La Breccia di Porta Pisapia

Analisi e disincanto di un trapasso politico tra nuove speranze, facili illusioni e lo spettro di un cattivo postberlusconismo.
di Alberto Bullado.

UNA DOVUTA PREMESSA. Pisapia & Co, vincono, anzi, stravincono. La “meglio Italia manda a casa Berlusconi”, spazza via la sua ombra e dei suoi scherani alla stregua di un fiato pestilenziale per abbandonarsi all’epifania di piazza. Esticazzi, verrebbe da dire, primo perché Conaltrimezzi è una realtà che non ha base né a Milano né a Napoli ma a Padova (una città che un “amatissimo” sindaco di centrosinistra ce l’avrebbe già), secondo perché da un punto di vista volutamente controcorrente ed estraneo (ma non per particolari ragioni politiche) al giubilo di molti italiani va anche detto che il dato più importante all’indomani della “Breccia di porta Pisapia”, peraltro prevedibile ed in cantina da mesi, non è totalmente positivo o positivo a prescindere (e spiegherò perché). Giusto per fare un esempio esaustivo: quando unirono l’Italia Cavour pronunciò quella famosa frase. Qualche anno più tardi, oggi, il suo significato andrebbe capovolto: mettiamo che ora gli italiani ci sono. Ma chi li guida? E poi, altro interrogativo mica da poco: qualcuno si è accorto che non si è trattata di una tornata elettorale nazionale? C’è qualcuno che è in grado di pensare più con il cervello e meno con la pancia?

CRONACA DI UN SUICIDIO. Giusto un piccolo passo indietro. Andatevi a vedere il video. Berlusconi fa la spacconata: datemi 53.000 voti per Milano e non ve ne pentirete. Gliene arrivano la metà (anche rispetto alle votazioni del 2006). La città torna nelle mani della sinistra: era dal ’93 che non accadeva. Perde pure a Napoli e in molti altre città e comuni. E perde voti anche la Lega: -21% al nord. Questo solamente al primo turno elettorale. Poi va peggio. Il centrosinistra vince aumentando il distacco. Tra le varie sconfitte figurano anche Trieste, Cagliari, Novara, Grosseto, Pordenone e Crotone. Qualcos’altro da aggiungere? No, nel senso che la sconfitta del Cavaliere è lampante, bruciante, fosforescente; sì, nel senso che occorre puntualizzare, decontestualizzare, avanzare alcune considerazioni più fredde ed opportune. Ma per adesso è anche giusto rimarcare la portata cruciale di questo test politico. Qualcuno accenna qualche passo di danza, qualcun altro si abbandona in ben più sbracati sfottò, poiché in queste elezioni il Premier aveva investito molto, tanto da metterci la faccia (e il nome sulla lista) soprattutto a Milano. La sconfitta è ancor più bruciante se si considera il fatto che è stato lo stesso Cavaliere ad aver definito queste votazioni un referendum sulla sua persona e sulla salute del governo: non è stata quindi una sinistra con la vittoria in tasca ad aver tirato Berlusconi per i capelli nel tritacarne politico. Il dato di fatto preponderante è difatti questo: il suicidio di Berlusconi. La sua sconfitta rappresenta un vero e proprio incosciente e lacerante harakiri. Da qui la legittima (ma fino ad un certo punto) euforia liberatoria, elargita da parte di quegli italiani che interpretano la politica alla stregua di un fatto personale, di una meteorologia dell’ego, di una partita di calcio, e quindi di un fatto di tifoseria. Qui a predominare è la pancia, non la ragione. Ecco giustificato il vasto sentimento di ripicca, vendetta e ritorsione manifestato per le piazze e le strade d’Italia. Un sentimento da derby campanilistico, da giocondità ultras, altro che paese “civile”. Ma questo fa parte del nostro dna. Siamo italiani, non svizzeri. Qui la politica è inizialmente (o solamente?) un fatto emotivo di budella. Se poi a perdere è Berlusconi…

CADAVERI E BECCHINI. Qualcuno in questi giorni potrà parlare di una “Piazzale Loreto elettorale” per il Premier, visto anche un certo clima che si è respirato in Piazza Duomo (bandiere, coreografie, canti: Luca Sofri in presa diretta, tramite Twitter, fa sapere, intorno alle 21.20 circa del 30 maggio, che: «Ok, gli stormy six stanno suonando Stalingrado, accanto a me vendono magliette di lotta continua e siamo al sedicesimo coro di bella ciao»). Ma io vorrei insistere su questo fatto del suicidio. Berlusconi e i suoi hanno fatto quasi tutto da soli. Per la prima volta il grande comunicatore, l’anchor man populista prestato, o votato, alla politica, fallisce così sonoramente e in casa propria malgrado la portaerei mediatica, l’artiglieria pesante, la propaganda, i milioni petroliferi della Moratti, la demonizzazione leghista ai danni di Pisapia (tutta froci, drogati, comunisti e moschee), senza contare l’arrampicamento sugli specchi elettorali promettendo l’impossibile tra decentramento di ministeri ed altri bonus (abolizione di multe ed ecopass a Milano, stop all’abbattimento delle case abusive a Napoli). È il fallimento del populismo di centrodestra e della politica del marketing. Il risultato elettorale è un grande “ci avete rotto il cazzo”. La gente ne ha avuto abbastanza, senza esclusione di latitudine. In passato il sottoscritto aveva messo in guardia dal celebrare la morte di Berlusconi (a dicembre ci avevo visto giusto), un funerale annunciato dalla sinistra da almeno 18 anni a questa parte, mentre è stato il Cavaliere ad avere negli anni sotterrato i cadaveri dei vari Occhetto, Amato, Prodi, D’Alema (rimasto sempre dietro le quinte), Bertinotti, Diliberto, Rizzo (questi ultimi tre dove son finiti, in Russia?), Fassino (ora riciclato), Veltroni (latente) e Franceschini, mentre a Bersani, i becchini di sinistra, stanno tacitamente prendendo le misure per il feretro. Tuttavia va ricordato che, malgrado Berlusconi abbia dimostrato in passato tanta vitalità da resuscitare da ogni défaillance, il trend generale è decisamente negativo e difficilmente controvertibile, proprio perché si tratta del punto di arrivo di un’involuzione inesorabile in atto da tempo e non di un inciampo casuale. Inoltre Berlusconi alle prossime politiche avrà 76 anni. E sarà senza Fini e Casini. E questo è uno dei dati che potrebbero rappresentare il requiem del Cavaliere e che anziché far gioire, dovrebbe far riflettere l’esultante e superficiale popolo della sinistra. Che come al solito preferisce vivere alla giornata e pensare al futuro senza accantonare i sogni d’arcobaleno.

MORATTI UBER ALLES. Sono molteplici le ragioni che ridimensionano, o quantomeno riconsiderano, la vittoria di Pisapia a Milano. Su tutti l’inconsistenza dell’avversario. C’è voluta tutta la qualità di una rivale così valente, lungimirante, ammirevole ed imbattibile come la Moratti per ridare alla sinistra quel minimo di autostima già convertito in un prudente tripudio nazionalpopolare. Diciamoci la verità: la Moratti era un candidato oggettivamente debole e che non stava né in cielo né in terra. Tant’è vero che, come spesso accade nella politica italiana, il vincitore lo è soprattutto in virtù dei demeriti dell’avversario (questa cosa vale tanto per la sinistra quanto per Berlusconi: gli italiani tendono ad essere un popolo di insofferenti). E difatti non si è fatto altro che ribadire questo per giorni. A cominciare da una campagna elettorale, quella della Moratti, iniziata male e finita peggio. Prima la batcaverna del figlio, poi le accuse infondate contro Pisapia (mentre tra i due la condannata era proprio la Moratti), successivamente i malumori della stampa di centrodestra, la batosta al primo turno, il sostegno web di Red Ronnie, la letterina dei Milan Club (come se l’elettorato ultras potesse sostenere una Moratti), il presidente dell’Inter che dice di tifare Pisapia e poi Gigi D’Alessio, ultima icona adottata dalla sinistra, che si rifiuta di suonare nell’ultimo giorno di campagna elettorale. Nel mezzo i deliri della classe politica del centrodestra, i grugniti della Lega e le promesse da imbonitore del Cavaliere. Ma davvero si poteva pensare ad un risultato diverso? Eppure Pisapia ha una certa storia politica. È un saltatore di poltrone (da eurodeputato a sindaco). Non è immacolato come sembra (dato che certe venialità al giorno d’oggi fungono da moneta corrente nel mercimonio dell’opinione pubblica). Ma soprattutto non rappresenta nulla di politicamente nuovo: un comunista borghese, nato con la camicia, retoricamente poco sopportabile (personalmente non riesco a sentirlo parlare: preferisco Vendola e la sua prosodia, giusto per rendere l’idea) e che come altri personaggi si è servito di un soggetto politico alieno, il Pd (una sorta di ufo), per raggiungere il proprio obiettivo. Nella sostanza nulla che possa lasciare così deflagrati. La verità è che la Moratti non poteva fare molto di meglio, come del resto se lo aspettavano tutti quelli che leggono i giornali e non hanno il prosciutto ideologico sugli occhi, ed è riuscita a fare di molto peggio malgrado l’odore di naftalina dell’avversario, peraltro non di centro-sinistra, ma di sinistra e basta (del resto i primi a preannunciare la scarsità della Moratti sono stati gli stessi Belpietro-Feltri sulle colonne di Libero; pure Sallusti sul Giornale ha polemizzato dicendo che, dopotutto, non si poteva togliere la candidatura “a una Moratti a Milano”… sibillino). Pisapia avrebbe probabilmente vinto anche contro un avversario più forte. Tuttavia è innegabile che la misura della sconfitta del centrodestra dipende sì da Berlusconi, ma anche, e molto, dal candidato sindaco del Pdl.

 DEJA VU. E poi qualche altro dato politico. Lo si è già detto: Milano non è l’Italia. Nemmeno Napoli lo è, così come tutti gli altri comuni e capoluoghi che hanno sancito la morte del centrodestra. Si è trattato di elezioni amministrative, non di politiche nazionali. Con questo cosa voglio dire? Che se si votasse domani vincerebbe sempre Berlusconi? Non esattamente. Il Cavaliere non è detto che non ce la possa fare per il rotto della cuffia, ma è un fatto che il partito con maggiore elettorato rimane il Pdl. È vero che queste votazioni suggeriscono che vi è una maggioranza di italiani che vorrebbe cambiare aria, ma tale maggioranza, in termini di alternativa politica, ancora non c’è.
Gli italiani hanno per tradizione la memoria corta e sono poco lungimiranti. Ora che festeggiano il fatto di essersi tutti riscoperti di sinistra (malgrado l’apocalisse elettorale di qualche anno fa: nel frattempo cos’è cambiato esattamente a sinistra?…), ignorano il fatto che in un certo senso i veri vincitori di queste elezioni non sono loro ma i terzopolisti, ovvero coloro che in sede di ballottaggio hanno dato un contributo decisivo. Uno dei dati più significativi di questo secondo turno è infatti il voto dei finiani e dei centristi a favore dell’opposizione, compreso quello dei grillini (Grillo, che è un neoliberale, proprio come Di Pietro, che lo rivendica più muscolarmente, crede di avere un elettorato veramente equidistante: in realtà pende a sinistra quando serve). Questo sta a significare che, in un ipoteco schieramento diplomatico, per replicare il successo delle amministrative e per battere Berlusconi & Co su scala nazionale, occorre raggruppare, nella stessa fazione, Pd, Idv, Sel, Fli e Api, più chissà quanti altri gruppuscoli. Non avete anche voi un fastidioso déjà vu?… Senza contare che il maggior partito di opposizione, il Pd, come al solito si bea della propria inutilità: crede di aver vinto quando invece ha perso, perché riesce a vincere le elezioni solamente con candidati non suoi. Ed è costretto a rimanere dietro le quinte, dando il proprio appoggio (qualsiasi cosa pur di guastare i piani di Berlusconi), lasciando che altri personaggi facciano uso e consumo delle proprie sigle, alla stregua di uno sponsor autogestito. Trovo questa pratica abbastanza odiosa, oltre che vecchia e per nulla genuina. Alla faccia della trasparenza e della politica nuova! Significativo in questo senso vedere ieri Bersani chiedere le dimissioni di Berlusconi con a fianco un sorridente Romano Prodi. Che la sinistra vorrebbe candidare al Quirinale…

VITTORIA O STALLO POLITICO? La verità è che ci troviamo nel medesimo pantano di sempre. Gli italiani credono che la politica sia quella storia a fumetti scritta dalla loro fantasia. Ora i buoni hanno vinto e quindi non ci si può aspettare che il meglio, proprio perché Berlusconi ha perso. E infatti il Cavaliere ha dissipato una marea di voti, certo, del resto come avrebbe potuto acquistarne? Ma lo scenario che si sta profilando non restituisce l’immagine di un’opposizione forte e coesa, bensì un pulviscolo confuso che non costituisce nessuna alternativa plausibile su scala nazionale. Oggi la situazione è quella dello stallo a cui seguiranno le solite perversioni diplomatiche, denunciate dai soliti noti solamente quando a compierle è lui, l’Orco Cattivo, il Cavaliere. Eppure tutti si sono dimenticati di Fini e Casini, cortigiane a piede libero, pronte a dettare condizioni proprio a quelle “nuove” forze “di sinistra” così tanto celebrate dai ballerini di piazza. Se questo trend si dovesse confermare si andrebbe incontro ad una frammentazione pericolosa: preferenze appiattite e tanti partiti che non prevalgono gli uni sugli altri. Anzi, tanti partitini pronti a cannibalizzare il Pd (che ora festeggia) al fine di plasmare la solita coalizione demenziale, tutta inciuci, macchiavellismi, amorazzi occasionali e compromessi. Alla faccia del cambiamento, del nuovo che avanza, degli unicorni e dei maiali volanti. Ecco perché, di fronte a tutto ciò, occorre guardare con disincanto, attenzione e sospetto un possibile e non troppo lontano postberlusconismo. Altro che i patemi di un popolo ubriaco della propria leggera ed ondivaga emotività.

UNA “SINISTRA” SINISTRA. E poi che dire di questa sinistra? Chi sono i comunisti nel 2011? Marx e Lenin sono stati rimpiazzati da uomini di potere con la P maiuscola (che hanno imparato dai i conflitti d’interesse di Berlusconi), un poco più defilati ed in certi casi davvero “sinistri”. Esponenti dei poteri finanziari ed industriali, banche e cooperative, che servono a dare a questa nuova sinistra un’impronta pragmatica, reale e meno ideologica. Leggi anche: integrata in un determinato sistema politico, economico ed affaristico. Parlo di una sinistra “di destra”, neoliberale e dalemiana, che si dice disponibile ad eleggere nuovi mostri al potere pur di riuscire a spuntarla (mi chiedo se questo gli italiani che ora danzano lo sanno, l’hanno calcolato o almeno lo sospettano). Comunisti postberlusconiani in doppiopetto, degli stronzi compassati quali i vari Montezemolo e i Draghi (per lui l’insediamento alla Banca Centrale Europea è solo questione di tempo), “compagni d’origine controllata” con alle spalle i vari De Benedetti e gruppi editoriali che hanno in mano una fetta del web e della stampa (da Repubblica all’Unità). Magnati che sono i degni eredi dei “boia gentili” alla Prodi e Ciampi, proni al cospetto dei poteri centrali come Confindustria, l’Europa dei burocrati e delle lobbies ed il Fondo Monetario Internazionale (senza contare la longa manus dei Goldman-Sachs), o ancora amici di gente come Strauss-Kahn et similia (a proposito: ci credete che c’è pure qualche compagno, diciamo un poco “fighetto”, che si dispiace della sua brutta fine?). Oppure uomini “nuovi” alla Tony Blair, tanto per intenderci, e caricature di Zapatero, che ora suonano come barzellette, ma che fino a qualche anno fa venivano recepiti alla stregua di mantra taumaturgici da una certa stampa illuminata e dal palato fino.
Il dato poco confortante è quindi il seguente: gli italiani interpretano ancora una volta una certa politica, vecchia come il cucco solamente un poco riaggiornata, come problem solving di questo paese. Il largo successo elettorale di Pisapia & Co si potrebbe quindi anche interpretare come l’ennesima prova, quasi ce ne fosse ancora il bisogno, non esattamente di un’illuminata rinascita civile o della vittoria di una nuova forza politica, che di inedito non ha nulla, ma della presenza di un sentimento rivoluzionario di massa terribilmente conformista ed un poco pericoloso data la portata acefala ed emotiva del fenomeno. E che si tratti di una sinistra acefala ce lo dice la mancanza di un leader carismatico in grado di coagulare attorno a sé un consenso difficilmente attaccabile dai latenti coltelli delle forze d’opposizione, che hanno alle spalle una lunga tradizione di fantocci intercambiabili e sacrificabili, computo di logiche partitocratiche e da colletti bianchi. A questo punto perché non proporre candidati mediatici alla stregua di Saviano, o politici irriverenti come un Vendola opportunamente “obamizzato”? Ovvero le ciliegine sulla torta di un inganno elettorale perfettamente confezionato nel quale non si farà altro che auspicare un sacrosanto “cambiamento”, uno slogan che ricorda giusto qualcuno…

POSTBERLUSCONISMO. Quindi in Italia si (ri)afferma questo moloch di voti di un eterogeneo elettorato di reazione-evasione-dissenso. Sono loro la vera opposizione, anzi, la nuova maggioranza che può dare il “la” ad una nuova stagione politica da analizzare con tutta la prudenza e lo scetticismo del caso, proprio perché sono certe incombenze a costringerci di assumere un simile punto di vista. Questo stesso elettorato, ora in preda ad un’adorante carnevale, dovrebbe sapere che di fronte ad una tale frammentazione e crisi politica ( vedi sopra) troverebbe un aggregante nelle possibilità offerte, ancora una volta, dal potere extrapolitico, soprattutto quello economico (finanza, industria, privati ecc…). In poche parole si ristabilirebbero nuove cordate, alleanze, oligarchie. Non ci sarà più Berlusconi ma avremo a che fare con un postberlusconismo ugualmente odioso ed inquietante. Non bisogna infatti dimenticare che è proprio nei periodi delle larghe intese (un ampio fronte di governo denota debolezza, non forza) che si operano le riforme più determinanti per il paese. Non a caso non si fa altro che parlare di “bisogno di ammodernare il paese”. Domanda: su quali modelli verranno presi questi cambiamenti? Su quelli di sinistra?… E se in certi frangenti non è la politica a reggere il timone, subentrano, in maniera più incisiva del solito, i grandi interessi di cui sopra. Ecco a cosa si dovrebbe pensare quando si pronuncia la parola “postberlusconismo”. Altro che Italia attraversata dagli arcobaleni.

NAPOLI “ESTREMISTA”. Una piccola postilla dedicata a Napoli, città nella quale domina De Magistris che passa dal 27% del primo turno al 65% del secondo. Ora, a parti invertite, le malelingue di una certa informazione avrebbero avanzato lugubri insinuazioni della serie: “qui c’è lo zampino della Camorra…”. Nel caso di De Magistris si tratta di pura voglia di cambiamento, ancora questa parola, e di risveglio da un lungo letargo. Dalla mattina alla sera Napoli, la città della monnezza e dell’illegalità, si risveglia città illuminata (questo quello che si intende dalla solita stampa romanzesca). Lo stesso candidato ha parlato di “liberazione di Napoli”. Ma liberazione da cosa e da chi? Dal centrodestra? No, da Bassolino e dalla Iervolino. E quindi dal centrosinistra, di cui faceva, e fa parte, anche l’Idv. È vero che De Magistris proviene da un partito che di sinistra non è, ma è altrettanto innegabile che la sua vittoria politica dipende, matematicamente parlando, dai voti dell’elettorato di centrosinistra. Non si capisce quindi “il voto di rottura”. E il fatto che abbia vinto un magistrato (e qui si legge tutto il potere del “savianismo”, alla faccia di chi ritiene l’autore di Gomorra uno scribacchino di poco conto) è tutto fuorché una novità politica. Ma dico, vi siete tutti dimenticati di Oscar Luigi Scalfaro, Luciano Violante, Franco Frattini, Gerardo d’Ambrosio, Gianfranco Amendola, Ferdinando Imposimato, Tiziana Parenti, Felice Casson, Francesco Nitto Paolo, Anna Finocchiaro, Giuseppe Ayala, Alfredo Mantovano e, per chiudere in bellezza, Antonio Di Pietro? E non gli ho nemmeno detti tutti. Ebbene, vi sembra questa una cosa nuova? Magistrati in politica ci sono da sempre. Un fenomeno che al giorno d’oggi sorprende solo pochi ingenui. De Magistris, che stravince anche grazie alla poca credibilità dell’avversario Lettieri, non è altro che l’ultimo arrivato (tra i più ambigui ed ambiziosi), piazzato da Di Pietro per non avere fastidi a proposito della propria leadership politica all’interno del partito. Se non si dicono queste cose la verità è solo una mezza verità.

PISAPIA CE LA FARA’? Tornando brevemente a Milano occorre anche prospettare una controffensiva politica e mediatica pedissequa ai danni di Pisapia & Co. Senza contare un fenomeno di gran lunga più logorante della propaganda avversaria: l’atteggiamento voltagabbana dell’elettorato di sinistra.
È sempre successo che un sindaco di sinistra, una volta salito al potere nelle grandi città del nord, perdesse consensi e popolarità dopo essersi cimentato con la politica reale e con le scelte difficili che coinvolgono la collettività. Vedi Chiamparino a Torino, Renzi a Firenze, Cacciari a Venezia, Cofferati a Bologna: insomma, la sinistra si disaffeziona piuttosto facilmente ai propri beniamini. È nella genetica di un certo elettorato ipersensibile, tanto eccitabile quanto permaloso. La domanda è appunto questa: ora che ha vinto, Pisapia ce la farà a tenere in mano una patata bollente come Milano?

GRAZIE SILVIO. Un pensiero va ancora a Berlusconi, il quale aveva ragione, contrariamente a quanto pensava la maggior parte degli italiani, quando diceva che “i comunisti esistono ancora”! L’armata rossa è stata smascherata. Ma se la sinistra è risorta dalle ceneri questo è potuto succedere grazie e soprattutto al Cavaliere, che a furia di evocare il Diavolo… Ed il risultato è agli occhi di tutti, come chiosa il solito caustico Travaglio: «Nel momento della prova suprema, il nostro pensiero va a Silvio. A furia di evocare il cadavere del comunismo, ha finalmente portato un comunista a sindaco della sua città. A furia di chiedere un voto contro i magistrati, è riuscito a far eleggere un magistrato a sindaco di Napoli. Grazie Silvio, avanti così». E questa è la controprova di come l’anticomunismo giovi alla sinistra tanto quanto l’antiberlusconismo abbia giovato in passato a Berlusconi. Fa tutto parte del gioco, di quella strana altalena della politica italiana. Ora non si farà altro che parlare di “segnale forte”, di “vittoria dell’opposizione” e di “spallata al governo” da attuare in virtù dei referendum del 12-13 giugno: tutti motti tradizionalmente taumaturgici per Berlusconi (ringalluzziscono l’elettorato di centrodestra tradizionalmente pigro nei ballottaggi ma forte nelle poliche nazionali). Vuoi mai che a forza di cantar vittoria…

UNA CASA PER IL CAV. Infine la drammatica questione abitativa di Berlusconi. Andando avanti di questo passo al Cavaliere non rimarrà nemmeno un tetto, o che so, un Vittoriale nel quale rimpiangere il proprio passato. Non lo vorremmo mica relegare sotto un ponte? In principio ci furono gli insulti di Piero Ricca. Poi l’epica statuetta del Duomo. Infine lo scopellotto elettorale dei “komunisti”. Insomma, il Cavaliere non può più starsene tranquillo nemmeno in casa propria, a Milano, una città che comincia ad essergli ostile e che vorrebbe assegnarli una tomba, non in cimitero, ma prima alle urne, missione compiuta, e poi in tribunale. Ma gli rimane ancora Arcore. No, nemmeno quella. Perché Berlusconi perde anche lì. Il comune passa al centrosinistra. E poi vi ricordate le sommosse e i tafferugli del febbraio scorso? Rischierebbe il linciaggio anche per andare a comprare il giornale o in farmacia a fare scorta di… E tutti gli altri patrimoni immobiliari? Da spartirsi in seguito all’atroce divorzio. Che sia il caso di trovargli un domicilio ad Hammamet? O nel bunker di Gheddafi?

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Comments
6 Responses to “La Breccia di Porta Pisapia”
  1. Jacopo ha detto:

    Analisi lucida e disincantata, con cui mi trovo d’accordo.
    Basti pensare che il nucleare e la privatizzazione dell’acqua furono già stati tentati dal centrosinistra, attraverso il ddl Lanzillotta (firmato anche da Bersani e Di Pietro) e un’accordo Italia-Usa di cooperazione per la costruzione di centrali nucleari, firmato negli Usa dall’allora Min. Bersani con l’omologo dell’Amm.ne Bush (2007).
    Poi la fragilità della coalizione indusse il “potere finanziario” ad usare un altro cavallo.

    A presto rileggerti.

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