Il riso abbonda nella bocca degli stolti (3/3) – CAM#05 TRASH!

IL RISO ABBONDA NELLA BOCCA DEGLI STOLTI (3/3)
Commedia e cinema di massa: il business della risata facile
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di Alberto Bullado.

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L’Italia dovrebbe avere i crampi alla mascella. È dal dopoguerra che ride, dalla nobile Commedia all’Italiana, che regalò al nostro paese capolavori e riconoscimenti, ai nostri cinepanettoni. L’Italia continua a ridere forse senza averne il motivo, e soprattutto senza riuscire a tirare le somme di questa irrefrenabile ridarola. Si può certo sorvolare sull’ilarità e sulla domanda di svago del pubblico, malgrado questa sembri superare certi limiti anche dopo decenni di pellicole che sono monumenti alla risata gratuita, ma non si può nemmeno guardare dall’altra parte e fare finta che tutto vada bene senza prima interrogarci sulla natura e sugli effetti di questo riso. Proprio perché non è la “sovrabbondanza di commedia” in sé a dover essere un problema, ma il tipo di commedia.
Allo stesso modo va detto che l’Italia ha un rapporto privilegiato con la risata: i latini, la Commedia dell’Arte, il teatro, l’avanspettacolo. Il nostro stesso popolo è composto da maschere e caricature brillanti che ci tramandiamo da secoli. E poi i gerghi, i dialetti, la gesticolazione che danno colore al nostro stesso modo di esprimerci. Insomma, la commedia in Italia è di casa, per trascorsi storici e culturali. Tuttavia, questa sorta di premessa, o luogo comune, non può nemmeno giustificare tutto questo strano e sovrabbondante consumo di risate.

Abbiamo già parlato di commedia trash distinguendone due filoni, anzi, due diversi momenti. Quella erotica degli anni ’70 e successivamente la seconda ondata dagli anni ’80, fino agli amati/odiati cinepanettoni. Queste tipologie di commedia, che possiedono tratti distintivi e caratteristiche proprie, hanno in realtà più di qualche punto in comune. A) La comicità immediata, istintiva, spesso gratuita, grottesca ed anche volgare. B) Un erotismo, e di conseguenza un “uso” della figura femminile, spicciolo, guascone e funzionale ad un orizzonte d’attesa poco sofisticato. E in ultima istanza, C) la rappresentazione della realtà, volutamente esasperata per fini umoristici, ma anche conformata (e arresa) agli stereotipi ben presenti nell’immaginario collettivo di un pubblico che vuole, cerca e premia pellicole che non debbano occupargli il cervello per non più di un’ora e mezza. Nella sostanza stiamo parlando di una commedia che si è servita di una risata “imprudente” e che a lungo andare si è dimostrata un’arma a doppio taglio. Un lazzo da una parte liberatorio e leggero, anzi, il più delle volte greve e di pancia, dall’altra il rafforzamento di una serie di figure, caricature, status symbols e tic sociali puntualmente aggiornati di volta in volta. La commedia in tutti questi anni di elevata produzione è divenuta senza dubbio il genere di consumo privilegiato di una certa Italia che promuove, attraverso la propria risata irriflessiva, i modelli rappresentati da queste pellicole e si identifica nei dogmi della società di massa.
Il punto è che dopo circa quarant’anni di commedia trash sarebbe anche l’ora di compiere un sacrosanto bilancio.

La sensazione è che, malgrado non vi sia nulla di male nel frequentare certi spettacoli, si sia persa in qualche modo la misura nella ricerca sistemica e sistematica di una risata facile, spensierata e consolante. Come abbiamo detto è dagli anni ‘70 che l’Italia ride a rotta di collo, producendo commedie conformate su certi parametri. Un’Italia che ride di se stessa, ma in modo sguaiato, isterico, nervoso. Una risata vagamente irresponsabile che ha funzionato da cavallo di Troia di un certo modello antropologico che negli anni si è scavato la propria nicchia nell’anima di questo paese. E mentre hanno riso ed assimilato, gli italiani non si sono interrogati sulla bontà, sull’entità e magari anche sulla provenienza di tale modello sociale che volenti o nolenti hanno promosso ed assimilato.
Parlando sempre di commedia non possiamo fare a meno di sottolineare un altro macroscopico fenomeno, ovvero il crescente successo in grado di bissare persino gli incassi delle grandi produzioni americane. Poiché, a parlare di commedia in Italia, si finisce sempre nel discutere di soldi. La presentazione dell’Anica (l’associazione che raggruppa le industrie cinematografiche nazionali), in riferimento ai dati relativi al 2010, ha dell’incredibile: +11% di pubblico, 120 milioni di biglietti staccati, +17,9% degli incassi. Inoltre, i film made in Italy, in forte rialzo, hanno toccato il picco storico del 65% del botteghino a gennaio. Cifre che per intenderci non erano così alte da decenni.

Il discorso è sempre lo stesso. Gli straripanti successi commerciali di certe commedie reggono quasi per intero l’industria cinematografica nazionale. Il nostro cinema quindi dipende da certi prodotti e da un determinato pubblico. Siamo ancora convinti di abbandonarci al giubilo indiscriminato e decontestualizzato?
Altro fenomeno che non si può più né negare né sottovalutare: la completa compenetrazione tra cinema e televisione. Un processo cominciato a cavallo degli anni ’80 ed al giorno d’oggi portato a compimento. Un travaso che il genere della commedia ha inaugurato e che ora porta avanti in modo sistematico. E quindi assistiamo all’intercambiabilità di interpreti ed autori (comici di cabaret televisivi, tormentoni umoristici di facile presa, personaggi dello spettacolo e del gossip, divette da calendario, attori allo sbaraglio riciclati dalle fiction o provenienti da reality shows ecc…). Ma non solo. L’avvicendamento coinvolge tematiche e scenari, rappresentazioni e linguaggi. Inoltre il cinema è sempre più costretto ad obbedire alle medesime logiche (trash) della televisione: tanto che si potrebbe parlare anche in questo caso di inseguimento dell’“audience” più che del “pubblico”…
Ma se il cinema si limita ad essere un piccolo schermo, solamente più ingrandito, allora che senso avrebbe ancora parlare propriamente di “cinema”? Quale sarebbe il suo surplus rispetto alla tv? Una settima arte convertita a riverbero di uno strumento catodico domestico: non se ne esce più. Il cinema invece dovrebbe proporre un’alternativa o comunque rappresentare una vasta gamma di scelte diversificate. In poche parole dovrebbe “aprire una porta verso il mondo”. Non dimentichiamoci che da quando è nato, il cinema assolve un compito non solo artistico o di intrattenimento, ma anche una funzione sociale e culturale, in quanto produce sogni, idee, aspettative, ed è veicolo di un gran numero di sollecitazioni. Con il propinamento indiscriminato e preferenziale di risate facili e maccheroniche lo si mortifica, lo si provincializza, e si limitano le sue potenzialità.

A ben vedere, rifacendoci alle statistiche di poco prima, questo grande ritorno al cinema è purtroppo unidirezionale. Tant’è vero che in crescita non è il nostro cinema o il cinema in generale, ma un determinato format premiato da un determinato target. Infatti il cosiddetto cinema di qualità naviga nelle medesime placide acque di sempre. E questo la dice lunga sull’attenzione del pubblico: riconoscimenti internazionali ed elogi della critica oramai non possono incidere che in maniera approssimativa in fatto di fruizione ed incassi. E lo riscontriamo tutti i giorni nel destino, alle volte troppo ingeneroso, a cui vanno incontro molti titoli.
Da parte degli addetti ai lavori ci proviene sempre la solita scusa: “questo è ciò che vuole il pubblico”, al quale segue un sottinteso: “e noi questo gli diamo”. Dunque un’idea di cinema passivo, conformista, adiposo, arenato su standard piatti e monocorde: più che un alibi, un’ammissione di colpa. Stiamo parlando di un modello di riferimento non esattamente virtuoso. Altra osservazione di chi su certe entrate ci campa, e anche bene: “gli incassi di questi film disimpegnati vengono reinvestiti sul nostro cinema di qualità”. Se questo avviene tali risultati non si vedono. Le questioni sono due: A) si tratta di balle. Quelle entrate non vengono affatto reinvestite ma digerite dai soliti panzoni. B) Non ci sono grandi autori in grado di valorizzare e tradurre tali profitti in pellicole di qualità. Ad ogni modo: quanto ancora dovremo ridere prima di avere sottomano i risultati culturali di una simile speculazione? Avrà senso morire con una demente ed ilare paralisi facciale?

L’impressione è che le responsabilità siano da ridistribuire: produttori, autori, distribuzione, pubblico. Tuttavia non si può nemmeno fare gli struzzi, affermando che i grandi autori ci sono ma vengono denigrati, snobbati, perseguitati. L’idea è che il cinema di qualità in Italia, contrariamente a quanto avviene all’estero, non riesca a convincere la massa, a comunicare con la gente, a tradursi in prodotto adatto alle grandi distribuzioni. Ma sarebbe troppo semplice chiuderla qui, perché il cinema, ahimé, non è più solamente una gara leale e paritaria di contenuti, di storie e di seduzioni. E non lo è più da tempo. Il cinema è anche, anzi, sempre di più, marketing, pubblicizzazione e soprattutto distribuzione. Tanto per intenderci, il film più bello del mondo non sarà altro che un inutile capolavoro se alle sale non ci arriverà mai o se ci rimane per due weekend con uno o massimo due spettacoli. E questo perché le grandi distribuzioni monopolizzano gli spazi del grande pubblico, quello che in termini di ricavi conta davvero. E di spiragli ce ne sono pochi. Le alternative si chiamano cinema d’essai, circoli, piccole sale periferiche, festival, oppure il web. Ma per quanto si adoperino certe realtà, ottenendo alle volte risultati a dir poco eroici, va detto che lo status quo non lascia spazio alle alternative ed è difficilmente scalzabile.

Dunque il cosiddetto mainstream è tale non solamente perché è il prodotto più premiato dal pubblico (ci mancherebbe che non lo fosse data la pervasività della pubblicità e la mole degli sponsor) ma anche perché è la risultante di un’egemonia espressa dall’alto che risponde al dogma del profitto. Questione di business quindi… Perciò ecco spiegata l’onnipresenza di una certa commedia in Italia. Un paese dove l’imperativo è ridere.
Le grandi multisale, che sono delle vere e proprie mete di pellegrinaggio della fabbrica dell’intrattenimento di massa, in questo senso, sono un monumento all’ambiguità e al paradosso. L’impressione è quella di avere a disposizione una svariata gamma di possibilità quando invece è vero il contrario: qualsiasi prodotto proposto, dai lungometraggi ai pop corn, è mainstream.
E allora diciamo qualcosa di scomodo ma sacrosanto: l’intenzione è quella di massificare sempre di più il pubblico in modo da assicurarsi ricavi ingenti, sicuri e perpetui. Un’industria (ed è opportuno sottolineare questo termine: “industria”) che ragiona su queste logiche va sé che non intenda esprimere particolari valori artistici, ma sfornare dei prodotti fini a se stessi. Assemblaggi usciti da catene di montaggio. E in Italia il prodotto che va per la maggiore è un certo tipo di commedia nostrana di cui sopra. Ma a questo punto, se queste sono le regole del gioco, quanto in realtà vale ancora la pena di parlare di cinema? E che senso ha bearci di certi successi? Gioiranno i produttori, gli esercenti, ma che dire della salute della settima arte? E della sensibilità artistica del pubblico, il quale meriterebbe, e dovrebbe sforzarsi di cercare e premiare, qualcosa di meglio?

Inoltre è inutile negare l’evidenza. Schiacciare il pedale della leggerezza significa il più delle volte abbassare l’asticella della qualità. Tuttavia, per bassa qualità, possiamo non necessariamente intendere la mancanza di contenuti delle pellicole, ma la scarsa apertura del pubblico che le fruisce. Il cinema di massa, che non è per forza di cose da buttare (basti pensare ai grandi autori perfettamente integrati nella grande distribuzione come Eastwood, Allen, i Coen, Fincher e tanti altri) in realtà tende a minare la qualità del pubblico, la sua capacità critica, erode i suoi meccanismi dialettici, promuovendo esclusivamente prodotti che non necessitano di particolari riflessioni. E se scarseggia la qualità del pubblico va da sé che ne risente anche la qualità delle pellicole.
Difatti Christian De Sica, nella sua autobiografia, scrive testuali parole:

«Drammaturgicamente i film di Natale spesso sono ordinari, molte volte ripetitivi, orgogliosamente grossolani. Sono un po’ il discount del cinema. Ognuno di loro si può smontare, stroncare e rimontare con grande facilità. Sono film semplici, ma non disonesti».

De Sica ha ragione. Non sono film disonesti nella misura in cui non “tradiscono” le attese del pubblico. Di quali attese e di quale pubblico ne abbiamo già parlato. Per la stessa ammissione di chi certe pellicole le interpreta, abbiamo a che fare con prodotti seriali che non hanno un intrinseco valore estetico, intellettuale o narrativo. Sono poca roba, merce spendibile secondo logiche economiche e speculative intensive per un pubblico senza pretese. Come detto in precedenza: scoperta dell’acqua calda. Ma vale la pena ribadire, a costo di essere pedanti, che questo tipo di film farà anche bene al cinema (anzi, alle sue casse), ma non troppo al pubblico, che di conseguenza riversa sul grande schermo esigenze, bisogni, speranze conformate al ribasso.
Il cinema in questo caso non è più un mezzo nel quale creare un nuovo mondo, alternativo a quello reale, ma un’arma della società di massa che serve a confermare, consolidare e conservare un certo sistema o ordine delle cose. Leggi anche: mercato.

Secondo quest’ottica, tra cabaret movies, riciclaggi televisivi, cinecocomeri, cinepanettoni e più in generale i “film di Natale”, la commedia funge da genere di facile moneta. Un prodotto che obbedisce a logiche commerciali piuttosto invadenti ed insistenti. Ecco perché i titoli raddoppiano ed evadono anche dai confini che questa tradizione gli aveva riservato (le festività). Questo perché il pubblico li premia, esponendosi al rischio dell’assuefazione. Guardando le statistiche più da vicino risulta che quello dei cinepanettoni è infatti un circuito chiuso, alimentato da un pubblico prevalentemente mono-dipendente. E a lungo andare questo processo non potrà portare il nostro cinema lontano.
Per tutta questa serie di motivi non c’è probabilmente molto da ridere. E non dovrebbero nemmeno ridere quegli stessi “comici” che hanno a cuore il destino di una lunga, onorevole ed abusata tradizione comica all’italiana.



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