Dai Libertini ai Cannibali – CAM#05: TRASH!

DAI LIBERTINI AI CANNIBALI
Il postmoderno letterario italiano sospeso tra kitsch e trash
di Tommaso De Beni.

 

Umberto Eco, nella raccolta di saggi Apocalittici e integrati (1°ed. Garzanti 1964) si sofferma a lungo su uno snodo teorico importante per la critica letteraria, italiana e non: il kitsch. Sono almeno due, a mio avviso, i punti cruciali e interessanti del suo studio; in primo luogo Eco non parla, o comunque non insiste come ci si potrebbe aspettare, di quella cerchia di autori di diversa nazionalità vissuti a cavallo tra i secoli XIX e XX che nelle antologie scolastiche sono contrassegnati dal marchio di decadentisti, in particolare penso a Huysmans, Wilde e D’Annunzio, i cui romanzi À rebours, The Picture of Dorian Gray e Il piacere sono considerati la bibbia dell’estetismo, che sarebbe una sottomarca del Decadentismo. Per inciso, questi romanzi sono decisamente kitsch, per l’insistenza sulla moda e soprattutto per la presenza di cataloghi sterminati di oggetti esotici ed inutili (si veda, a questo proposito, il saggio di Orlando Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura); chi ha visitato il Vittoriale degli Italiani di D’Annunzio credo non abbia bisogno di ulteriori esempi. Un esempio precedente potrebbe essere anche I dolori del giovane Werther di Goethe, vero e proprio romanzo di culto per certe generazioni tra Sette e Ottocento, ed infatti è proprio da questo periodo, fino all’Ottocento inoltrato, che Eco trae i suoi esempi sul kitsch.

Il secondo aspetto interessante è che Eco interviene sul kitsch
nell’ambito di una più ampia riflessione sul midcult, termine che non ha inventato lui ma che viene usato da vari critici statunitensi, con accezione negativa, per descrivere da un lato l’influenza esercitata dall’immaginario  televisivo e fumettistico nelle persone di media cultura, dall’altro la semplificazione programmatica  e la pretesa di alzare letterariamente il livello di prodotti evidentemente commerciali portata avanti da certi scrittori  per avvicinarsi alle masse senza perdere l’etichetta di “narrativa d’autore”. Non è possibile qui dilungarsi in esempi, basti dire che tra il midcult sarebbe incluso anche Hemingway, tanto per chiarire che non stiamo parlando di generi e autori di nicchia. Ciò che emerge dall’analisi di Eco è che una delle peculiarità del kitsch sarebbe la stilizzazione di personaggi che, non essendo caratterizzati fisicamente e psicologicamente diventano così facili stereotipi, un po’ come la principessa o il giovane delle fiabe. Ciò si lega all’idealizzazione romantica della donna, per esempio, che diventa una specie di immagine sacra, e si unisce all’insistenza nelle descrizioni, (pensiamo, ad esempio, Ivanhoe di Walter Scott, in cui tre pagine sono dedicate a una tenda). In senso lato la stilizzazione riguarda anche una tendenza,  a tralasciare certi particolari: tanto nei  romanzi cavallereschi quanto nei vari film d’azione dove l’eroe abbatte schiere immense di nemici senza essere alla fine né sporco né ferito; ama, ma non fa mai l’amore; non mangia e non va al gabinetto. Per non parlare delle odierne pubblicità in cui famiglie felici riempiono carrelli della spesa e portano a casa merci colorate senza che si  veda mai il momento in cui si paga alla cassa, o certi film (molti in realtà, e anche capolavori) in cui un uomo e una donna si baciano e nella scena dopo sono a letto seminudi che guardano il soffitto o parlano, e ciò che è successo è ovvio, ma non detto e lasciato immaginare.

Dall’altra parte stanno i peti di Sancho e le botte che il suo padrone hidalgo prende perché non paga mai i conti nelle locande, fino ai bagni di sangue e alle orge di cibo e di sesso nei film, o ai detti scurrili e dialettali, un modo più “realistico” di raccontare storie e di esprimersi. Non si tratta in realtà di una vera  e propria dicotomia tra kitsch e trash (che non sono scuole di pensiero o stili consolidati), ma semmai di una doppia possibilità di esprimersi tralasciando certi aspetti e privilegiandone altri. Ovviamente questo ragionamento può valere per qualsiasi opera di qualsiasi tempo, altrimenti non si spiegherebbero i vari -ismi: surrealismo, espressionismo, minimalismo etc., ma mi pare che, nel cosiddetto postmoderno, la stilizzazione si alterni alla caricatura grottesca e lo stile e il linguaggio oscillino tra estrema semplicità ed estrema complessità  in maniera non dico sistematica ma sicuramente frequente, senza mai riuscire ad arrivare ad un compromesso accettabile, mi sembra, almeno fino alla fine degli anni’90 (e per certi autori fino ai primi anni 2000) .

Il dibattito sul postmoderno come periodo storico o clima culturale e il postmodernismo come scuola di pensiero e stile è molto vario e acceso  e  a tutt’oggi, dopo dieci anni di terzo millennio, non del tutto sopito. Per esigenze esemplificative prenderò in considerazione la letteratura italiana nel ventennio 1980-1999. Secondo le antologie è proprio Umberto Eco, che negli anni ‘60 aveva aperto il dibattito sul rapporto tra intellettuali e nuovi media accettando la sfida ed applicando le sue teorie semiotiche a fenomeni popolari come conduttori televisivi o cantanti, a segnare l’inizio del postmoderno letterario italiano con il suo romanzo del 1980 Il nome della rosa, che  rappresenta uno spartiacque tra un prima e un dopo. Il nome della rosa fonda il genere del romanzo cosiddetto neostorico, fonde e confonde cultura alta con i generi popolari considerati minori come il giallo e il poliziesco, è costruito a più livelli, arriva sia al lettore medio che al lettore colto, diventa un caso editoriale. Si applica la definizione, usata già dagli anni ‘60, di «best seller di qualità» e da quel momento, portando al culmine la crisi del decennio precedente, è pressoché impossibile distinguere tra narrativa d’autore e narrativa commerciale. Proprio Eco aveva militato tra le file del Gruppo ‘63 e della Neoavanguardia, che fondeva le avanguardie storiche di inizio secolo con la cultura pop e la diffusione dei nuovi media. Se la Neoavanguardia aveva contribuito a trasformare il surrealismo in un prodotto pubblicitario di massa, negli anni ‘80 si abbandona definitivamente l’idea dell’antiromanzo, il mercato crea casi editoriali e molti autori di genere tentano di ricoprire i loro prodotti, spesso bassi, di una patina di letterarietà, creando il fenomeno detto kitsch o midcult.

Nel 1980 esce anche Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli, molto diverso dal best seller di Eco, ma altrettanto importante per capire la letteratura dell’epoca. Tondelli nelle intenzioni è underground, cantore di una controcultura giovanile e di incursioni nel mondo della provincia, della droga e dell’omosessualità. Da questo punto di vista presenta aspetti trash, in quanto racconta delle realtà non ufficiali con un linguaggio volutamente semplice e “basso”, quindi in teoria genuinamente sincero. L’esito però non è una cronaca realistica, ma una riedizione del ribellismo giovanile alla Salinger e alla Kerouac. La piena adesione al clima postmoderno (Un week-end postmoderno è il titolo di una sua raccolta di saggi del 1990) e i riferimenti a marche famose fanno parlare la critica di tendenze kitsch. Decisamente stilizzato nonché perfetto esempio di best seller di bassa lega fatto passare per narrativa d’autore, è Treno di panna di Andrea De Carlo, del 1981, catalogo di oggetti inutili descritti oggettivamente. Il primo romanzo di De Carlo resta comunque il più interessante, dato che quella che poteva essere una scelta minimalista diventa nei romanzi successivi la riproduzione a stampino di stereotipi e facili psicologie. Ispirato al filone picaresco e quindi caratterizzato da un atteggiamento satirico-grottesco è Seminario sulla gioventù di Aldo Busi, uscito per la prima volta nel 1984 e poi riedito con modifiche nel 2004. Busi è anche autore della versione in italiano moderno del Decameron, 1990-91, ed è conosciuto come personaggio televisivo provocatore e troppo spesso simbolo della cosiddetta “Tv spazzatura”.

Gli anni ‘90 sono gli anni di Baricco, cioè di un postmodernismo ironico e spettacolare che sostituisce ai giochi iper e metaletterari un interesse per la trama e l’intreccio e un uso diverso dei modelli, che sono però tutti americani. Baricco ha anche fondato una scuola di scrittura e tiene  “lezioni”, anche televisive, di lettura, che hanno il merito di riscoprire i classici ma hanno in sé il rischio della banalizzazione. Sono però anche gli anni in cui riemerge il modello di Tondelli e si torna a parlare di sperimentazione. Nasce infatti il Gruppo ‘93, sorto attorno a vecchi neoavanguardisti come Barilli e Balestrini che, attraverso gli incontri di «Ricercare» a Reggio Emilia, puntano a scoprire talenti giovani. Nell’orbita di questo gruppo sono passati Tiziano Scarpa, fattosi notare per la sua spinta dissacrante, ed alcuni autori chiamati «cannibali».  Il retroterra culturale di questi autori oscilla tra i fumetti gialli e orrorifici di Dylan Dog e il cinema di Quentin Tarantino, diventato famoso a inizio anni ‘90 con Le Iene e Pulp fiction. Il gusto è appunto pulp, alimentato da un linguaggio scurrile e gergale accompagnato da scene di violenza gratuita. Alcuni di questi una delle peculiarità del kitsch sarebbe la stilizzazione di personaggi che, non essendo caratterizzati fisicamente e psicologicamente diventano così facili stereotipi autori, come Aldo Nove e Laura Pugno, pur abbandonando il pulp, hanno continuato a sperimentare; altri, come Niccolò Ammanniti, sono approdati a forme più tradizionali raggiungendo il successo editoriale e la fama. Altri ancora, probabilmente la maggior parte e probabilmente i più spinti verso il pulp e la sperimentazione, non sono riusciti ad emergere.

Interessante è la risposta alla globalizzazione di certi autori
che si radicalizzano in ambienti geograficamente e socialmente marginali, come Silvia Ballestra, che ambienta i suoi romanzi nella provincia tra le Marche e l’Abruzzo: La guerra degli Antò, 1992, da cui è stato tratto anche un film, è un romanzo dal gusto punk che cerca di esprimere un linguaggio nuovo, misto di gergo giovanile  e dialetto. Pur non essendo un giovane, Alberto Arbasino, nato nel 1930, è un autore fondamentale sia per descrivere il periodo che precede quello fin qui preso in esame, sia per tentare un bilancio finale sull’oscillazione tra trash e stilizzazione. Nel 1998 esce la raccolta di saggi Paesaggi italiani con zombi, in cui Arbasino, oltre al provincialismo, attacca duramente gli intellettuali e le tendenze artistiche dominanti. L’Italia, denuncia lo scrittore, è ormai succube della cultura commerciale statunitense e non sa più proporre eventi artistici e letterari notevoli. Arbasino usa il termine trash nel senso di spazzatura, applicandolo soprattutto alla televisione; come dimostrano però le due raccolte semipoetiche del 2001 e 2002 dal titolo complessivo Rap, Arbasino usa un linguaggio postmoderno con termini della parlata quotidiana (“embé, iosa”) in rima con parole più “alte” e, indagando le bassezze quotidiane cercando di stigmatizzare ironicamente il trash, finisce col farne parte. Nel 1960 era uscito il saggio I nipotini dell’ingegnere, in cui lo stesso Arbasino, assieme ad altri sperimentatori, si proponeva come erede del modello gaddiano. Proprio in quegli anni, con assurdo ritardo, Carlo Emilio Gadda e il suo stile stavano ottenendo un discreto successo di pubblico e di critica. Lo stile cosiddetto “espressionista” consiste nell’usare un linguaggio ricco, che alterna termini rarissimi tratti dal latino e dal greco, ed espressioni basse, gergalismi, idiotismi, dialettalismi e nel costruire periodi lunghi e complessi, “a cavaturacciolo”, come diceva lo stesso Gadda. Non direttamente accostabile a Gadda, ma considerato ugualmente sperimentale e molto interessante e conosciuto è Libera nos a Malo del vicentino Luigi Meneghello, che negli anni del boom economico racconta storie della provincia e di persone umili (contadini e montanari) con un linguaggio dialettale e un’ironia acutissima.

Se in questi casi i termini “bassi” arricchiscono complessivamente l’opera, hanno spesso un valore liberatorio e provocatorio nei confronti di una classe dominante e si accompagnano ad uno stile abbastanza complesso, nei romanzi di un autore come Bret Easton Ellis, modello fin troppo imitato da tanti scrittori italiani delle recenti generazioni, le scene di sesso e droga e le valanghe di parolacce sono scritte con uno stile minimalista ed essenziale. Calabresi parla di global novel soprattutto per gli imitatori nostrani, che perseguendo la vendibilità dei romanzi, adottano un linguaggio neutro e uno stile semplificato per essere facilmente traducibili. In questo caso si assiste ad una strana fusione tra kitsch e trash: siamo di fronte ad una stilizzazione e a un forte esempio di midcult, che però non esclude il gusto pulp e l’uso di espressioni oscene e volgari, anche quando non sono molto originali. Come se la volgarità e il brutto fossero incartati, decontestualizzati e commercializzati come prodotti che devono poi piacere per essere venduti.


APPROFONDIMENTI E RIFERMENTI BIBLIOGRAFICI:

  • Umberto Eco, Apocalittici e integrati, 1°ed. Garzanti, Milano 1964.
  • Filippo La Porta, La nuova narrativa italiana, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.
  • Alberto Casadei, Marco Santagata, Manuale di letteratura italiana contemporanea, Laterza, Bari, 2007.
  • Alberto Casadei, Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo, Laterza, Bari, 2008. 

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