Cinema e letteratura: una storia possibile

di Tommaso De Beni.

Lei conoscerà sicuramente la storia delle due  capre   che  stanno  mangiando le bobine di un film tratto da un best-seller e una capra dice all’altra: “personalmente preferisco il libro”
Alfred Hitchcock

Occuparsi del rapporto tra cinema e letteratura non significa semplicemente stilare un elenco, che sarebbe sterminato, di film tratti da libri. Significa soprattutto risalire alle origini della settima arte e ripercorrerne la storia, riflettere sul concetto di mythos come narrazione, analizzare fenomeni di trasformazione di metodi e stili nel cinema e anche nella letteratura, studiare il rapporto degli intellettuali e degli scrittori con la cinematografia ed ovviamente fare i conti con le logiche del mercato, ultimamente prevalenti. Quando a fine Ottocento fu inventato il cinema, che non doveva avere futuro, non c’era l’idea della narrazione, né tantomeno dell’intrattenimento. Che si trattasse dell’uscita degli operai dalla fabbrica, o dell’arrivo del treno che terrorizzava gli spettatori, la caratteristica era quella di rubare un pezzo di vita e di realtà, come la fotografia, cioè far vedere le cose come sono. L’introduzione del sonoro contribuì all’idea di cinema come spettacolo e quella del montaggio fece capire che, anche quando non c’erano ancora i lungometraggi, con i film si potevano raccontare storie. Ovviamente allora fu logico pensare alla letteratura come fonte inesauribile di storie alle quali attingere; i primi casi di trasposizione però non riguardano romanzi, a volte si ricorreva ai grandi classici, come la Divina Commedia, destinata per forza ad un pubblico colto ed elitario, altre volte alla tradizione popolare delle sacre scritture e delle fiabe. Sia la Bibbia e i Vangeli sia le fiabe  sono sempre state e sono ancora fonte di ispirazione per la realizzazione di colossal. Nel caso delle fiabe si tratta spesso anche di rivisitazioni e di trasposizioni indirette; si pensi solo al personaggio di Cenerentola e alle innumerevoli versioni, dalla parodia maschile di Jerry Lewis a Pretty Woman  fino al recente Precious.

Inizialmente non esisteva il mestiere dello sceneggiatore, quindi le case di produzione ricorrevano a scrittori professionisti che si inventassero delle storie, o che concedessero di adattare dei loro romanzi al grande schermo. L’adattamento è appunto quell’operazione di mediazione tra le due forme, letteraria e cinematografica, che consente quella che viene definita trasposizione. L’adattamento può anche essere non necessariamente fedele alla versione letteraria, può cambiare il finale, ridurre o aumentare il numero dei personaggi, spostare nello spazio o nel tempo l’ambientazione della storia. Per rispondere a tali modifiche si usa precisare «ispirato a» o «liberamente tratto da» nei titoli di testa del film. Un caso eclatante è Apocalypse Now, 1979, di Francis Ford Coppola, che del romanzo Cuore di tenebra di Joseph Conrad mantiene il personaggio del colonnello Kurtz e le meditazioni filosofiche sull’orrore, spostandolo però nel contesto della guerra del Vietnam. Un caso opposto riguarda invece il film Rebecca di Hitchcock, del 1940, tratto dall’omonimo romanzo di Daphne du Maurier, che al regista inglese proprio non piaceva. In molte altre occasioni Hitchcock utilizzò romanzi mediocri come soggetto, affidandosi ad altri scrittori per la sceneggiatura e apportando modifiche. Il produttore David O’ Selznick però impose che il film fosse assolutamente fedele al romanzo. L’anno prima aveva infatti realizzato con il regista Victor Fleming il colossal Via col vento, campione d’incassi fino al 1970, tratto dal romanzo (unico!) della Mitchell, e sapeva che in quel periodo il pubblico si aspettava che il film rispecchiasse totalmente il libro.

Il soggetto invece è sostanzialmente il film raccontato in due parole, cioè la trama, il succo, il plot. Nel caso di film tratti da libri, il libro stesso è il soggetto, indipendentemente dalla stesura successiva. La sceneggiatura invece è una scrittura particolare, fatta apposta per il cinema; riporta i dialoghi, le ambientazioni, i personaggi e a volte le inquadrature.

Tornando in Italia, alle origini, il rapporto degli intellettuali con il cinema è quantomeno ambiguo. Da un lato c’è aristocratico disprezzo, soprattutto quando il cinema si afferma tra le masse  (anche se in Italia il cinema è inizialmente un fenomeno borghese, diversamente dagli Stati Uniti in cui si afferma subito come fenomeno popolare) per quello che sembra puro intrattenimento, al pari del cabaret, non considerabile come arte, dominato dagli interessi economici. Dall’altro però proprio la possibilità di lauti guadagni attira molti scrittori meno scrupolosi. Il cinema si lega subito al divismo, alla mondanità e quindi è uno strumento per pubblicizzarsi. Lo sa bene D’Annunzio, che nel 1914 scrive le didascalie per Cabiria di Giovanni Pastrone ed inventa il personaggio di Maciste, reso poi celebre negli anni’50 e ’60 dai cosiddetti film pepla. In realtà la stesura del soggetto e delle didascalie pare non sia stata realizzata direttamente dal vate abruzzese, ma ciò che conta è che la firma d’autore contribuisce al successo del film e che tutto l’immaginario poetico e teatrale e romanzesco dannunziano influenzano il cinema italiano degli anni ’10. In questi anni le avanguardie storiche, su tutte futurismo e surrealismo, aderirono con entusiasmo alla nuova arte cercando di portare sullo schermo i concetti dei loro manifesti. Luis Buñuel è sicuramente l’emblema del rapporto tra cinema e scrittura automatica surrealista.

Altri celebri scrittori italiani che lavorarono per il cinema furono Verga, Gozzano e Pirandello. Quest’ultimo critica fortemente il cinismo e il mero interesse economico dell’industria culturale nel suo romanzo Si gira, del 1916, poi Quaderni di Serafino Gubbio operatore, ma lavorò comunque per il cinema in diverse occasioni. A volte però il fenomeno si rovescia: negli anni ’40 in Italia per esempio registi come Visconti, Rossellini, De Sica, con i loro film verità, influiscono sulla letteratura, creando quindi l’effetto opposto; siamo nel clima nel neorealismo e dal cinema viene la necessità di una narrazione più “vera” e vicina al popolo, che sfocerà nei romanzi di Pavese, Moravia (lo stesso De Sica porterà subito al cinema la sua Ciociara), Vittorini, Cassola, Pratolini.

Anche uno scrittore  schivo e “difficile” come Carlo Emilio Gadda ebbe a modo suo a che fare con il cinema; lavorò personalmente infatti alla trasposizione cinematografica del suo celebre Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, che non venne però mai realizzata. Il palazzo degli ori, così si chiama la versione, resta un esempio di variante d’autore, non tenuta in considerazione dal regista Germi che realizzò un film giallo gradevole che però ben poco aveva a che fare col romanzo di Gadda. L’Italia offre inoltre esempi illustri per quanto riguarda l’assoluta adesione di scrittori al cinema, al punto da voler cimentarsi alla regia. È il caso di Soldati e di Pasolini, per esempio. Quest’ultimo lavorò negli anni ’50 come sceneggiatore alla trasposizione di romanzi celebri di altri autori come Svevo o Bassani. Poi negli anni ’60  intraprese con successo la carriera di regista, confermandosi nel ruolo di provocatore. Egli non realizzò film tratti dai suoi libri, bensì concepì il cinema come una nuova modalità del raccontare; si limitò quindi a scrivere soggetto e sceneggiatura per nuove storie, collaborando con scrittori amici e sodali di «Officina» come Francesco Leonetti, di film come Accattone, Uccellacci e uccellini, Mamma Roma, Teorema, Porcile e dell’episodio La ricotta, in cui Orson Welles legge una poesia di Pasolini stesso scritta per Mamma Roma. Quando portò al cinema la letteratura, lo fece attraverso forme letterarie più “difficili” del romanzo: la tragedia (Medea, Edipo re) e la novella, o fiaba (Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle «Mille e una notte»). C’è poi il caso di Salò o le 120 giornate di Sodoma, 1975, ultimo film di Pasolini prima della sua tragica scomparsa, liberamente tratto dall’opera del marchese De Sade.

Pasolini rappresenta il caso di un intellettuale prestato al cinema, che quindi non può che portare con sé un alto tasso di letterarietà; è il caso, in diversa misura, dell’americano Woody Allen, che scrisse racconti umoristici e pezzi da cabaret  prima di diventare regista; usandoli in seguito come soggetti per alcuni suoi film, come nel caso de Il dittatore dello stato libero di Bananas.
Altri registi sono invece degli ingegneri del cinema e puntano più sulle innovazioni tecniche, come nel caso di Hitchcock, che nelle interviste sosteneva che non avrebbe mai fatto un film “intellettuale”, né tantomeno egli stesso si considerava tale. Per i suoi soggetti scelse sempre romanzi di genere, romanzi che lui riteneva mediocri: «Non farei mai un film tratto da un capolavoro letterario» diceva spesso, «perché non avrei mai la possibilità di migliorarlo». Anche Stanley Kubrick trasse tutti i suoi film da opere letterarie, ma non disdegnò le sfide con i grandi classici, come nel caso di Barry Lyndon di Thackeray e di Doppio sogno di Arthur Schnitzler (da cui trasse Eyes wide shut cambiando però ambientazione e alcuni aspetti della trama); si confrontò poi anche con un best – seller di genere, Shining di Stephen King, cambiando il finale, realizzando un capolavoro indiscusso del genere horror. Proprio i generi sono un punto di forte contatto e reciprocità tra cinema e letteratura. Il genere puro non esiste, anzi, una caratteristica di molti registi da Truffaut a Spielberg è quella di mischiare le carte e contaminare i generi. Alcuni generi sono tipicamente letterari, come l’avventura, l’horror, il giallo, sfruttati poi dal cinema. Altri sono cinematografici per eccellenza, come il western, il cui primo esempio risale addirittura al 1903 (La grande rapina al treno, del regista Porter), altri ancora si alimentano e influenzano a vicenda tra cinema e letteratura, come la fantascienza e in particolare un suo sottogenere, il cyberpunk, anticipato da autori come Gibson e Dick che già nello stile e nella visionarietà erano predisposti alla versione cinematografica, e poi consacrato da film come Blade Runner, Videodrome, La fortezza, Atto di forza o Mad Max e da manga e anime giapponesi come Akira, Ken il guerriero, Evangelion, Ghost in the shell.

Negli anni recenti il mercato ha condizionato sempre di più il rapporto tra cinema e letteratura, rendendo quasi obbligatorie le trasposizioni da libri che hanno venduto molto (Il nome della rosa, Il codice da Vinci, Uomini che odiano le donne) e condizionando gli scrittori stessi, come nel caso di Thomas Harris, il creatore del personaggio di Hannibal Lecter, che dopo il successo de Il silenzio degli innocenti, ha modificato la storia progettando i libri successivi ed optando per uno stile più ammiccante al grande pubblico.
Questo tipo di scrittura visiva, che per certi aspetti estremizza i canoni del minimalismo e si appropria delle regole della sceneggiatura, è un esempio di come il cinema, dopo anni di subordinazione alla letteratura, abbia iniziato sempre più fortemente a prendersi una rivincita influenzando le tecniche narrative. In questo modo però l’imbarazzante domanda se sia meglio il film o il libro, alla quale Hitchcock risponderebbe con il famoso aneddoto delle capre, rischia di assumere dimensioni paradossali. La risposta infatti, sarebbe teoricamente molto semplice: un film e un libro sono due cose molto diverse, dotate di linguaggi espressivi diversi, per cui un confronto nell’ottica del migliore o peggiore non ha senso. È più opportuno semmai chiedersi come si possa rendere al cinema un monologo interiore, come cambi la dilatazione del tempo dalla pagina allo schermo, se esista il montaggio anche nella scrittura, cioè analizzare gli aspetti formali e strutturali di due arti nella
consapevolezza della diversità. Se però la letteratura si riduce a un’imitazione dell’arte cinematografica, a un serbatoio di idee e spunti, la domanda non presuppone più il confronto tra due linguaggi espressivi diversi, ma si limita a chiedersi se la sceneggiatura è stata sfruttata al meglio. Il bilancio parrebbe essere favorevole al cinema, che sarebbe quindi diventato un mostro che succhia linfa vitale alla letteratura insterilendola; in realtà stiamo parlando di due creature zoppicanti che si reggono in piedi a vicenda, perché se è vero che troppo spesso la letteratura si fa condizionare dal cinema è anche vero che quest’ultimo da qualche anno sembra non avere più idee originali.

Approfondimenti bibliografici:

G. P. Brunetta, a cura di, Letteratura e cinema, Bologna, Zanichelli, 1976
S.Cortelazzo, D.Tomasi, Letteratura e cinema, Bari, Laterza, 1998
G.Manzoli, Cinema e letteratura, Roma, Carocci, 2005
G. Tinazzi, La scrittura e lo sguardo, Marsilio, Venezia, 2007

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