Federica Manzon – Di fama e di sventura

di Giulia Cupani.

“Di fama e di sventura” di Federica Manzon è un romanzo acquatico, caotico come un fiume attraversato da correnti forti, pieno di deviazioni e scarti maanche di ritorni, di ripetizioni, di elementi che sembrano scomparire in mezzo ai flutti ma che poi riemergono, casualmente e quasi ossessivamente, prima di inabissarsi di nuovo, senza un’apparente ragione. È un romanzo ambientato in una città di mare che, pur essendo perfettamente riconoscibile fin dalle primissime pagine, non viene mai nominata esplicitamente, e la storia che vi è raccontata trova proprio nel suo legame con l’acqua il filo conduttore capace di tenere insieme inizio e fine, ricomponendo l’anello di una vicenda che, altrimenti, rischierebbe di sfilacciarsi definitivamente e inabissarsi senza trovare un suo senso coerente.

Il romanzo attraversa oltre mezzo secolo di storia italiana, raccontando la storia di una donna coraggiosa e pazza, “come un po’ tutti in quella città di mare”, e del suo amatissimo nipote, un ragazzino la cui nascita è segnata da un’enorme tragedia e che proprio per questo sarà condannato per tutta la vita a cercare nelle persone che lo circondano l’immagine del proprio padre perduto, per redimere l’insopportabilità della sua condizione di orfano. Tommaso, il protagonista della storia, è un ragazzino segnato dall’abbandono del padre, dalla morte della madre che si suicida il giorno stesso della sua nascita, dall’indifferenza della nonna bellissima e un po’ folle che, pur amandolo, nel momento del reale bisogno lo lascia solo, convinta com’è della necessità, per ognuno, di combattere il totale solitudine le proprie battaglie. Tommaso, che da piccolo assomiglia “a un Indiano dal cuore buono” reagisce a questa situazione lottando con tutte le sue forze per trasformarsi in un cow boy spietato, un uomo capace di conquistare nuovi territori e di non dover più provare dolore per la propria condizione di debolezza. Tommaso, l’Indiano buono, dedica così tutte le sue forze al tentativo di trasformarsi in un vincente, in un conquistatore cinico e senza scrupoli, disposto a calpestare qualsiasi cosa pur di non dover abbassare la testa e non rallentare la propria corsa verso un successo sempre più evidente, sempre più consacrato e riconosciuto ma anche, inevitabilmente, sempre più ingannevole e labile, agganciato al mondo spietato ma fragile dell’alta finanza, in cui il cow boy Tommaso macina un traguardo ambizioso dietro l’altro arrivando a spostare sempre più in là i confini della legalità, fino a quando tutte le bolle speculative su cui è costruita la sua fortuna inevitabilmente scoppiano.

In mezzo a tutto questo, attraversano la vita di Tommaso una serie di personaggi che si accostano alla sua ascesa, ai suoi successi e ai suoi dolori senza comprenderli mai del tutto, senza riuscire mai a distogliere il cow boy dalla sua ricerca spasmodica di nuove vittorie, di trionfi spostati sempre un passo più in là. Tra questi c’è Ariel, campione di nuoto e migliore amico della giovinezza del protagonista, ragazzo tanto perfetto, nobile, generoso, che è facile per Tommaso amarlo e altrettanto facile tradirlo senza pietà, con senso di colpa ma anche con la consapevolezza di compiere un’ineluttabile passo voluto dal destino, dettato dalla necessità; c’è Mila, figlia del più grande assicuratore della città sul mare, la donna che Tommaso sposerà e che, con i suoi occhi gialli da serpente, costruirà con lui un legame continuamente in bilico tra l’amore e la persecuzione; c’è Lorenzo, il figlio amatissimo di Tommaso, ragazzo buono e bello, pronto a ereditare un impero e ad accogliere sulle sue spalle il peso insostenibile della sua famiglia segnata da infinite infelicità, e infine c’è Luce, la narratrice della storia, che amerà Tommaso di un amore concreto e tenace che attraverserà tutta la loro vita. Sarà proprio Luce che, dopo il crollo dell’impero finanziario di Tommaso, cercherà di ricostruire il passato dell’uomo nato indiano e finito a conquistare terreni inesistenti nel mondo stralunato, assurdo e pazzo della borsa americana, folle di una follia infinitamente diversa da quella che abitava le strade della sua città al tempo in cui sua nonna camminava veloce vicino al mare, facendo girare i poeti seduti al tavolo del loro bar, nella Piazza innominata davanti al Molo Audace.

Il romanzo di Federica Manzon è qualcosa di intermedio tra il romanzo familiare e il romanzo di formazione: la luce è sempre puntata sul protagonista, sulla sua evoluzione e sui suoi successi, ma continuamente vengono introdotti nella storia personaggi di contorno che vengono delineati, abbozzati, rivestiti di connotazioni non strettamente legate al loro rapporto con il protagonista. Questo tratto potrebbe costituire una ricchezza, ma in realtà finisce per spostare continuamente il fuoco della storia su elementi marginali, contribuendo a creare quella sensazione di caoticità che è un po’ il filo conduttore dell’intero romanzo. Allo stesso modo, quella che poteva rivelarsi una scelta narratologica felice – quella di affidare la narrazione a uno dei personaggi di contorno della vicenda, ma di svelarne l’identità solo quando la storia è già ben avviata, lasciando imprecisata l’identità del narratore per tutta la prima parte del romanzo – non è sfruttata nel migliore dei modi, dato che la voce del narratore interviene spesso nella vicenda, interrompendola  con considerazioni che spesso vanno un po’ sopra le righe. In generale, inoltre, il romanzo paga il conflitto tra il suo desiderio di essere un romanzo-fiume, in cui si affolla una moltitudine di personaggi costruiti per essere indimenticabili, e la sua natura profonda di romanzo psicologico, in cui un narratore di fatto onnisciente descrive nei minimi dettagli gli stati d’animo, i pensieri, le ragioni delle azioni dei personaggi, anche quando questi sono oscuri perfino a loro stessi.

Il romanzo di Federica Manzon ha il pregio di porsi, in questa fase di dominio della non-fiction e del romanzo-reportage, come una narrazione compiuta, costruita coscientemente come racconto di finzione. In esso, grande importanza è data alla costruzione dei personaggi, al dipanarsi della storia, alla ricostruzione di un ambiente e di un’epoca. Il suo difetto è però quello di smarrirsi, talvolta, nella gestione della trama, soffermandosi eccessivamente sugli aspetti più psicologici, raccontando anche ciò che non sarebbe necessario spiegare e disperdendo la narrazione in infiniti rivoli che pongono premesse che non sempre vengono portate a pieno compimento. Questo romanzo, insomma, è costruito a tavolino come un perfetto prodotto narrativo, è concepito come un romanzo di formazione da manuale. È, anche, un romanzo che si propone come atto d’amore nei confronti della letteratura in quanto tale, e questo è un suo indiscutibile merito, al di là di ogni altra considerazione. La realizzazione di questi presupposti, però, non sempre è all’altezza delle premesse, e la frammentazione della vicenda e la ridondante specificazione e spiegazione di ogni moto dell’animo del protagonista finiscono per creare un affresco a tratti pasticciato, caotico, un fiume in piena che trascina a valle ogni cosa senza lasciare a nessuna sensazione, a nessuna elaborazione personale del lettore il tempo di definirsi e sedimentarsi.


Conaltrimezzi ha deciso di recensire i 5 finalisti del premio Campiello 2011:

Ernesto Ferrero, Disegnare il vento (Einaudi), 9 voti
Giuseppe Lupo, L’ultima sposa di Palmira (Marsilio), 8 voti
Maria Pia Ammirati, Se tu fossi qui (Cairo Editore), 7 voti
Federica Manzon, Di fama e di sventura (Mondadori), 6 voti
Andrea Molesini, Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio), 6 voti


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  3. […] non crede alla vittoria!”). Lo stesso si può dire del romanzo che si è classificato secondo, “Di fama e di sventura” (Mondadori) di Federica Manzon, libro di cui nel corso della serata si è sottolineata più […]

  4. […] non crede alla vittoria!”). Lo stesso si può dire del romanzo che si è classificato secondo, Di fama e di sventura (Mondadori) di Federica Manzon, libro di cui nel corso della serata si è sottolineata più volte […]

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