Con viva e vibrante soddisfazione

di Antonio Lauriola.

2 giugno. 150 anni di unità nazionale. 65 anni dal referendum che promosse la repubblica in Italia. Festeggiamenti, come mai prima d’ora, in grande stile. La consuetudine è quella romana della corona d’alloro in omaggio al Milite Ignoto, delle sfilate ai Fori imperiali, degli applausi e dei sorrisi delle alte cariche dello Stato. Ma quest’anno c’è di più: 80 delegazioni diplomatiche internazionali e circa 40 capi di Stato, tutte prestigiose firme del jet set politico globale (Dmitrij Medvedev, Shimon Peres, Abu Mazen, Juan Carlos, Hamid Karzai, Cristina Kirchner, Ban Kimoon, ecc.).

Come ogni anno il primo canale RAI trasmette in diretta l’evento pubblico con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e i presidenti delle Camere Schifani e Fini che, affiancati dalle uniformi cariche di riconoscimenti e medaglie lustre degli alti capi militari, tra due file di virili e orgogliosi Corazzieri crestati, depongono il lauro profumato al Vittoriano, prima di recarsi sul palco ad assistere con nostalgia d’Ottocento, alla parata. Qui, migliaia di uomini e donne tesi come corde di violino sfilano impettiti esibendo uniformi, armi e mezzi al servizio dello Stato e dei cittadini. A chiusura le Frecce Tricolori in un tripudio di fumose ovazioni verdi bianche e rosse.

Il Presidente del Consiglio, intanto, accolto da numerosi fischi dal pubblico romano, prevede una serie di incontri nel pomeriggio con i rappresentanti esteri, dal presidente russo al vice Obama, a quelli mediorientali. È difficile non temere qualche sua sparata sulla situazione della giustizia in Italia o sulle cause della Caporetto elettorale delle ultime amministrative. Presentando, ieri, la promozione a Segretario Nazionale del PdL del pupillo Angelino Alfano, Berlusconi ha, infatti, già avuto modo di esporre i propri pensieri in merito alla bruciante sconfitta: «Abbiamo visto delle trasmissioni micidiali, e dei servizi micidiali, per esempio di AnnoZero […] e chi non fosse al corrente della situazione, chi mancasse di spirito critico, vedendo ciò che quel servizio denunciava di Milano, non avrebbe mai potuto votare per la nostra parte politica». E aggiunge minaccioso: «è qualcosa su cui ci impegneremo parlamentarmente affinché non possa più accadere in futuro». Non è mancato, inutile dirlo, il riferimento agli scandali sulla sua persona che la magistratura e l’opposizione cercano di far emergere.

Guardando le immagini della capitale blindata per i festeggiamenti per la Repubblica, del carrozzone militare e politico di stamattina, il ricordo ha evocato l’immagine di un funerale di un secolo fa, quello di Edoardo VII d’Inghilterra straordinariamente dipinto dal Pulitzer Barbara W. Tuchman ne I cannoni d’agosto (Garzanti, Milano 1963):

«In rosso scarlatto, in azzurro, in verde, in rosso porpora, tre per tre, i sovrani uscirono dai cancelli della residenza reale. Avevano elmi piumati, galloni d’oro, fusciacche d’un rosso cremisi, decorazioni imbrillantate, sfolgoranti alla luce del sole. Dopo di loro venivano cinque principi ereditari, altre quaranta Altezze imperiali o reali, sette regine (quattro regine madri e tre regnanti) e un folto gruppo di rappresentanti straordinari mandati da Paesi a regime non monarchico. Settanta nazioni erano rappresentate […]».

Era il 1910 e la lunga miccia che, di lì a quattro anni, avrebbe fatto esplodere la Grande Guerra veniva accesa. In un Paese in cui il Primo Ministro apre bocca per mettersi in ridicolo, il principale partito d’opposizione, il PD, festeggia la vittoria a Napoli e Milano di candidati non suoi, la politica è verde, azzurra o viola o arancione, il Presidente della Repubblica è un vecchietto reso simpatico e meritevole di compassione dal comico Maurizio Crozza, l’aria che si respira sa di quel morto del cui cuore si sente il ticchettio sotto le assi del pavimento. Può nascondere ben poco la retorica patriottica e repubblicana del 2011. A sfilare in parata tra la folla e i colletti bianchi dei Fori, accanto ai militari e alle forze di polizia, che pure meriterebbero i dovuti riconoscimenti, dovremmo vedere le schiere dei precari, le facce disilluse o incazzate dei ricercatori universitari, dei quarantenni che sopravvivono con contratti temporanei in attesa di un ruolo, gli studenti demotivati, frustrati, scettici, di fronte all’inesistenza di un futuro; si dovrebbero incontrare i ‘cervelli’ fuggiti all’estero per esprimere la propria passione.

Che il vento sia cambiato o la magistratura di sinistra, all’italiano medio non restano che condizionali, poche parole retoriche e l’evidente rassegnazione di un popolo senza re.

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