Apo-cannibali e integrati – CAM#05: TRASH!

APO-CANNIBALI E INTEGRATI
Nascita e declino del pulp letterario made in Italy
di Giulia Cupani

 

Alcuni dicono che, in principio, fu Pulp Fiction. Che fu il film di Tarantino, uscito in Italia nel 1994, a catalizzare e dare un senso all’opera di una serie di autori italiani che, proprio a metà degli anni ’90, stavano spostando la loro produzione verso orizzonti nuovi, portando la letteratura italiana in una direzione fino a quel momento mai indagata a fondo, quella della violenza esplicita, estrema, raccontata senza mezzi toni e senza mezze misure. In una parola, verso il cannibalismo.
La generazione degli scrittori cannibali italiani ha cercato di fare esattamente questo: sdoganare anche nella letteratura italiana modelli narrativi e lessicali in parte desunti dalla letteratura e dal cinema americani, rielaborandoli in una chiave nuova, per portare qualcosa di radicalmente nuovo e volutamente “disturbante” nell’orizzonte rassicurante e immobile della letteratura italiana.

I cannibali, insomma, volevano rappresentare in letteratura l’apocalisse del mondo occidentale degli anni ’90, un mondo dominato da una violenza illogica capace di irrompere nella vita di chiunque senza una ragione, senza cause apparenti e senza conseguenze da cui trarre una morale: un mondo impazzito in cui l’orrore era in grado di nascere da qualsiasi parte e la follia era ordinaria e quasi scontata, naturale, tragicamente in agguato ovunque, impossibile da prevedere o esorcizzare. I cannibali erano volutamente apocalittici, volutamente dis-integrati, e facevano della distanza rispetto ai canoni letterari classici il loro marchio di fabbrica, il loro segno distintivo. Volevano riprendere alcuni degli spunti polemici del Gruppo ’63, rimasti in nuce e mai sviluppati, portandoli alle estreme conseguenze, mescolando il desiderio di rinnovare il mondo letterario italiano con una poetica dedotta, appunto, da modelli alla Pulp Fiction, in cui il pulp e lo splatter trovassero una nuova definizione, un nuovo significato applicabile alla realtà italiana.

Le prime opere propriamente cannibali (possiamo citare, per fare qualche esempio, la raccolta Fango di Niccolò Ammaniti, oppure i mini-racconti di Woobinda di Aldo Nove o ancora Occhi sulla graticola, romanzo d’esordio di Tiziano Scarpa) non mancarono di accendere il dibattito, tipicamente italiano, a proposito della loro presunta “immoralità”. Le opere svanivano in ultimo piano mentre sul proscenio critici, sociologi e psicologi si interrogavano sul destino delle giovani generazioni di italiani, i cui autori più rappresentativi non avevano ritegno a descrivere stupri di gruppo e cadaveri sventrati, riducendo tutto a una banale disputa intellettual-sociologica a proposito della necessità di una “morale” in letteratura.

Intanto, nel 1996, la neo-inaugurata collana “Stile Libero” Einaudi pubblicava l’antologia Gioventù Cannibale (a cui il movimento, tra l’altro, deve il nome) presentata fin dal sottotitolo come “La prima antologia italiana dell’orrore estremo”. La quarta di copertina prosegue parlando degli autori dei racconti come di “undici sfrenati, intemperanti cavalieri dell’Apocalisse formato splatter nei reparti pieni di ogni ben di Dio del supermarket Italia”, fissando definitivamente i canoni di questa nuova letteratura made in Italy. Nell’introduzione alla raccolta, il curatore Massimo Brogli precisa ulteriormente i confini del fenomeno:

«Che succede quando il male si rivela come scaturito dall’assenza, dalla completa mancanza di determinazione, originato da individui senza desideri né coscienza che iniziano a scorrazzare in lungo e in largo producendo dolore e morte? Possiamo chiamarli zombi, corpi senz’anima, serial killer, oppure semplicemente i l prodotto di “nuovi scenari sociali”. Il risultato è che di fronte a loro il moralista pontifica a vuoto; di fronte a loro inevitabilmente si svela l’ipocrisia dei  suoi criteri di giudizio.
Fino a che il delitto è rimasto legato a un movente se ne sono occupati la cronaca, il romanzo giallo e i loro corrispondenti cinematografici. Dopo, invece, si sono rese necessarie nuove forme di narrazione per rendere conto del prevalere semplice e originario del sangue. Il moralismo a questo punto non basta e si rivela per quel che è, forma ed espressione del potere: strumento incapace di spiegare l’ambiguità che porta il desiderio a divenire motore di dolore e sopraffazione, o di raccontare come l’indifferenza sia il principale ingrediente dell’omicidio». [1]

La letteratura cannibale, insomma, non vuole essere morale, perché il moralismo non è altro che un’ipocrita espressione del potere, incapace di descrivere la realtà, sanguinosa e assurdamente violenta, della vita di ogni giorno. In questo senso va anche la scelta dell’etichetta “cannibali” usata per definire questo gruppo di giovani scrittori: la parola “cannibale”, infatti, si presenta fin da subito come un termine non innocente, fortemente caratterizzato (molto più del suo corrispondente inglese pulp) ma insieme è anche adatta a essere investita da infiniti nuovi significati metaforici. Il cannibale non è solo feroce e violento, ma è pronto a cibarsi dei suoi nemici, assimilando in qualche modo i suoi avversari. Lo stesso fa questo tipo di letteratura, che legge il mondo che la circonda fagocitando stimoli, immagini, linguaggi, mescolando tutto e riproponendo al lettore un quadro insieme caotico e lucido della realtà, in cui ragione e disordine si mescolano e in cui la logica è destinata a soccombere al potere del caso. E’ proprio questo aspetto del cannibalismo quello che lo avvicina di più all’universo del trash;  la volontà di ingurgitare ogni stimolo e di ripresentarlo, rimasticato, senza filtri e senza censure può portare alla rappresentazione sulla pagina scritta degli effetti propri dello splatter, ma si avvicina anche all’estetica trash propriamente detta.

Resta da chiedersi cosa ne è stato dell’esperienza di questi giovani scrittori che, negli anni ’90, si proponevano di leggere il mondo e riproporlo al pubblico senza filtri, nella sua violenza estrema ma in fondo reale, fortemente concreta.
Restano, fondamentalmente, un pugno di opere scritte entro la fine del decennio, limite oltre il quale gli autori, forse per raggiunti limiti di età, forse perché la letteratura del nuovo millennio aveva preso nuove strade, si allontanano dai presupposti che li avevano mossi. Accanto ad autori come Aldo Nove, probabilmente quello che più di tutti è riuscito a conservare una sua precisa identità di scrittore e a far evolvere la sua estetica in una direzione nuova che però non tradisse il passato cannibale, c’è stata la deriva di autrici come Isabella Santacroce, trasformatasi negli anni in una vera e propria icona televisiva trash, o, ancora, l’evoluzione del “cannibale” Niccolò Ammaniti in autore di best-seller.

Quello di Ammaniti è un percorso emblematico nel rappresentare la deriva dall’apocalitticità all’integrazione che in linea generale caratterizza tutto il gruppo degli autori cannibali. La sua figura è emblematica soprattutto perché la sua raccolta di racconti Fango è uno dei primi e più riusciti esempi di quelle che sono le caratteristiche e le tendenze dell’intero movimento, e rappresenta bene la direzione in cui, negli anni ’90, gli autori cannibali si proponevano di portare il mondo letterario italiano. A titolo di esempio, citiamo un brano tratto dal racconto “Lo zoologo”, il cui protagonista è un ragazzo che, dopo essere stato ucciso da un trio di nazi mentre cerca di difendere un barbone da un pestaggio, viene riportato in vita e trasformato in uno zombi. In questa forma il ragazzo darà il suo ultimo esame universitario, che gli aprirà la strada per una brillante carriera accademica:

«[Il professore] prese i barattoli che contenevano gli animali in formalina e li passò ad Andrea
«Che cosa sono?»
Andrea cominciò ad aprire i barattoli sigillati con il silicone tirandone fuori i contenuti. Una cubomedusa che prima lasciò sgocciolare sul tavolo e poi se la succhiò come se fosse un ghiacciolo. Poi prese un enorme vaso che conteneva un grosso ragno tropicale e lo sgranocchiò come fosse toblerone. Per finire si dissetò con la formalina, sbrodolandosi e facendo dei versi orrendi.
«Ma che fa? Mi parli della speciazione, lasci perdere i barattoli!»
«La speciazione è il pro… gluhhhhuuuu gnammmmm… cesso con cui si form… gghhhhhemmmmm ghhheeemm.»
«Per favore. Non parli con il boccone in bocca. La pizza la mangerà alla fine dell’esame.»
Andrea si stava cibando di un corallo tubiporo. Si succhiava le colonie come fossero ossibuchi.
Continuò a parlare ininterrottamente per un’ora delle abitudini sessuali delle ofiure.
Erinni era raggiante. Finalmente uno studente brillante, uno che aveva studiato, che conosceva la materia a fondo. Certo era un po’ irrequieto e agitato di carattere.
[…]
«Va bene trenta e lode, complimenti. Non si sente bene? Ha una cera ragazzo mio!»
Gli diede il verbale dell’esame che lo zombi si infilò in un orecchio ruttando». [2]

In Fango Ammaniti non indaga solo il mondo dell’assurdo, ma spazia dal puro pulp all’horror, da Stephen King alle visioni allucinate in stile Arancia Meccanica, rappresentando un mondo dominato da una violenza gratuita, incomprensibile eppure onnipresente.
Di tutto questo, non si trova più traccia nelle opere di Ammaniti scritte nel primo decennio del 2000 (a partire da Io non ho paura del 2002 fino ad arrivare agli ultimi Che la festa cominci e Io e te). Qui la componente pulp-splatter è quasi totalmente annullata per lasciare spazio a una riflessione più sociologica e psicologica. La violenza non è scomparsa, ma è indagata a partire da un punto di vista preciso, quasi sempre quello di un ragazzo molto giovane (sono ragazzini i personaggi di Io non ho paura, così come il protagonista di Come Dio comanda e la coppia di fratelli di Io e te), quindi in un certo senso tutte queste opere possono essere lette come romanzi di formazione, in cui la componente psicologica domina su tutto e il desiderio di rappresentare il caos della realtà contemporanea è sublimato nel racconto di una vicenda personale e, in molti casi, a suo modo edificante. L’apocalittico è diventato integrato: il cannibalismo, ormai, è solo un lontano ricordo. Basti come esempio, anche qui, l’ultima pagina di Come Dio comanda:

«Cristiano era ancora seduto tra i suoi compagni ma la sua mente era distante, in un’altra chiesa. Vuota. Lui era in piedi di fronte al leggio accanto alla bara di suo padre. Quattro Formaggi e Danilo seduti in prima fila.

Mio padre era un uomo cattivo. Ha violentato e ammazzato una ragazzina innocente. Merita di finire all’inferno. E io con lui per averlo aiutato. Io non so perché l’ho aiutato. Giuro che non lo so. Mio padre era un ubriacone, un violento, un buono a nulla. Menava tutti. Mio padre mi ha insegnato a usare la pistola, mio padre mi ha aiutato a riempire di botte uno a cui avevo tagliato la sella della moto. Mio padre mi è sempre stato vicino dal giorno che sono nato. Mia madre è scappata e lui mi ha tirato su. Mio padre mi portava a pescare. Mio padre era un nazista ma era buono. Credeva in Dio e non bestemmiava. Mi voleva bene e voleva bene a Quattro Formaggi e a Danilo. Mio padre sapeva quello che era giusto e quello che era sbagliato.
Mio padre non ha ucciso Fabiana.
Io lo so».
[3]

 

NOTE:

[1] M. Brolli, Gioventù Cannibale, Torino, Einaudi, 1996. Pp V.
[2]
N. Ammaniti, Fango, Milano, A. Mondadori, 1996. Pagg. 203-204.
[3]
N. Ammaniti, Come Dio comanda, Milano, Mondadori, 2006.

BIBLIOGRAFIA DI APPROFONDIMENTO:

AA.VV., Cuore di pulp. Antologia di racconti italiani, Roma, Stampa Alternativa, 1997.
M. Arcangeli, Giovani scrittori, scritture giovani, Roma, Carocci, 2007.
M. Barenghi, Oltre il Novecento. Appunti su un decennio di narrativa (1988-1998), Milano, Marcos y Marcos, 1999.
F. La Porta, La nuova narrativa italiana. Travestimenti e stili di fine secolo, Torino, Bollati  Boringhieri, 1999.


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Comments
3 Responses to “Apo-cannibali e integrati – CAM#05: TRASH!”
  1. perplesso ha detto:

    Mi sembra una lettura troppo semplicistica e non pienamente informata. Limitandosi ai quattro nomi citati, a parte Ammaniti, né Aldo Nove, né Isabella Santacroce, né Tiziano Scarpa si rifacevano a modelli splatter e horror della letteratura e del cinema statunitensi: quella è stata una superficiale tesi della critica che non bisognerebbe prendere per oro colato. Bisogna guardare i libri, non quel che dicono i critici sui libri e le etichette che si inventano. Nove, Santacroce e Scarpa vengono da tutt’altra parte, e avevano tutt’altri riferimenti letterari rispetto all’horror e allo splatter americani. Poi, ammesso che sia vero che Ammaniti è passato a scrivere romanzi di formazione (ma anche il suo primissimo libro, Branchie, era un romanzo di formazione: Ammaniti scrive romanzi di formazione da sempre, non si è “integrato”), la tesi dell’autrice non regge. Aldo Nove negli anni Duemila ha scritto un poemetto dedicato alla Madonna, una raccolta di racconti sull’infanzia, un tenerissimo romanzo d’amore, e l’ultimo romanzo di memorie autobiografiche finisce, come il libro di Ammaniti, con un’ultima pagina “formativa”, positiva, piena di speranza: è un romanzo di formazione in piena regola (eppure secondo Giulia Cupani è l’unico che non ha “tradito il suo passato cannibale”); Isabella Santacroce – che, tra l’altro, non faceva nemmeno parte dell’antologia Gioventù cannibale: come fa a “tradire”, se neanche ne faceva parte? – ha continuato a scrivere romanzi pieni di violenza, incesto, droga, sadismo, mutilazioni, sesso estremo, nichilismo, molto più efferati di quelli che scriveva negli anni novanta (si è integrata?), Tiziano Scarpa – nemmeno lui faceva parte dell’antologia Gioventù cannibale – ha scritto libri inclassificabili, addirittura in lingue inventate (si è integrato?). Ma l’autrice di questo sbrigativo giudizio ha letto o no tutti i libri degli autori di cui parla, prima di fare bilanci sui percorsi di questi autori?

  2. giuliacupani ha detto:

    Personalmente, Perplesso, mi sento di difendere la mia tesi: la letteratura cannibale, così come era stata concepita e così come era nata, in Italia non esiste più perché i suoi autori hanno, in sostanza, deciso di ritornare a una maggiore canonicità, integrandosi. Viene da chiedersi piuttosto se la letteratura cannibale sia mai esistita, al di là dell’antologia, e se la risposta è no magari interrogarsi sul perché, ma questo ci porterebbe piuttosto lontano.

    Quanto alla tua critica: ammetto di non aver letto l’opera omnia di Isabella Santacroce e dunque di non poter commentare le sue ultime evoluzioni come autrice (ho letto un solo suo romanzo e devo dire che mi è ampiamente bastato). Forse, te lo concedo, ho sbagliato a citarla ma, nell’articolo, parlavo di lei come dell’emblema dell’autrice “trasformatasi negli anni in una vera e propria icona televisiva trash”, dato di fatto questo che mi sembra abbastanza incontrovertibile (il materiale non manca, ad esempio: http://www.youtube.com/watch?v=ulc0VbRnURI). Mi riferivo, insomma, più alla sua evoluzione in quando “personaggio” che in quanto scrittrice, ma credo che nel suo caso specifico il personaggio ormai abbia subissato tutto il resto. La sua integrazione è di specie diversa, ma in qualche modo a me continua a sembrare tale.
    A proposito di Scarpa ti invito a paragonare “Occhi sulla graticola” con “Stabat mater”, cosa che mi sembra sufficiente per mettere in luce l’evoluzione della scrittura e dello scrittore. Non c’è nulla di male a scrivere un romanzo come “Stabat mater”, il mio non è un giudizio di valore sull’opera: semplicemente, mi sembra chiaro che da un certo tipo di premesse – quelle dello Scarpa anni ’90 – si sia passati a un interesse e ad obiettivi radicalmente diversi e, concedimelo, improntati a maggior “integrazione”.
    Su Aldo Nove, condivido la tua analisi sulle sue ultime opere, e mi rendo conto di essermi probabilmente spiegata male. Diciamo che, tra i nomi citati, Nove continua ad apparirmi come il più compiutamente scrittore, l’unico in grado di esprimere una produzione di alto livello e di evolvere la sua estetica negli anni esplorando ambienti diversi senza però cedere alla tentazione di mettersi a produrre libri-fotocopia, così come – purtroppo – è successo ad Ammaniti. Su quest’ultimo, credo che le opere parlino veramente da sole: Branchie sarà pure un romanzo di formazione, ma è lontano mille miglia da Io e te. Confrontandoli, credo sia piuttosto evidente quello che intendevo quando parlavo dell’evoluzione dall’apocalisse all’integrazione.
    Poi, Ammaniti ha di certo molto più successo ora che con i suoi racconti e romanzi degli anni ’90, e anche in questo caso non voglio formulare giudizi estetici assoluti (anche se, lo ammetto, dopo Io e te dubito che leggerò il prossimo romanzo di Ammaniti. E, sì, anche se non lo farò mi sentirò comunque in diritto di esprimere un parere sull’autore, fondandolo su ciò che ho letto finora, e ammettendo l’eventualità di sbagliare.) ma semplicemente segnalare una tendenza, di cui lui mi sembra un caso paradigmatico. Tutto qui.

    • ancora più perplesso ha detto:

      La tua risposta mi soddisfa ampiamente. Dimostra che per tua stessa ammissione non conosci la maggior parte dei libri degli autori di cui parli: ne prendi un paio, fai un confronto fra uno e l’altro, tutto qui.
      Non hai letto praticamente nulla di Isabela Santacroce, ma la giudichi dalle sue presenze televisive. No comment.
      Poi non sei informata sul successo di Ammaniti, che dilaga proprio negli anni Novanta, con “Ti prendo e ti porto via”. Ma anche lo stesso Fango ebbe un ottimo riscontro. Non vedo in che senso i suoi romanzi successivi siano “libri fotocopia”. “Come dio comanda”, scuro, duro, abrasivo, è completamente diverso dal fantasmagorico “Che la festa cominci”. E perfino “Io non ho paura” e “Io e te”, che apparentemente potrebbero sembrare affini, hanno in comune solo elementi esteriori, ossia due protagonisti ragazzini. Ma uno racconta la scoperta del male di un ragazzino che a poco a poco si rende conto che tutti gli adulti sono marci, a cominciare dai suoi genitori; mentre l’altro è completamente diverso, racconta la capacità di inventarsi un mondo separato, una fantasia di difesa (la settimana bianca trascorsa in cantina), un rifugio protettivo, che diventa l’unico luogo in cui vanno a finire i più deboli, gli esclusi dal mondo “normale” che funziona, e lì possono incontrarsi (il ragazzino sociopatico e la cugina drogata). Solo uno sguardo frettoloso può non cogliere le differenze profonde fra i libri che ha scritto Ammaniti e definirli “fotocopie”. Poi, possono anche non piacere, ma questo è un altro discorso, e vale per qualunque scrittore al mondo, anche quelli considerati grandissimi. Grazie al cielo, siamo liberi di avere gusti indipendenti.
      Tu stessa dici che Ammaniti ha cambiato estetica. Insomma, se uno cambia, non va bene perché non è più “cannibale”, se non cambia, non va bene lo stesso, perché fa “fotocopie”. Mah. Che cosa avrebbe dovuto fare, Ammaniti? Continuare a scrivere per sempre i racconti fotocopie dei racconti di Fango? E in che senso, tutto ciò che è diverso dall’estetica “cannibale” sarebbe equivalente a “integrazione”? Mi sembra una premessa gratuita.
      D’accordo con te su Nove, è un autore di grande valore e molto poliedrico, che non si accontenta dei risultati acquisiti. Bisogna vedere però che cosa intendi tu quando dici “compiutamente scrittore”: che cosa significa, “compiutamente scrittore”? Scrivere tanti generi diversi? Essere originali? Essere fedeli a se stessi nel corso degli anni? Non cambiare le proprie premesse? Cambiarle a ogni libro che si pubblica? Saper dar forma a un romanzo? Se per esempio la prendiamo dal punto di vista della capacità di scrivere un romanzo, senz’altro Ammaniti è molto più “compiutamente scrittore” di Aldo Nove, che non ha, finora, saputo scrivere un romanzo compiuto. Se invece la vediamo dal punto di vista dell’esplorazione di forme diverse, Aldo Nove è senz’altro molto più “compiutamente scrittore” di Ammaniti. Tutto dipende dal tipo di “scrittore” che ognuno va cercando, che vai cercando tu, in questo caso.
      Scarpa vedo che non lo conosci proprio, ti basi su due libri scritti a quindici anni di distanza uno dall’altro: moltissimi autori al mondo, se confronti libri scritti a distanza di 15 anni, risulteranno essersi evoluti (e per fortuna!). Kamikaze d’Occidente, Batticuore fuorilegge, Groppi d’amore nella scuraglia, Corpo, Le cose fondamentali e molte altre opere scritte negli anni Duemila coincidono ben poco con la tua curiosa idea di “integrazione”. Ma, certo, a te basta fare un confronto fra due libri, ti accontenti di questo. Ma anche così, lo stesso Stabat Mater, in che senso sarebbe integrato? E’ un romanzo storico fuori dalle regole, presenta situazioni sgradevoli e scabrose, in cui qualcuno, se fai un giro in rete, ha persino riconosciuto elementi “cannibali”, e con una protagonista intransigente, cupa, angosciata, il cui carattere e il cui stile non fanno nulla per rendersi simpatici i lettori. L’integrazione ce la vedi tu.
      Ma al di là dei singoli autori, quel che ti contesto, in generale, è che tutto quel che esula dall’estetica “cannibale” per questi autori equivalga a “integrazione”. E’ un vecchio schema moralistico che imputa agli artisti parabole che vanno verso il conformismo: la solita accusa “da giovani, incendiari; da vecchi, pompieri”. E’ veramente deludente, come atteggiamento critico. E’ semplicistico, è cieco. E, peggio, è moralistico.
      I bilanci generali si fanno informandosi, leggendo, basandosi sulla conoscenza di molte opere. Altrimenti non sono bilanci generali. Sono opinioni basate su tre o quattro letture. Ma siccome questo tuo intervento si presentava dichiaratamente come un bilancio generale, prima di scriverlo bisognava avere l’umiltà di conoscere meglio gli autori di cui si pretende di giudicare l’intero percorso.

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