Il Dr. Morte e i cadaveri di plastica (Prima Parte 1/2)

di Alberto Bullado.

In parte ne abbiamo già parlato, cercando di ricostruire un ponte ideologico che riuscisse a collegare la cultura della visibilità e dell’immagine del corpo, esasperata e viralizzata dai media, con una delle forme d’arte più estreme e controverse. Il meccanismo è semplice: l’esibizione implica l’esposizione, anche se “a qualsiasi costo”. Visibilità e celebrità vengono così a coincidere: «mi vedi, quindi sono». Perciò la ricerca della celebrità implica quella della visibilità: «mostro quindi valgo». In ogni caso, apparire. In termini iconografici la nostra è un’età che mira allo svelamento di sé, anche se non del . Un mettersi in mostra che prescinde dai contenuti. Ecco perché alle volte il corpo è ritenuto ed interpretato come involucro, o come un mezzo per la consacrazione, a costo di scendere a patti con qualsiasi genere di compromesso: persino la modificazione chirurgica. Ma qui non si tratta di violare il tabù della propria carne in un’iperbole in grado di oltrepassare persino la nudità o la pornografia, che giunge sistematicamente all’anatomia, alla scarnificazione, alla dissezione, e quindi alla realtà biologica di un corpo senza nome e identità. Qui si tratta di infrangere il veto del tempo, che rappresenta di certo un limite più difficile da violare. Poiché quando giunge la morte è la fine dei giochi. E invece no. È proprio questo il punto. Ed è qui che interviene il Dr. Morte.

Quando muori sostituiscono i liquidi che compongono il tuo corpo con polimeri di silicone. Si chiama processo di plastinazione (vedi video). Gunther Von Hagens, il Dottor Morte, dice che «plastinizzare un cadavere significa secolarizzare la propria sepoltura e attenuare l’angoscia di perdere la vita, attraverso la possibilità di estendere la propria esistenza fisica dopo la morte». Questo secondo un imperativo antropologico. Ma Von Hagens forse ignora deliberatamente una cosa: il fatto artistico e l’esibizione del corpo. Ancora una volta riaffiora la cultura della visibilità e dell’esposizione. Poiché della tua salma plastinizzata ne faranno una bambola, esposta in musei e ritratta nei cataloghi. Rimane da capire quali sono le intenzioni del Dr. Morte.

Gunther Von Hagens, classe ’45, nasce nella Germania dell’Est. Conia la categoria “Anatomia Estetica”, una dicitura che tradisce, ancora una volta, un’ingenuità calcolata. «Le mie creazioni sono dirette ai profani. Io lavoro per loro, non per gli esperti. Ecco perché le mie definizioni sono destinate alla concezione che i non addetti ai lavori hanno dell’estetica, per i quali “estetico” significa qualcosa di bello, di piacevole. Estetico come opposto al brutto». E a ben vedere i cadaveri di plastica di Von Hagens non sono brutti. Scuoiati, sgrassati, puliti, appaiono come dei perfetti manichini. Solo che sono veri. Secondo Von Hagens questi cadaveri, tramite la plastinazione, acquisiscono “carisma”. Vale a dire lo statuto di opera d’arte. Probabilmente è questo uno degli snodi fondamentali: l’implicita consacrazione dell’apparire che avviene attraverso una discutibile attribuzione di carattere astratto. Ma siamo sicuri che nel caso dei cadaveri di Von Hagens si possa indifferentemente parlare di arte e non di qualcos’altro?

Vale sicuramente la pena sottolineare il fatto che nemmeno il Dr. Von Hagens, istrionico scienziato, non è indifferente all’uso della propria immagine e, soprattutto, del proprio lavoro. Dice di sé: «Sono un inventore e uno scienziato con un interesse per l’arte», ma il Dr. Morte è innanzitutto un anatomopatologo e un professore di anatomia con una strana convinzione: «Un buon insegnante di anatomia è anche un attore, uno showman». Difatti il Dr. Von Hagens sale per la prima volta alla ribalta della cronaca per aver eseguito un’autopsia in diretta tv. Poi il colpo di genio: la plastinazione. Lady Gaga reclama i cadaveri polimerizzati per le sue mirabolanti esibizioni. Girano una scena di 007 Casinò Royale all’interno di una di queste mostre. Viene proposto a Micheal Jackson di finire nell’atelier del Dr. Morte una volta passato a miglior vita (un Micheal Jackson ancora integro che, evidentemente, non lo si credeva sufficientemente plastinizzato). I cadaveri di plastica di Von Hagens fanno così il giro del mondo. Esposti tra le pose più disparate: ritratti a guisa di celebri opere d’arte o intenti a copulare tra di loro. Corpi interi o singole membra, oppure organi umani solisti, o ancora donne gravide sezionate, feti compresi. Risultato? Media e stampa come un’isterica nemesi di tam tam, polemiche e scandali. 33 milioni di visitatori. 13.000 donazioni registrate e 3.600 in lista d’attesa. Cifra che in certi periodi è cresciuta in media di 5 al giorno. 

Stiamo quindi parlando di un fenomeno senza precedenti. Visiti la mostra. In conclusione ti porgono i moduli per la donazione. Il visitatore è chiamato a partecipare in prima persona: morire e diventare opera d’arte. “Mostrati e varrai”, farai parte di tutto ciò che hai visto e condiviso. Così come gli altri prima di te, ed altri ancora dopo di te, quasi trattandosi di un macabro rito collettivo. Lo stesso visitatore chiamato ad estendersi oltre il tempo che non sarà più suo e che nel frattempo ha scattato foto ricordo assieme ad esseri della propria specie morti. Una sorta di implicita “foto famiglia”. Non è forse questo un inedito connubio tra cultura della visibilità e Vanitas, esposizione estrema e filosofia Memento mori? Naturalmente questo è solo uno dei possibili interrogativi, sui quali spicca sicuramente la questione morale: “è giusto e legittimo tutto questo?” Oppure il discrimine estetico: “è davvero “bello” tutto ciò?” O ancora: “dobbiamo seriamente considerare i patinati obitori di Von Hagens come prelibati atelier d’arte?” a quest’ultimo quesito si potrebbe rispondere in questo modo: se l’arte è pura avanguardia, il Dr. Morte è un artista. Se invece l’arte è anche sostanza, un becchino. E, forse, come vedremo, un grande figlio di puttana.


>>>CONTINUA QUI.

P.S. Gunther Von Hagens esporrà per la prima volta in Italia dal 14 settembre al 12 febbraio a Roma, Officine Farneto.

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Comments
4 Responses to “Il Dr. Morte e i cadaveri di plastica (Prima Parte 1/2)”
  1. Bruno Di Maio ha detto:

    sono d’accordo. Un osceno becchino e un gran figlio di …che lucra vergognosamente sulla morte.
    Vorrei suggerire a chi è davvero interessato allo studio anatomico quel meraviglioso luogo che è il museo di ceroplastica della Specola di Firenze, dove l’arte si associa davvero allo studio dell’anatomia

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