4 miliardi di tonnellate di rifiuti urbani e industriali prodotti ogni anno a livello globale, di cui ne vengono raccolti 2,74. Oltre 650 kg è la produzione pro capite per ogni abitante del pianeta, con una netta prevalenza dei paesi occidentali[1]. L’Italia produce circa 32 milioni e mezzo di tonnellate di rifiuti l’anno. L’indice pro capite oscilla attorno 550 kg. Ogni anno in Italia finiscono in discarica 15 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, il 48% del totale prodotto e oltre il 65% dei rifiuti raccolti: di questi, buona parte viene interrata senza trattamento preventivo. Inoltre, sempre in Italia, il trend di produzione di rifiuti è in aumento. Rispetto all’anno scorso 1,6 milioni di tonnellate in più. Rilevante, tra il 2003 e il 2005, l’aumento del 20% della produzione pro capite di rifiuti urbani[2].


Stando a queste cifre la spazzatura sembra essere un prodotto abnorme ed irrinunciabile della nostra civiltà
e la paradossale abnegazione di tale ritmo produttivo, anche di fronte alle spaventose conseguenze umane ed ecologiche, al giorno d’oggi palesi ed innegabili, è un qualcosa di mostruosamente trash. Ed è allo stesso modo trash l’indifferenza e l’ignoranza collettive al cospetto di tali tematiche, così come la diffusa e radicata inconsapevolezza di essere noi il problema, in quanto promotori, produttori e nel contempo consumatori di un circolo vizioso senza precedenti. In una sola parola: responsabili.
La spazzatura, in questo senso, potrebbe essere elevata a simbolo del postmoderno
. La sua super produzione, la transitorietà degli oggetti e la nostra ignorante, insensibile, ingiustificabile impassibilità a proposito del nostro stesso impatto ambientale: in questo senso il postmoderno è un monumento al trash, la sua consacrazione, non solo culturale, ma anche sociale, economica ed antropologica.
Come giustificare un tale fenomeno? Da una parte flussi di desiderio collettivi (spesso creati ad hoc) e meccanizzazione della produzione (vi sono in Cina fabbriche interamente composte da manodopera artificiale dove non vi è nemmeno luce elettrica; a quando le lotte sindacali dei robot?), dall’altra l’arbitrio di leggi del mercato che non tengono assolutamente conto dell’elemento umano (fabbisogno reale, costo del lavoro, effetti sociali, qualità della vita, ripercussioni ambientali) e delle conseguenze. Un sodalizio davvero trash. Secondo quest’ottica la colpevolezza del capitalismo (o turbocapitalismo) è stata quella di rendere l’uomo una variabile dipendente del mercato e non viceversa. Una decentralizzazione del nostro ruolo di dimensioni epocali e, secondo molti punti di vista, catastrofiche, tanto più che principi come il seguente, in bocca praticamente ad ogni politico, industriale ed economista di qualsiasi colore e provenienza, “occorre stimolare i consumi per aumentare la produzione”, viene recepito come un qualcosa di normale, doveroso, fisiologico, anzi, un vero e proprio dogma, quando invece non v’è alcuna logica in tutto questo. Anziché “produrre per consumare”, si è passati al “consumare per produrre”. Un ribaltamento ontologico demenziale. Ma non può il nostro progresso dipendere dalla crescita. E non può essere il mercato ad imporre il livello dei consumi, per forza di cose sproporzionato e disumano, in quanto improntato su logaritmi matematici esponenziali che nulla hanno a che vedere con i nostri reali bisogni e con le capacità di riassorbimento del nostro habitat. Eccola la distopia che si avvera: un meccanismo economico non più al nostro servizio, ma noi al suo. Chapeau.

Inoltre non si può parlare di spazzatura senza tirare in ballo il riciclaggio. L’utopia ecologica intende ribaltare lo status della spazzatura, sino a dargli un intrinseco plusvalore: la munnezza come bene da riutilizzare. Ma in nome di che cosa? Verrebbe da dire il bene comune. No, o almeno, non solo: viene prima il profitto. E quindi: munnezza come merce e fonte di ricavo. L’utopia ecologica, per assumere dimensioni rilevanti, si avvera solamente passando, ancora una volta, attraverso il libero mercato e la speculazione, altrimenti è costretta a rimanere un hobby per pii aficionados o “bricolage da fricchettoni”. In poche parole è costretta a riconvertirsi in un’industria, con relativi costi e politiche. Un qualcosa che puzza un po’ di controsenso, tanto che per certi fenomeni si può parlare, con sempre più condizione di causa, di palliativo ecologico più che di rimedio. Un balsamo politically correct per attenuare l’ammorbante status quo, utile a nascondere, alla stregua di un magico paravento, le perniciose fregature di un neocapitalismo verde, dalle speculazioni del foltovoltaico all’appaltificio delle nuove ecomafie.

Sia ben chiaro che qui non si tratta di screditare sistematicamente qualsiasi tentativo di rimedio alternativo, ma di porre l’attenzione su una legge all’apparenza imprescindibile del nostro tempo. Dal momento che si crea un bisogno, esso diviene mercato. E l’imperativo ecologico innesca, di conseguenza, il business dell’ecologia, il quale, sarà verde quanto vogliamo, ma pur sempre di business si tratta. Il cui scopo, forse l’unico, o la priorità, si capisce, è il ricavo. Altro che risoluzione virtuosa e definitiva del problema. La questione, insomma, è sempre la solita: saremo mai in grado di toglierci dai pasticci se collochiamo le nostre contromisure entro la medesima ottica di libero mercato di cui sopra? Può la causa essere la risoluzione del medesimo problema? In termini di logica no. Nella verità effettuale delle cose nemmeno. Il riciclaggio, per quanto possa ottimizzare lo smaltimento dei rifiuti[3], non risolve completamente il problema. Qui, nel paese del ritardo cronico e di una sensibilità ecologica al limite del pornografico, come altrove[4]. Insomma, la moderna ecologia è in grado di rallentare il processo di inquinamento in modo da fornire un alibi al sistema, che in questo modo si autotutela, e a noi stessi, che ci sentiamo legittimati nel proseguire per la medesima strada, il nostro modello di vita, che è la causa del problema, quando in realtà la vera alternativa è quella di diminuire i consumi e, di conseguenza, le produzioni. In termini umani un qualcosa di sacrosanto. In termini economici una bestemmia. In termini pratici, tenendo per buono il sistema vigente, una missione impossibile.
Tirando le somme il trash è quindi una creazione umana, lo scarto tangibile di un modello di sviluppo e la sua conseguente, titanica ed inarrestabile accumulazione. Ed è allo stesso modo trash che tale sistema venga recepito come invertibile, interminabile, incontrollabile e nel contempo il “migliore dei mondi possibili”. Occorre rifletterci su. Ma non lo facciamo.
Poiché siamo trash.


[1] Stime che si riferiscono al il primo studio sistematico sulla produzione e lo smaltimento dei rifiuti a livello internazionale, realizzato dal Gruppo Veolia, in collaborazione con Philippe Chalmin dell’Università di Parigi-Dauphine, e presentato all’Università Bocconi di Milano nel corso del convegno Rifiuti: dalla paura alla consapevolezza.

[2] Fonte ISPRA (Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale).

[3] In Italia, anche nel migliore dei casi, non si riesce a superare la metà degli smaltimenti salvo le stranote piccole località del nord, che però sono inserite in circuiti di autoproduzione a bassi consumi.

[4] Utilizzando la quota di collocazione in discarica dei rifiuti urbani prodotti è possibile individuare tra i paesi europei 3 grossi gruppi: quello dei paesi dipendenti dal sistema delle discariche (con quote di collocazione superiori al 65% del totale), quelli a prevalenza di discariche, (con quote di rifiuti destinati in discarica fra il 20 ed il 65%, ) l’Italia è tra questi, e infine il gruppo dei paesi che destinano quote residuali alla discarica (inferiori al 20% del totale dei rifiuti), che sono pochissimi.

PROSSIMAMENTE CAM#05: TRASH! Cultura e spazzatura

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