Disegnare il vento – Ernesto Ferrero

di Alberto Bullado.

Disegnare il vento di Ernesto Ferrero è il racconto di una tragedia, come tragica è la natura dell’uomo, dei suoi eroi e di coloro che subiscono il fardello di doverli creare. Si tratta di una strana ed avvincente biografia sulla persona di Emilio Salgari (1862-1911), il «padre degli eroi», il “capitano” – nominato cavaliere niente popò di meno che dalla Regina Margherita – e sulla sua bizzarra e triste vicenda personale. Fabbrica di sogni e millantatore, tanto da finire prigioniero delle proprie menzogne (scrisse di continenti e mondi mai visti ma solo fantasticati, contrariamente a quanto amava sbandierare ai quattro venti), ardimentoso sportivo ma furioso sedentario, avventuriero dell’immaginazione e topo di biblioteca. Un coagulo di contraddizioni, di esperienze mancate, su tutte la carriera in marina, e di sogni mai vissuti ma che ha saputo far rivivere nel cuore di migliaia e migliaia di lettori. Un uomo di bassa statura, pelato, baffuto, mezzo cieco, avvinazzato, tormentato da un male interiore, invisibile, debilitante, ed in seguito fatale. Ma anche un padre affettuoso e stravagante, solito riprodurre in giardino strane mascherate e battaglie con i propri figli, come quelle descritte nei suoi romanzi. E nello stesso tempo un’ombra paranoica e schiavizzata dai contratti editoriali, avvinghiata morbosamente ai propri appunti e ai falsi prontuari di viaggi, ricchi di resoconti curiosi e colorati, spulciati a sua volta dai libri, oltre che al suo inseparabile scrittorio[1]. Un “forzato della penna” circondato di esotici cimeli ammucchiati qua e là, tesori di mondi lontani e mementi di passioni sfrenate. Lui, il padre della letteratura popolare d’avventura e di fantascienza, che con la sua spropositata produzione romanzesca[2] ha formato e dilettato generazioni di giovani lettori[3]. Un personaggio incredibile ed appassionante, narrato in un libro sicuramente piacevole e ben scritto ma soprattutto prezioso per il ritratto che custodisce e per la lezione umana e poetica che implicitamente impartisce.

Il romanzo si apre con il macabro ritrovamento del cadavere dello scrittore e la descrizione cruenta di quel suo raccapricciante suicidio, degno di un eroe antico e che tanto ricorda un’altra e ben più eclatante immolazione, quella dello scrittore Yukio Mishima. E poi prosegue raccontando tutto il resto: quell’unico e disgraziato viaggio per mare, che non ebbe alcun seguito; la realtà domestica, ai limiti della povertà; l’avversione dello scrittore verso i simboli del progresso e della modernità alle porte (il cinematografo, la macchina, la fabbrica, l’Esposizione Universale[4]); la feroce ed indifferente speculazione degli editori alle spalle dello straripante estro narrativo dell’ardimentoso romanziere[5], pagato una miseria a fronte dell’enorme successo dei suoi libri, sfornati uno dopo l’altro come nella fucina di un artigiano pazzo[6]; l’incontro con la moglie, ex attrice, da cui nasce un amore sincero ed un matrimonio fiorente, un legame che viene meno quando questa, in preda alla pazzia, viene rinchiusa in manicomio (di qui in poi a prevalere sarà il dolore, la disperazione e la vergogna, che lo porteranno all’estremo gesto). E ancora i dialoghi evocativi con l’amica Angiolina, come vedremo una delle fondamentali voce narranti di questa storia; le lettere segrete della moglie indirizzate a facoltosi ammiratori del marito, al fine di racimolare qualche elemosina; il sanguigno duello contro il giornalista Biasioli, reo di aver osato uccellare il brevetto di capitano del creatore di mille avventure; l’onore di ricevere la massima onorificenza dalla Regina Margherita, quella medaglia che il padre di Sandokan appunta orgogliosamente sulla giacchetta nelle occasioni speciali; l’antipatia per il lacrimevole De Amicis; la nausea ostentata dal padre degli eroi verso quel Vitello d’Oro chiamato denaro, «Dio del Commercio», dietro il quale un’intera e nuova società spasima disumanamente; e poi l’inaspettato suicidio di Augusto Franzoj, avventuriero, esploratore ed agitatore mazziniano, che Salgari aveva così tanto ammirato. Quel suicidio che avrebbe anticipato di qualche giorno la dipartita dello scrittore, protagonista indiscusso del romanzo.

I capitoli si alternano quindi tra malinconia e pietà, spirito di rivincita e infiammabile fantasia, il tutto all’insegna della dismisura, filo conduttore, nel bene e nel male, della travolgente personalità di Emilio Salgari. A tal fine l’autore rinuncia spesso alla sua voce narrante, lasciando la parola ai figli Omar, Fathima, Nadir (nomi pescati dai romanzi del padre o dalle favole provenienti da altri mondi), oltre che alla moglie Ida, ribattezzata Aida, al giornalista Antonio Casulli, uno dei tanti fervidi ammiratori che decide di andare a trovare il proprio eroe, al dottor Arminio Heer, che ha in cura la moglie del capitano, alla casalinga Adelina Binello, ma soprattutto ad Angiolina, soprannominata Superina, giovane ragazza che si avvicinerà allo scrittore tanto da capire l’origine del suo male e scoprire i suoi più intimi segreti. Quella stessa Angiolina con la quale lo scrittore è solito passeggiare per riposare la mente e confidare le proprie inquietudini, tanto da renderla partecipe della depressione che lo rode oltre che dei suoi stessi romanzi, quando, quasi completamente inabile nello scrivere, Salgari la adotta come mano per poter completare le proprie fantastiche avventure. Quindi un mosaico variopinto di testimonianze che l’autore orchestra con sapienza alchemica, ora prendendo spunto da documenti autentici, ora affidandosi alla propria penna, raffinata e mai eccessiva, una lingua ben calibrata, sciolta, capace, sia nei dialoghi che nella narrazione, di garantire una perfetta verosimiglianza nel ricreare quel mondo, quel tempo e quel concentrato di emozioni, studiata e cucita attorno ai personaggi, tra colorite espressioni dialettali («’Na becarìa, peggio di quando i copa el porsél in te la corte») e ricercati esotismi ricchi di colori e profumi.

Ma la tragedia messa in piedi da Ferrero possiede una poesia più umana che letteraria. Isiste nel restituire ritratti vividi e pulsanti, oltre che aneddoti esemplari, squarci di vita vissuta ricchi di pathos e forti sensazioni che tentano, e riescono, di tratteggiare un ritratto, quello del compianto Emilio Salgari, esauriente e folgorante, terribilmente vitale, anche se mortifero, e per questa ragione umanamente affascinante. Ferrero ha quindi il merito di trasferire, all’interno di un bellissimo romanzo, la rappresentazione di un uomo che la nostra letteratura dovrebbe riscoprire non solo attraverso i romanzi, o i retroscena legati alle sue esotiche e prelibate fole, ma anche per mezzo della sua ombra, proiettata segretamente nelle sue stesse pagine[7]. Quel lugubre afflato che accompagna le ultime narrazioni e che ritraggono un capitano Salgari inquieto e cupo, che lascia intravedere l’intenzione di volersi vendicare contro i suoi stessi personaggi[8], quasi volendosi disfare di quella stessa fantasia, magmatica e maniacale che definisce come una «disgrazia»[9], e che l’aveva reso una vittima più che un vincitore. Del resto la morte in questa sorta di romanzo biografico, o biografia romanzata, aleggia pagina dopo pagina. La si prefigura alla stregua di un epico vaticinio, ora in suggestioni sottili, ora in sprazzi violenti ed espliciti. Un suicidio che sembra covato da un’inquietudine che a mano a mano cresce e che prende vita in una tragedia umana autentica e struggente che la nostra letteratura dovrebbe interiorizzare e commemorare molto più di quanto non sia stato fatto finora.
Il libro di Ferrero ci vuole quindi suggerire che una delle chiavi di lettura imprescindibili dell’intera opera del padre degli eroi, è stata la sua stessa vita, anzi, il suo stesso sangue, prima ribollente di orgoglio e fantasia, poi vessato dalle tirannie speculative e dalla crudeltà del fato, ed infine sprezzantemente versato, in nome di un eroico ma rassegnato sacrificio. Una morte violenta, quella del capitano. Una violenza che non sta tanto nell’efferatezza del gesto, quanto più nella veemenza del suo messaggio[10]: uno sputo in faccia a quel mondo al quale aveva donato un Altrove e che aveva tradito per un avvenire che non sarebbe mai potuto essere suo.

Infine due parole sull’autore di Disegnare il vento, Ernesto Ferrero, finalista del Campiello 2011 assieme a Giuseppe Lupo, L’ultima sposa di Palmira (Marsilio), 8 voti, Maria Pia Ammirati, Se tu fossi qui (Cairo Editore), 7 voti, Federica Manzon, Di fama e di sventura (Mondadori), 6 voti e Andrea Molesini, Non tutti i bastardi sono di Vienna(Sellerio), 6 voti. Abbiamo a che fare con una “testa di serie”: critico letterario, traduttore, un passato dentro Einaudi, ex direttore editoriale Garzanti, ex direttore letterario Mondadori, Direttore del Salone del Libro di Torino e Premio Strega nel 2000 con N. Quindi un autore che conosce le regole del gioco e che possiede i ferri del mestiere, dentro e fuori la letteratura. Nulla di scandaloso reputarlo il favorito per questa edizione del Campiello (è stato il più votato nella composizione dei cinque finalisti, 9 voti). Nulla di strano se a spuntarla sarà proprio il suo romanzo, Disegnare il vento. Un libro che vive grazie alla morte lontana ed obliata di un altro grande autore, il quale, alla fine della fiera, prefigurerebbe come il vero vincitore morale della kermesse, che guarda caso giunge a cento anni dalla sua morte (che coincide con il 25 aprile) e che cade nell’anno del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Coincidenze forse mai così opportune.


Conaltrimezzi ha deciso di recensire i 5 finalisti del premio Campiello 2011:

Ernesto Ferrero, Disegnare il vento (Einaudi), 9 voti
Giuseppe Lupo, L’ultima sposa di Palmira (Marsilio), 8 voti
Maria Pia Ammirati, Se tu fossi qui (Cairo Editore), 7 voti
Federica Manzon, Di fama e di sventura (Mondadori), 6 voti
Andrea Molesini, Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio), 6 voti


[1] «Come una falena, non sa allontanarsi dal cono di luce che la lampada da lavoro proietta sul tavolino. Da lì si staccherà solo per andare a morire».

[2] Più di 200 opere considerando anche i singoli racconti ed escludendo i numerosi falsi che spuntarono come funghi in seguito alla sua morte.

[3] Tra i suoi fan vale la pena ricordare anche un giovane Che Guevara, che divorò decine e decine di romanzi dello scrittore veronese.

[4] « (…) il cinema non ha inventato niente. Uno che legge i miei romanzi si può risparmiare i soldi del cinema», «No voio pì sentir parlar de ‘sta troiàda de Esposisiòn. Che i se la tegna», «Malgrado la vastità del capannone (parlavano di 250 operai), tutto puzzava di chiuso. Di prigione. (…) Era quella la modernità? Un reclusorio universale? L’aria sapeva di grasso, di metallo riscaldato. (…) I moderni dannati sarebbero rimasti lì dieci ore. (…) La catena di montaggio era il destino che attendeva gli uomini del nuovo secolo».

[5] Il suo contratto prevedeva la stesura di tre romanzi l’anno.

[6] «La professione dello scrittore dovrebbe essere piena di soddisfazioni morali e materiali. Io invece sono inchiodato al mio tavolo per molte ore al giorno ed alcune delle notte, e quando riposo sono in biblioteca per documentarmi. Debbo scrivere a tutto vapore cartelle su cartelle, e subito spedire agli editori, senza aver avuto il tempo di rileggere e correggere».

[7] Agiolina: «Vado avanti a leggere i suoi ultimi romanzi e mi spavento dell’aria che ci trovo. Una voglia di catastrofe, la gioia cupa del disastro. (…) Ci sento il piacere acre di descrivere i fallimenti finali degli uomini, le loro folli imprese, la loro attitudine ridicola e perversa di credersi superiori, il correre verso il baratro senza saperlo».

[8] «Ci sono giorni che odio Sandokan, Yanez, Tremal-Naik, il Corsaro Nero proprio perché continueranno a vivere senza di me. Io non posso più farli morire, neanche se voglio. (…) Ma io mi sono vendicato. Li ho fatti invecchiare: Yanez, anche Sandokan. I cinquanta e sessanta sono arrivati anche per loro. Sono rosicchiati dalla malinconia. Ingrassano assieme ai tigrotti».

[9] «Come prendere la febbre gialla! La malaria! È una malattia da cui non si guarisce. Non c’è rimedio. Ti svuota, ti asciuga dentro. Come un parassita».

[10] «A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna».

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