Edoardo Nesi – Storia della mia gente

di Emanuele Caon.

Storia della mia gente di Edoardo Nesi è un’autobiografia a metà strada tra il romanzo e il saggio. L’inizio non è dei migliori, presenta alcune incertezze stilistiche e può sembrare, soprattutto per chi industriale non è, il lamento di un uomo che non può più godere della ricchezza alla quale sembrava destinato fin dalla nascita. Procedendo nella lettura del libro si scopre invece che c’è dell’altro, qualcosa che potrebbe essere considerato un vero obiettivo.
La narrazione inizia dalla chiusura, nel 2004, del lanificio di famiglia e procede, anche se non in maniera lineare, a raccontare la storia della fabbrica dalla sua fondazione alla sua vendita. I capitoli non rispettano, soprattutto all’inizio, un percorso temporale uniforme, anzi alle volte sembrano poco connessi l’uno con l’altro. Ma in sostanza il libro descrive la vita dell’autore, dalla sua infanzia fino al presente, raccontando le sue passioni, soprattutto letterarie – tema molto presente nel libro – , il lavoro svolto nella ditta di famiglia, dall’apprendistato fino alla chiusura della stessa. A fare da sfondo alla vicenda troviamo Prato, tutta una città in sofferenza per una crisi generalizzata che rappresenta il simbolo della decadenza economica dell’Italia intera. Emerge il lato umano che si cela dietro alla chiusura di una fabbrica, con tutta la rabbia e la frustrazione che ne conseguono. Rabbia che viene indirizzata da parte dell’autore verso una politica incompetente che non è stata in grado di difendere l’Italia dall’apertura di nuovi mercati, in cui la Cina rappresenta il rivale con cui è impossibile competere. Ma le accuse sono anche indirizzate verso quegli economisti che difendono il libero mercato e la globalizzazione accusando l’industria italiana di non sapersi adattare ad una nuova economia. È quindi da questo punto di vista che il libro si fa saggio, o meglio agisce nel tentativo di denunciare le arroganze di politici ed economisti, tutti incapaci di proporre della soluzioni concrete alla prima generazione che si trova a dover essere più povera dei propri genitori. E la denuncia non è fatta semplicemente sparando nel mucchio, ma citando fatti e anche tirando in ballo personaggi dotati di nome e cognome, facendo, però, anche un atto di dolorosa critica per le colpe degli industriali.

Edoardo Nesi quindi ci racconta l’Italia e in particolare Prato nel momento della crisi, in cui ogni attività sembra destinata a chiudere, una Prato invasa dai cinesi, i quali solo apparentemente sembrano i responsabili del furto del lavoro, ma che invece si rivelano persone che lavorano in condizioni pietose, senza sicurezza, senza dignità e per stipendi da fame. In sostanza altre vittime su cui però si rischia di far ricadere la rabbia per la chiusura delle ditte e l’autore lo fa proponendoci in un capitolo una sorta di racconto in cui la rissa tra un italiano e un cinese rischia di coinvolgere un’intera città in un tutti contro tutti privo di senso.
Ma il libro ci parla anche della resistenza delle persone, del non voler arrendersi e si conclude raccontando la manifestazione che si tenne a Prato il 28 febbraio del 2009, prima manifestazione a cui aderisce l’autore, il porta assieme ai suoi concittadini lo striscione con la scritta: «Prato non deve chiudere», sentendosi in questo modo parte di una comunità che pur non sapendo in che direzione sta andando è consapevole di non dover star ferma.
Il libro in sostanza merita di entrare a far parte della letteratura cosiddetta impegnata, perché intende denunciare qualcosa, perché vuole farsi carico dell’arduo compito di rappresentare tutta la sofferenza e la rabbia che sta vivendo una città, simbolo fra i tanti del fallimento economico dell’Italia. L’autore vuole dare la voce ai dolori e ai disagi dei tanti che hanno perso il lavoro o che rischiano di perderlo e che si trovano a brancolare nel buio mentre dai posti di comando certi personaggi si permettono perfino l’arroganza. Edoardo Nesi racconta di quelli che hanno sempre lavorato, arrivando ad identificare la vita stessa con il lavoro, ma anche di quella generazione che si trova alla fine di un periodo di prosperità, però va constatato che come opera letteraria non è di particolare interesse. O meglio il libro in sé merita sicuramente attenzione ma tutta la sua forza è data dal fatto che la storia che viene raccontata è profondamente attaccata alla realtà, in cui molti lettori potranno riconoscersi o comunque sentirsi coinvolti, tanto che credo che anche a distanza di anni resterà un’opera rappresentativa del momento storico che stiamo vivendo. Però se considerassimo la narrazione in sé, quindi senza l’impegno che racchiude, saremmo dinanzi ad un’opera di scarso rilievo che non presenta particolari accorgimenti stilistici, penalizzando di conseguenza anche il tentativo di trasmettere le passioni che si ritrovano a vivere quelle persone che stanno sperimentando la crisi sulla propria pelle.

Sorgono quindi alcune domande: perché questo libro si trova tra i finalisti del premio Strega? Che ricordo essere tra i più importanti in Italia. Forse proprio perché si vuole valorizzare l’azione di impegno civile e sociale presente nel libro? Di un libro che però, purtroppo, non riesce a collocarsi tra la buona letteratura.
Di conseguenza o questo libro rappresenta una delle migliori creazioni letterarie italiane di quest’anno e quindi la letteratura italiana non ha avuto produzioni di grande rilievo, oppure c’è qualche falla nel sistema di selezione del premio Strega. Questo lo dico non per voler sminuire il libro, che resta in ogni caso un’opera letteraria discreta che possedendo impegno civile e sociale merita comunque di essere letta, ma perché ci troviamo al cospetto di un premio che indirizzerà le letture di un gran numero di persone. E quindi, ed è quasi banale dirlo, muoverà verso certe mete una quantità di denaro molto interessante ed appetibile e quando si tratta di soldi è sempre meglio avere dei dubbi e fare chiarezza, almeno per sapere se procede tutto in modo limpido e regolare.

Conaltrimezzi ha deciso di recensire i 5 finalisti del premio Strega 2011:
Storia della mia gente di E. Nesi (Bompiani) – 60 voti
Ternitti di M. Desiati (Mondadori) – 49 voti
L’energia del vuoto di B. Arpaia (Guanda) – 49 voti
La vita accanto di M. Veladiano (Einaudi) – 49 voti
La scoperta del mondo di L. Castellina (Nottetempo) – 45 voti


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  4. […] Ha vinto, infatti, l’opera che fin dalla votazione della cinquina era stata data per favorita, “Storia della mia gente” di Edoardo Nesi, romanzo-autobiografia  sull’universo imprenditoriale pratese masticato dalla crisi economica e […]



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