Santoro: una Storia Infinita

di Alberto Bullado.

C’era una volta Michele Santoro, il caso patologico della televisione italiana. Così potrebbe cominciare la nostra favola, la nostra Storia Infinita, che in un giugno 2011 particolarmente caldo ed asfissiante, ci regala nuovi capitoli che vanno ad arricchire una rocambolesca ed avvilente telenovela che da anni ci tiene incollati alle vicende ed alla tenace arroganza di un uomo incarnita nel sistema televisivo italiano alla stregua di un carcinoma in grado di resistere a qualsiasi tentativo chemioterapico, siano esse miserabili persecuzioni provenienti dai piani alti che sacrosanti esami di coscienza e richiami di dignità. Una mina vagante indisciplinata ed impossibile da disinnescare, tale è la faccia tosta, il delirio di onnipotenza ed il piagnucolante savoir faire di uno dei più grandi baroni della tv. Ma ora la favola sta per finire: Santoro se n’è andato dalla Rai per approdare su La 7. E vissero tutti felici e contenti.
E INVECE NO!

La nostra favola potrebbe iniziare nel lontano 1987, anno in cui Santoro conquistò la prima serata senza mai mollarla fino ai giorni nostri (Samarcanda, Il rosso e il nero, Tempo Reale, Moby Dick, Circus, Sciuscià, Il Raggio Verde, Annozero), alla faccia della vittima e dell’emarginato. Oppure si potrebbe risparmiare ai lettori il lungo excursus, discutibili precedenti biografici, una deontologia professionale altalenante, l’esperienza politica extraparlamentare prima ed europea poi, e fare un salto nel vicino passato, ovvero nel maggio 2010, quando Santoro proclamò di volersene andare dalla Rai. Il giornalista si disse stufo di subire vessazioni di ogni genere e per queste ragioni di volersi dare alla macchia dell’informazione alternativa. Qualcuno disse: è la svolta. In seguito al successo di Rai per una Notte, Santoro rischiò di compiere la prima scelta anticonformista della propria carriera, scardinando doverosamente l’intero assetto televisivo italiano, malgrado i mugugni del proprio pubblico e le violente critiche di una certa sinistra. In quell’occasione, pur non coltivando alcuna stima per il Santoro uomo né tanto meno giornalista, considerai la sua scelta giusta ed apprezzabile. In quel modo, oltre che porre fine ad una stucchevole Odissea fatta di telefonate in diretta, dibattiti politici, insulti e faziosità, Santoro avrebbe potuto inaugurare una nuova stagione mediatica, oltre che trasferire la propria battaglia in un campo a lui congeniale: ovvero i mezzi alternativi, il villaggio globale, il popolo del web, l’Italia Viola, quella di Rai per una Notte: insomma, il mondo dell’antagonismo di massa di cui lui è il Cicerone; senza contare che così facendo avrebbe finalmente potuto evadere dalla gabbia politica, dalle angherie berlusconiane, dal manicheismo della par condicio e dalla tirannia partitocratrica che da sempre si spartisce la televisione di Stato. Ma non era finita qui. La separazione consensuale con viale Mazzini comprendeva la possibilità di portare avanti una collaborazione che avrebbe potuto dare origine a nuovi eventi mediatici come, appunto, Rai per una Notte. Bingo. Santoro aveva vinto su tutti fronti. Se n’era andato facendo la voce grossa, mobilitando, come suo solito, l’opinione pubblica, dettando condizioni a lui favorevoli, guadagnando, oltretutto, un bel po’ di soldini. Cosa che l’aveva reso ai miei occhi non solo un pragmatico stratega, cinico fino al midollo e dannatamente risoluto, ma anche un genio di opportunismo e lungimiranza. Me maledetto: avevo sottovalutato la proterva vigliaccheria di un personaggio come Michele Santoro. Di lì a breve, infatti, avrei dovuto ricredermi.

È l’ultima puntata di Annozero in Rai: siamo sempre nel maggio 2010. Santoro si appropria di 20 minuti del programma dedicandoseli, come spesso fa, a se stesso ed alle proprie beghe. Dopo giorni di invasiva campagna mediatica ed anni di vittimismo catodico, Santoro, conscio di avere per le mani un audience polposo, vede bene di amplificare la suspence con enfasi egomaniacale per poi chiudere con uno storico: «Volete che rimanga in Rai? Chiedetemelo». È l’inizio della fine. Un finto ribelle che tutto ad un tratto spalanca le gambe come una lasciva cortigiana. Il giornalista, che grazie ad Annozero aveva posseduto l’ultima parola per chiudere, una volta per tutte, la faccenda al cospetto di milioni di telespettatori adoranti, anziché sferrare un’ultima staffilata alla Rai ed alla politica, anziché sbattere la porta come ci si sarebbe aspettato, scatenando un vero e proprio tripudio, eccolo ritrattare addirittura in diretta, in perfetto stile Santoro: cioè con vile arroganza fraintesa da impavido sputo in un occhio. Badate bene che nello storico monologo del 2010 c’è tutto lo stile, lo spirito e la forma mentale del Michele nazionale, così come la sintesi dei suoi molti vizi e delle poche virtù: un coagulo di vittimismo, viltà e spavalderia. Ma questo il popolo di Annozero non lo sembra percepire, assuefatto com’è da anni di tiritere e moine. Ecco giustificato l’applauso che in realtà suggella il fallimento, anzi, il suicidio, dell’utopia mediatica alternativa, il Rai per una Notte “forever”, poiché la vera natura del “telesogno” santoriano non è smarcato dal potere, ma è incistito del gerontopolio televisivo, nella politica dei partiti e nel machiavellume di viale Mazzini (alla faccia del cambiamento). Lo stesso cancro che Santoro vorrebbe apparentemente estirpare ma che in realtà gli funge da tetta dalla quale suggere latte.

Domanda: perché Santoro non se ne andò allora dalla Rai, dopo tante lacrime e proclami? Perché in questo modo avrebbe abbandonato la posizione di favore, quella della vittima, che gli riesce molto bene e che gli garantisce la solidarietà di una grossa fetta di opinione pubblica malgrado la discutibile qualità del proprio servizio di approfondimento giornalistico. Andandosene dalla Rai avrebbe messo a repentaglio il successo della sua trasmissione la cui popolarità dipende direttamente dal compromesso politico e dalla persecuzione dei vertici di viale Mazzini ai suoi danni. Inoltre la televisione di Stato riesce a mobilitare un pubblico che non ha rivali con quello delle altre reti televisive. Senza contare che rimanendo lì dov’è, avrebbe potuto estorcere, com’è successo, un altro anno da intoccabile grazie alla sentenza del tribunale del 26 gennaio 2005 che in sostanza stabilisce l’obbligo di restituire a Santoro una trasmissione in prima serata. Naturalmente si tratta di una situazione niente affatto sana e favorevole, che persuaderebbe qualsiasi persona dotata di senno e di una certa dignità a fare le valige. Tuttavia il Michele nazionale, che per certe cose ha fatto un callo spesso come la propria ipocrisia, non se la sentì di fare il grande salto. Soprattutto se si considera il fatto che Santoro, quando si è messo sul mercato lavorando per Mediaset, non è mai riuscito ad avere gli stessi ascolti di adesso. Nel 1997 Moby Dick fu addirittura un flop, limitata alla sola serata di giovedì a causa della concorrenza di Lerner, mentre il giovedì in Rai, senza controprogrammazione e senza concorrenza, gli è valso ultimamente quel successo che noi tutti sappiamo e che, guarda caso, coincide con il progressivo sfacelo mediatico e politico del centrodestra. Si potrebbe infatti dire che la popolarità di Santoro non dipende in modo esiziale dalle performance di Brunetta, Stracquadanio, Lupi, Sallusti, Ghedini, La Russa e la Santanchè, ovvero i veri artefici, oltre a Travaglio e Vauro, del successo di Annozero, un format che mette in scena quel deprimente pollaio che è la politica di governo? L’ambizioso e scaltro Santoro, sicuro del sostegno di un pubblico crescente, affamato di trash politico e del sangue di Berlusconi, e di poter solamente guadagnare da una situazione così precaria e sanguigna, potendo dire e fare quello che vuole senza pagare alcuna conseguenza, decide quindi di rimanere in viale Mazzini. E quindi riecco il Michele nazionale, sempre in Rai, sempre ben pagato, in una nuova e tormentata stagione televisiva. Il copione è quello di sempre: la solita opposizione qualunquista, il solito rotocalco politico, il solito romanzo italiano, il solito populismo da un tanto al chilo con strascico di polemiche al seguito. Insomma: il solito tabloid antagonista. Niente di nuovo sotto il sole: una stagione iniziata male e finita peggio. Lo ricorderete: Annozero rischiava di non partire (anche questo, un ritrito espediente pubblicitario: Santoro piange prima ancora di cominciare, mentre sa benissimo che andrà in onda, contratto alla mano). Di qui l’annuncio copia-incollato da migliaia di aficionados in internet (me ne arrivarono tipo 6-7 via mail), rimbalzato anche dal Fatto Quotidiano, che sintetizza in maniera esemplare il piglio “militaresco” del generale Santoro che sensibilizza i propri soldati, i quali, anziché replicare con un certo stupore: «Michele, ma che cazzo ci fai ancora in Rai?», solidarizzano. E si conformano al conformismo dell’intoccabile.

Ci avviciniamo ai giorni nostri. Annozero è agli sgoccioli e Santoro annuncia ancora una volta il suo divorzio con la Rai, ancora una volta in anticipo, in modo da avere, come sempre, l’ultima parola ad Annozero, che, vale la pena ricordare, è un programma della televisione pubblica e che quindi dovrebbe trattare argomenti di interesse pubblico e non personale. Quindi il nostro torna in video per l’ultima (definitiva?) puntata di Annozero e, improvvisamente, sbrocca al cospetto di Castelli, inveendo contro la politica, i partiti e la Rai, gli stessi che l’hanno fossilizzato in viale Mazzini e che gli hanno valso popolarità, visibilità e successo, in un crescendo isterico, grottesco ed involontariamente comico, con il pubblico che applaude, urla, gode e batte i piedi sulla platea di legno come se fosse allo stadio. Una sceneggiata che è già entrata nella storia della televisione italiana, rimbalzata, come al solito, da YouTube sui social networks. Poi giunge il momento del classico monologo, asfissiante e meschino, con tanto di slogan spendibile per mezzo stampa, ovvero l’ennesimo appello a Garimberti: «rimango anche per un euro a puntata». Eccolo lì: il solito “sottile” ricatto da imbonitore di bassa lega, nonché un ritrito espediente demagogico: troppo comodo chiedere un euro a puntata dopo averne guadagnati milioni ed in questo modo cercare di farsi belli agli occhi degli altri. Voglio dire: beato te Santoro che potresti campare con un euro a settimana, pensa a tutti quei giovani giornalisti che farebbero il tuo stesso lavoro, in punta di piedi, con più stile e meno strafalcioni, addirittura gratis, ma che non hanno mai potuto mettersi in gioco perché tu non ti sei mai voluto liberare di quell’odiata e disprezzata poltrona.

Insomma, proprio come avvenne l’anno scorso, ecco il colpo di teatro finale, ipocrita e grossolano come sempre. La sensazione di dejà vu è forte e si taglia con un coltello. In seguito all’ultima puntata di Annozero, che comprensibilmente ha fatto il botto di ascolti, Santoro si barcamena in una pantomima che lascia, come suo solito, un po’ a desiderare. Con la stampa che pende dalle sue labbra, il Michele nazionale tentenna, si barcamena come una quella prima donna che è, ed ammicca, a destra e a manca, come un calciatore corteggiato dal mercato (l’anno prima si erano mormorati possibili accordi con Beppe Grillo, Red Tv ed altre emittenti) e sembra in questo modo prendersi gioco di quella stessa  opinione pubblica che pure lo tiene in un palmo di mano e si fa beffa della propria professione trattando il giornalismo come un giocattolino. Santoro non prende decisioni, piuttosto lancia provocazioni, come quella di aspirare a  direttore generale della Rai, mica tanto da interpretare come una spacconata fine a se stessa, dato che ormai il nostro ci ha abituato a qualsiasi retrofront e salto carpiato. E mentre le trattative per un suo possibile passaggio su La 7, da tempo in atto ed al corrente di molti, come affermato da Mentana, vanno avanti, il martire di Annozero trova il tempo di mantenere alta l’attenzione verso se stesso e rilanciare la propria immagine di santone catodico (ed il proprio prezzo sul mercato) attingendo ad un nuovo evento mediatico, Tutti in piedi, puntualmente osannato nella rete.

Santoro viaggia tre metri sopra il cielo. I dati dell’auditel parlano chiaro: più di 8 milioni di italiani hanno seguito l’ultima puntata di Annozero e le azioni de La 7 sono salite alle stelle solamente per l’annuncio del suo possibile arrivo. La consapevolezza di rappresentare un capitale catodico accarezza la sesquipedale vanità di Michele Santoro, che come al solito confonde il successo mediatico ed il consenso popolare con l’onnipotenza (vi ricorda qualcuno?). Si permette di “suggerire” i prossimi acquisti ai dirigenti della sua futura rete, salvo poi affermare che La 7 non è completamente libera, per colpa di Berlusconi. Nel frattempo in Rai è tutta una bagarre per i rinnovi dei contratti di Fazio, di Floris e della Gabanelli e i fan club di Santoro piangono la sua dipartita dalla tv di Stato, ignorando di come in realtà si tratti di un evento positivo: in questo modo c’è la possibilità di avviare un’alternativa al preistorico duopolio Rai-Mediaset ed in secondo luogo si instaura un fisiologico e doveroso processo di ricambio e di svecchiamento della Rai (notizia di oggi la dipartita dell’Annunziata).
Ma proprio mentre Santoro gongola, mentre tutto sembra deciso e si sta per mettere una pietra sopra a questa Storia Infinita, ecco l’ennesimo colpo di scena: la fumata nera de La 7su Santoro:

«Sono state interrotte le trattative con Michele Santoro a causa di inconciliabili posizioni riguardo alla gestione operativa dei rapporti tra autore ed editore».

Lerner e Mentana manifestano la loro solidarietà al Michele nazionale, mentre quest’ultimo, come suo solito, denuncia prontamente la presenza di un conflitto d’interessi: ovvero l’unica motivazione plausibile per giustificare il rifiuto di una gallina dalle uova d’oro come lui da parte de La 7, che già si è riempita le tasche ed i palinsesti con l’arrivo di Saviano e del carrozzone di Vieni via con me.

«Perché hanno cambiato idea? Chi ha interesse ad impedire che si formi nel nostro Paese un terzo polo televisivo che rompa la logica del duopolio? (…) Naturalmente non possiamo fornire le prove dell’esistenza di interventi esterni, ma parla da solo l’interesse industriale che avrebbe avuto la rete a ospitare un programma come il nostro nella sua offerta».

Un qualcosa che suona come un “Io so” autoassolutorio. Fatto sta che ancora nulla è deciso e che ancora poco si sa. Tuttavia sarà prevedibile la solita bagarre politica e giornalistica, gente che si strappa i capelli disperata gridando alla censura, lacrime, denunce, insinuazioni al limite del reale, in un’estate che si preannuncia di fuoco. Ma che ne sarà di Santoro? Ritorno in Rai o altro martirologio? San Toro a 1 euro o Sant’Oro a (La) 7 carati? Difficile dirlo, anche se una cosa è certa: l’anno scorso si paventava la possibilità di una sua fuga dalla televisione tradizionale per creare qualcosa di veramente nuovo e consacrare in questo modo quelle realtà alternative (web, satellite, manifestazioni di piazza ecc…) che in questi ultimi frangenti hanno saputo lasciare il segno in quest’Italia emorragica. Ebbene, Santoro la smetterà di fare la vittima prezzolata ed avrà il coraggio, una buona volta, di mantenere le proprie promesse e di evadere dai giochi di potere che l’hanno da sempre tenuto nell’occhio del ciclone e della ribalta, per mettersi veramente alla prova?
Lo dicevo: una Storia Infinita. Non è finita qui.


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Comments
3 Responses to “Santoro: una Storia Infinita”
  1. tommaso ha detto:

    Secondo me ci sei andato giù un po’ pesante; cioè sarà anche vero che Santoro è arrogante e che ci guadagna solo lui da tutto questo, però non va trascurata la questione più importante: l’informazione. Con tutti i suoi difetti santoro è l’unico che ha dato voce a casalinghe operai pastori studenti etc.; e poi è uno che fa ascolti. Il problema della Rai è indipendente da Santoro e riguarda il tipo di televisione che si vuole fare; se poi santoro andrà sul web? io lo spero; c’è anche la questione Current Tv da tenere sott’occhio.

    • Alberto ha detto:

      il programma di santoro non è l’unico che fa informazione ma è quello sicuramente più popolare e grossolano. santoro non è il custode delle coscienze di nessuno e non è il garante della libertà. se vogliamo parlare di informazione quello di santoro è un servizio più che discutibile, senza contare il fatto che non si può ogni volta tramutare i suoi problemi personali in emergenze democratiche (che sono ben altre) o questioni di stato. tutti noi sappiamo come funzionano le tv in italia, non lo scopriamo di certo oggi. le alternative esistono basta avere il coraggio di premiarle senza per forza di cose inseguire il pubblico (non si può confondere il consenso con l’onnipotenza) e il libero mercato (fa ridere sentire santoro elogiare il capitale che lui stesso rappresenta e poi vederlo alla festa della fiom). ma il padre di annozero, che è il prima serata dall’87, non ha mai dimostrato coraggio, audacia e coerenza in questo senso, così come ci insegna la sua storia politica, professionale e personale. altrimenti se ne sarebbe andato dalla rai da molto più tempo, almeno dal 2006.

  2. Giulia ha detto:

    Sono abbastanza d’accordo con Alberto, nella sostanza dell’articolo, ma vorrei aggiungere solo due cose.

    1. Santoro, è vero, fa spesso e volentieri la vittima, ma a designarlo come tale è stato, come tutti sappiamo, Berlusconi in persona, e non tramite perifrasi o allusioni: facendo nomi e cognomi. L’atteggiamento da perseguitato può irritare e parere fuori luogo, ma le circostanze giocano a favore di Santoro, che ha ovviamente gioco facile e sufficiente intelligenza per sfruttarle a suo vantaggio.

    2. Facendo un discorso molto terra terra e spostando il fuoco dall’alto delle questioni relative alla libertà d’informazione al basso dell’economia, c’è da dire che in questi anni Santoro è stato un investimento economicamente positivo per la Rai, e lo sarebbe stato ugualmente per La7. Il fatto che, nonostante questo, La7 abbia deciso di non firmare il suo contratto, è un segnale evidente di quella che è un’anomalia tipicamente italiana. Il vero problema, in questo caso, non è nemmeno il conflitto d’interessi berlusconiano: la questione, qui, è che Telecom non può permettersi di compromettere i suoi rapporti con Mediaset, e che per non farlo è disposta a bruciare milioni di incassi pubblicitari e a subire un calo in borsa. Tutto si svolge a livello di grandi gruppi economici, anche se da anni ci raccontano la favola del popolo sovrano e dell’assoluto dominio dello share.

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