Teledolore S.p.a: va ora in onda la tragedia

TELEDOLORE S.P.A: VA ORA IN ONDA LA TRAGEDIA
Trash catodico e spettacolarizzazione del dolore

di Alberto Bullado

 

L’Italia nel giugno del 1981 è dentro un pozzo. C’era stato lo scandalo della P2. Le Brigate Rosse mordevano la società civile. Sette mesi prima un terremoto in Irpinia aveva causato la morte di 3000 persone (quasi 9000 feriti e 280.000 sfollati). Quando il 10 giugno Alfonso Rampi, 6 anni, cade dentro il pozzo, per tutta Italia diventa “Alfonsino”. E succede qualcosa di strano. Qualcosa che non era mai successo prima. All’epoca non vi erano i mezzi tecnici per trasmettere lunghe dirette. Un’unica interminabile e claustrofobica inquadratura fissa. Inoltre una certa etica professionale impediva ai giornalisti di trattare in presa diretta simili eventi. In quel giugno 1981 si fa un’eccezione. È come se si passasse di grado, se si varcasse un confine. La tv compie un passo dal quale non è più possibile tornare indietro. È la prima morte in diretta della televisione italiana. Ed è l’evento mediatico più seguito fino ad allora: ventuno milioni di spettatori. Il primo reality show del nostro paese. Seguono le indagini, le critiche, i particolari inquietanti, le teorie che parlano di un “falso incidente”. Poi la nuova inchiesta del ’87. L’archiviazione e il silenzio. Nel frattempo l’Italia è cambiata. Gli italiani hanno assaggiato qualcosa di nuovo. Niente sarà più come prima.

6 ottobre 2010. Concetta Serrano, madre di Sarah Scazzi, apprende la notizia della morte della figlia di quindici anni in diretta tv. È in collegamento con Chi l’ha visto? nella casa dell’assassinio. La diretta continua, la presentatrice indugia, la regia insiste nei primi piani. La trasmissione dura in totale 2 ore e 42 minuti. Uno stillicidio di notizie, anticipazioni, conferme, smentite, e poi ancora conferme. Le telecamere puntate. Il collegamento sempre aperto. La catabasi mediatica continua nei giorni seguenti, tra talk show, polemiche a mezzo stampa ed una reazione a catena sul web. Il resto è cronaca nera ammorbante ed ipertrofica.

Qualche giorno più tardi Carlo Freccero, allora direttore di Rai4, dice che è stato giusto così. Il programma doveva continuare. «La televisione è il racconto in diretta della realtà». E ancora: «è stata la diretta a fare la differenza. Io credo ormai che la tv sia solo il racconto della diretta». Perciò la tv era «la postazione privilegiata per capire cosa stava accadendo». Il piccolo schermo che da canale privilegiato diviene l’unico possibile: «Chi l’ha visto? è più del racconto, la teatralizzazione del racconto. È il Pirandellismo dei giorni moderni». Chapeau. Nel frattempo il corpo di Sarah Scazzi viene squartato dai palinsesti, per settimane. Lo zio e la cugina, entrambi sospettati, banchettano i suoi resti assieme al pubblico. Da questo momento in poi si verifica una sorta iperbole isterica, disseminata di risvolti trash. Il fratello della vittima, Claudio, contatta Lele Mora. Gli piacerebbe entrare a far parte del mondo dello spettacolo. Corona, in cerca di scoop, si introduce in casa Scazzi dalla finestra e viene denunciato. L’ex manager di Noemi Letizia, assieme ad un ex tronista e qualche altro semi-vip, producono un calendario in memoria della piccola Sarah. I proventi andranno al canile del paese. Nel frattempo viene messo in commercio un costume da carnevale ispirato a Michele Misseri e viene inciso un singolo musicale “Cucciolo Sarah”. La presentazione avviene in un’aula del comune di Avetrana. La stessa nella quale era stata celebrata la camera ardente della salma di Sarah Scazzi. E mentre l’umorismo nero imperversa su internet e social network, il caso vuole che il corpo di Yara Gambirasio viene ritrovato in un campo, privo di vita, dopo mesi di ricerche. Un altro giro di giostra. Un’altra macabra ed estenuante crociera televisiva. Il sindaco di Brembate è costretto ad emettere un’ordinanza restrittiva attorno all’abitazione dei Gambirasio ed al campo di sterpaglie di Chignolo d’Isola, presieduto dalle forze dell’ordine per disperdere pellegrinaggi di curiosi ed altri turisti dell’orrore.

Un film già visto: Cogne, la morte del piccolo Tommaso, Erika ed Omar… i giornali italiani sono una cornucopia di cronaca nera. La televisione incalza alla stregua di un mostro famelico, prepotente, cinico, tossico e perverso. Il livello di assuefazione è tale che sono gli stessi protagonisti ad intervenire. Vanno davanti alle telecamere, partecipano a talk show pomeridiani ed in prima serata. Le loro parole, i loro pianti, i loro monologhi, interrotti dai singhiozzi, occupano le fasce orarie più affollate ed ambite. Come si spiega questo fenomeno? Solo una mera rincorsa all’audience? Da una parte la tv specula, guadagna, divulga (dovere di cronaca), e amplifica il dolore all’interno dell’immaginario della collettività. Dall’altra vi è la volontà degli stessi protagonisti di servirsi dell’unico strumento che hanno in mano, l’unico mezzo in grado di cambiare una realtà difficile da accettare. Attraverso la tv i protagonisti hanno la possibilità di condurre la partita in prima persona. Non sono in tribunale. All’interno di uno studio televisivo essi hanno molto più potere e libertà. Sono in grado di intervenire in funzione della mozione pubblica e del “tribunale popolare”. Possono proporre una determinata immagine di sé, pronunciare proclami, esporre degli annunci, rilasciare dichiarazioni, o ancora aggiungere particolari, modificare il corso delle inchieste e sollecitare le indagini (Chi l’ha visto?, in questo senso, è un programma che ha dato il via, e nel contempo risolto, molti casi, a cominciare da quello di Sarah Scazzi). In un ambito del genere l’elemento televisivo diviene perciò una piattaforma dialettica pressoché obbligatoria, a prescindere da qualsiasi principio etico, estetico e morale.

Inoltre va anche considerato il fenomeno del racconto a posteriori. In questo caso vi è il riscatto, la metabolizzazione di un evento che si convalida in una celebrazione mediatica, a maggior ragione se il caso a cui fa riferimento aveva precedentemente goduto di un certo riverbero (emblematico è l’esempio di Natascha Kampusch), quasi il pubblico e le telecamere fossero elementi irrinunciabili. Poi, naturalmente, non va trascurato pure l’aspetto economico, il mercificio dei compensi, l’unico possibile palliativo a disposizione per coloro che hanno vissuto il lutto in prima persona e di conseguenza il logorante iter delle dirette, delle interviste e degli interrogatori. La tragedia diviene in una qualche maniera una fonte di reddito tale da istituire una sorta di industria, “Teledolore S.p.a”, che coinvolge protagonisti, testimoni, ma anche opinionisti tv ed esperti a vario titolo, periodicamente richiamati all’ordine come una sorta di oracoli intermediari tra il pubblico e la cronaca.

In tutto questo vi è dell’inesorabile. Concatenazioni fatali, meccaniche, forse indispensabili. Quasi si trattasse di una forza maggiore, in qualche modo inevitabile. Una crudeltà, se vogliamo, immonda, ma cieca, indifferente. Non è così, poiché non si può dire che il dolore è sempre e solo disinteressato. Esiste anche una speculazione ideologica e politica della morte. È il caso di Eluana Englaro, dove il decesso viene addirittura sponsorizzato, pianificato, aborrito e condannato per tempo. Esso assume prima il carattere di un dibattito politico, poi di un’interrogazione parlamentare , per trasformarsi infine in un’inchiesta penale. Nel frattempo l’Italia si interroga, denuncia e si esaspera. L’elemento drammatico è un cavallo di Troia per una battaglia di idee. È il dibattito più estremo possibile, perché, al contrario della cronaca nera, inizia prima della morte di qualcuno (che non si può esprimere), e prosegue durante e dopo di essa. La vittima che non è ancora vittima. L’“assassinio” che viene denunciato prima di essere commesso. Tale è la dimensione del paradosso. Quale che sia l’ambito, noi tutti siamo obbligati a entrare a far parte del fenomeno, alle volte in modo inconsapevole. La “Teledolore S.p.a” è una tirannia che ci condanna ad essere tutti, volenti o nolenti, fruitori, pubblico, sanguisughe dell’orrore.

Lo scrittore Antonio Scurati, in un intervento alla trasmissione Parla con me, ha negato che l’appassionamento morboso della televisione e degli italiani a proposito della cronaca nera, fin nei suoi particolari più orrorifici, è paragonabile alla grande arte tragica del passato. La cronaca nera, secondo alcuni, avrebbe sostituito Eschilo, Sofocle, Euripide. Autori che in passato furono in grado di narrare drammi analoghi alle odierne tragedie (spesso famigliari). Non è così. La tragedia greca, la sua rappresentazione, si fondava su un principio fondamentale: la proibizione dell’osceno. Medea ammazzava davvero i suoi figli per far un torto al marito. Ed Euripide era chiamato ad esplorare tutti i risvolti psicologici e metafisici dell’accaduto e a penetrarli, a sviscerarli al cospetto del pubblico. Tuttavia non avrebbe mai dovuto ritrarre la violenza assassina e di conseguenza l’indiscrezione cadaverica ed il feticismo necrofilo. Tutto ciò doveva rimanere fuori dalla scena: perché o-sceno. Se così non fosse stato non si sarebbe potuta produrre la “catarsi”, la purificazione dei sentimenti di pietà e nello stesso tempo di terrore, che secondo Aristotele era la finalità ultima, etica ed estetica, della grande tragedia.

In una società dei consumi, l’elaborazione del lutto viene irrimediabilmente distorta. Diviene narrazione pedissequa che non prevede necessariamente una vera introiezione. Essa viene al massimo fruita e massificata nel momento in cui i media riescono a scovare un soggetto, una scena del crimine, una tragedia spendibile per i nostri palinsesti, come un qualsiasi altro prodotto di fiction. Solo che non si tratta di fiction ma di realtà. Da qui l’affetto viscerale e morboso della gente. In questo caso l’industria dell’informazione sa di potersi rivolgere ad un pubblico facile, folto e recettivo, poiché il legame empatico viene amplificato dall’elemento catodico alla stregua di un imperativo morale. In questo modo il lutto viene utilizzato nell’unico modo in cui un fenomeno antropologico di così elevata pregnanza viene recepito al giorno d’oggi: attraverso un muscoloso stream mediatico. La cronaca assume la sembianza di un rito, collettivo ma osceno (e non tragico). Un evento che serve a ricordare ad una società anestetizzata ed edonista, sazia ed annoiata, che la morte esiste e che è tremenda. Ma non per me che osservo e che sono vivo. Perché io sono salvo. Ciò che ci rende umanamente riprovevoli è il fatto che la strumentalizzazione di questi drammi risponde anche ad una funzione inconscia. Secondo alcuni vi è l’appropriazione, indebita, di un dolore altrui. Assaggio la tragedia degli altri quasi si trattasse di un evento formativo o di un passatempo voyueristico. Oppure è l’opposto, come si diceva prima, il prendere le distanze dal patimento: “fortuna che non è capitato a me o a mia figlia…”. In questo caso il dolore celebrato, attraverso i media, ci fortifica. Da una parte ci turba, ma nello stesso tempo ci rassicura: “a me non è successo”. Ad ogni modo non parliamo di un’autentica misericordia, ma di un’esibizione di pietà, falsa e funzionale al proprio animo. Del resto, già Nietzsche scriveva: «La sofferenza degli altri ci fa bene. Questa è la dura sentenza».

 


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