Come nulla ebbe inizio

di Maurizio Geronazzo.

Quando ad un amico confesso che devo vedere questo film comincia ad elencare tutte le ragioni per cui sia necessario boicottarlo, che si tratta di un insulto a Germi e a Monicelli, e che non bisogna vederlo, né al cinema né scaricato. Quelli che la pensano come lui si sono fatti sentire su internet, il gruppo su Facebook Giù le mani da Amici miei ha raggiunto quasi 60 mila fan, e gran parte della critica ha bocciato quest’opera ultima di Neri Parenti.

Marzia Gandolfi su mymovies sostiene che: «Non c’è nel film un fotogramma che sia in grado di sostenere la scelta di produrre un prequel, semmai c’è un gioco costante di (in)volontaria distruzione dell’idea originale»;

Maurizio Acerbi, su «Il Giornale», rincara la dose: «Manca la solita sfilza di parolacce e la Belen di turno ma, per il resto, il tono delle scenette, leggi scherzi, è identico a quello flebile di un qualsiasi “Natale a vattelapesca”».

A onor del vero bisogna dire che non tutto il film è da buttare, fotografia, costumi e scenografia sono perfetti e l’immagine di una Firenze quattrocentesca è resa molto bene. Alcuni ruoli sono stati calcati dall’originale, un medico interpretato da Hendel, un fannullone povero e con famiglia da sfamare interpretato da Ghini e un locandiere, Panariello, che morirà nella conclusione. Tuttavia le “zingarate” di questa compagnia di amici hanno molto in comune con i film di Neri Parenti e poco con i tre Amici Miei originali. La storia non è altro che un’accozzaglia di burle piatte e scontate, molte delle quali di tipo erotico, senza una linea narrativa vera e propria, senza uno sviluppo psicologico dei personaggi e non stupisce, quindi, che, a fronte di un costo pari a 15 milioni, i ricavi siano stati bassi, poco più di 3 milioni, cioè un flop. Tra un nano dato nudo alle suore come infante orfano, urina data da bere a De Sica che si finge malato ed espedienti fin troppo irreali per procurare casa a Ghini si colloca lo scherzo principale ispirato ad una novella del ‘400, la Novella del Grasso legnaiuolo, che narra di un legnaiolo a cui viene fatto credere di essere un’altra persona. Questa vicenda funge come da cornice all’intero film e alla fine, infatti, ritroviamo il legnaiolo Ceccherini che concluderà subendo la celebre supercazzola, che nella bocca di De Sica e compagni pare povera e volgare.
Questa comicità sciatta, basata su facili doppi sensi, ha fatto in passato guadagnare molti soldi al regista fiorentino, tanto da aver incassato più di tutti nella storia del cinema italiano. Chi ha visto i precedenti capitoli e li ha adorati lo percepirà come una vera e propria profanazione. Personalmente ciò che ho trovato più insultante è stato il carattere esplicito del film. Nel primo, per esempio, non viene mai detto se questi scherzi vengano fatti per noia, per non sentirsi troppo vecchi o per infantilità. Lo si può pensare, ma rientra comunque nel magico campo dell’interpretazione. In questo capitolo, invece,  viene esplicitamente detto che vogliono vincere la noia. Un altro esempio lo si ha alla fine quando, morto l’amico, uno di loro esprime la necessità, dicendolo apertamente, di non fare più scherzi perché troppo vecchi. Ebbene nel primo episodio questo lo si può intuire ma non c’è traccia di un dialogo che lo dica apertamente. È la fondamentale differenza tra dire e mostrare, tra l’essere espliciti e noiosi oppure far capire lasciando spazio all’interpretazione.
Insomma scontato, banale e comicità finalizzata al nulla, se non a farvi star seduti per due orette. È per questo che lo dimenticherò con piacere e, quando l’amico mi chiederà un’opinione, dirò semplicemente di non averlo visto.

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