Shalom Auslander – Il lamento del prepuzio

di Antonio Lauriola.

Mettiamo da parte, per una volta, intellettualismi e pretese di cultura accademica, per parlare di un romanzo – Il lamento del prepuzio (Foreskin’s lament) – che, dietro l’apparente comicità delle sue pagine, è la storia di una formazione e della ricerca di un’identità. Non fatevi ingannare, cioè, pensando che la storia di Shalom Auslander sia solo quella di un ebreo americano cresciuto in una famiglia direttamente memore della bestemmia novecentesca. Lo capirà bene chi è nato in qualunque cittadina della provincia italiana, in Puglia, in Veneto o in Sicilia, e si è confrontato con la mentalità catto-conservatrice dei figli della DC.

La storia narrata da Auslander è quella di una ribellione o, meglio, del costante tentativo di fuga da un ambiente, da una cultura e da una comunità fortemente conservatrici. Motore di questa lotta è l’ossessiva convinzione dell’esistenza di un Dio personale e vendicativo, profondamente umano e perennemente incazzato, che ce l’ha personalmente con lui.

Meglio non provocarLo. Sono stato sulla scacchiera di Dio abbastanza a lungo da sapere che ogni mossa in avanti, ogni piccola buona notizia – Successo! Matrimonio! Figlio! – è soltanto un «trucco divino», una finta, un falso, una trappola. Sembra che io mi stia facendo strada sulla scacchiera, ma in men che non si dica Dio dà scacco matto e la società che mi aveva assunto fallisce, la moglie muore, il figlio neonato soffoca nel sonno. Il «pick-and-roll» di Dio. Il bluff a poker del Signore. [p. 15]

Cresciuto in una famiglia ortodossa che vanta rabbini illustri da parte materna, Shalom ne sente il peso già nel nome proprio, quella parola carica di significati, che è anche uno dei nomi di Dio, un nome-del-padre, con quello che comporta. Ossessionato dalle costrizioni (i cibi kosher, i salmi, le preghiere e i riti, la yarmulke da indossare con impeccabile rispetto, gli infiniti rimproveri del rabbino), la rivoluzione del giovane Auslander si scaglia contro ciascuna di esse: i cibi proibiti, prima assaggiati per curiosità e ribellione infantile, poi ingurgitati compulsivamente sempre di nascosto; la scoperta del sesso e delle donne, che rasenta i limiti del sessuomane («qui non si tratta di una “ossessione sessuale come riflesso della paura della morte” alla Philip Roth. Qui non si tratta del mio essere fisico che anela a un’illuminazione più alta. Nella mia degenerazione non c’è nessun messaggio esistenziale superiore. Questo non è il Teatro dello Shabbat, è il Privé di Shalom. Io sono volgare. Sono schifoso. Sono depravato.» [p. 100]); il rifiuto della sacralità dello shabbat.

La ricerca di Dio si confonde, nelle esperienze del protagonista, con l’impossibile fuga da Dio, in un costante dialogo con i suoi ‘intermediari’ terreni, siano essi i severi rabbini, la presuntuosa madre e il rassegnato padre, o i miti dell’epoca, le rock-star e i divi.

Il lamento del prepuzio può essere accostato allo straordinario filone di opere – letterarie, cinematografiche e artistiche in senso generale – figlie di quegli autori di origine ebraica che, contemporaneamente vittime e custodi della memoria del proprio popolo, hanno saputo rappresentare con garbata ironia e rispettosa comicità, il fascino e le contraddizioni della tradizione. Ci riferiamo, senz’altro, a personaggi del calibro di Groucho Marx (e i suoi fratelli), Woody Allen, Jerry Lewis, Mel Brooks, ecc, tutte figure vicine al classico shlemiel ebraico, a metà strada tra l’inetto della tradizione novecentesca europea e l’ingenuo pasticcione da ‘comiche’.

Shalom Auslander consegna, con il libro, una preghiera, come avvolta in un foglietto e incastonata nel muro del Tempio, dove la risata sostituisce il pianto rituale e l’ironia della narrazione – con le sue volgarità e i suoi picchi di affilato sarcasmo – propone una visione al tempo stesso disillusa e speranzosa del mondo contemporaneo. La ricerca della Terra Promessa è un viaggio pieno di ostacoli, durante il quale il compromesso con l’Altro va rinnovato ogni giorno e rappresenta l’unica possibilità di traguardo.

A volte mi chiedo se lui, il rabbino – e anche io – non soffriamo di una forma metafisica della sindrome di Stoccolma. Tenuti prigionieri da Costui per migliaia di anni, ora Lo lodiamo, Lo difendiamo, Lo scusiamo, qualche volta uccidiamo per Lui, un esercito di teenager in deliquio che giurano fedeltà al loro Charles Manson celeste. Il mio rapporto con Dio è stato un ciclo senza fine non del famoso «fede seguita da dubbio», ma di «pacificazione seguita da rivolta»; di «ti prego, ti prego, ti prego, seguito da vaffanculo, ‘fanculo, rottinculo.» [p.67]

SHALOM AUSLANDER, Il lamento del prepuzio, Guanda, Parma 2009

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