Vintage, design e “Nostalgia Canaglia”: CAM meets JoeVelluto

VINTAGE, DESIGN E “NOSTALGIA CANAGLIA”: CAM MEETS JOEVELLUTO
Scambio di idee con JoeVelluto a proposito di concetto di tempo, spirito vintage e design
ANTEPRIMA PADOVA VINTAGE FESTIVAL
a cura di Alberto Bullado.


Ho difficoltà ad introdurre Andrea Maragno, co-fondatore di JoeVelluto, studio di design e comunicazione, laboratorio artistico e teorico, agent provocateur ed instancabile gruppo di lavoro. Ci provo: esposto alla Biennale di Venezia, padiglione Veneto, Villa Contarini; mostra personale alla Triennale di Milano, Funcooldesign, curata da Oliviero Toscani; Menzione d’Onore dalla giuria internazionale del XXII Premio Compasso d’Oro per CoincasaDesign; ideatore della mostra/manifesto UseLess is More, in riferimento alla teorizzazione dell’Adesign; curatore di diversi allestimenti e istallazioni; docente presso diverse università e istituti italiani; collaboratore con varie realtà editoriali; segnalato in molte pubblicazioni di settore con alle spalle molte mostre ed esposizioni; coordinatore artistico di numerose aziende. Tanta roba, uno sbattimento completare l’intera biografia. E poi si tratta di un amico, una persona alla mano ma affilata e dannatamente cerebrale, con la quale commerciare preziose disamine ed intuizioni a proposito di quel circo di nome “creatività” (design, arte contemporanea, comunicazione, marketing…). Per il resto vale la pena sottolineare che dietro a JoeVelluto, oltre che un lavoro estremamente sofferto, si rintraccia una critica radicale al mondo del design ed alle sue logiche, un’approfondita ricerca di senso, un autentico coinvolgimento emotivo e tanto sano sarcasmo (“ironia” è un termine oramai troppo fashion e che in questo caso sta troppo stretto). Per capire cosa intendo dire basta date un’occhiata ai lavori partoriti da questo studio. Il Padova Vintage Festival ha deciso di dedicare uno dei suoi workshop ad un gustoso faccia a faccia, denominato Il diavolo e l’acqua santa, tra JoeVelluto e Paolo Favaretto, come si legge nel sito, “due realtà del Design in forte contrapposizione: la prima, più solidificata nel tempo, basata su ergonomia, funzionalità, rapporto con utente finale, e, dall’altra, il Design del XXI secolo, provocatorio, emozionale, irriverente, artistico”. Conaltrimezzi, tra i media partners dell’evento, ha pensato che fosse una buona occasione per interpellare una delle menti di JoeVelluto e di scambiare qualche idea a proposito di design, che probabilmente è quel pizzico di arte che serve alla vita, di nostalgia, che forse è l’unico sentimento umano che basta a se stesso, del concetto di tempo, che si può identificare in quello spazio di vita che separa la speranza dal rimpianto, di spirito vintage, che è il fascino del tramonto o forse il crepuscolo di una (nuova?) moda, di poetiche intellettualate come queste, e di Al Bano e Romina Power (che a noi nostalgici piacciono tanto). Per il resto ci si vede il 10 settembre, Padova Vintage Festival, Centro Culturale San Gaetano.


La nostra idea è che la nostalgia sia un’arma a doppio taglio, soprattutto per quanto concerne l’arte e la cultura. Da una parte c’è l’idolatria, la malinconia ed il rimpianto, dall’altra il riciclo ed il citazionismo compulsivo. L’impressione è che vi sia un confine fin troppo labile tra queste due anime del postmoderno, o sbaglio? O forse che in tempi come questi, di eccessiva saturazione creativa, la nostalgia è semplicemente un lussuoso passatempo?

La nostalgia è “dolore del ritorno”, o in alcuni casi del non-ritorno. Un non ritorno che diventa ricordo quindi, e che si trasforma in una malinconia del pensiero.
La mia visione legata a quello che faccio con JoeVelluto (JVLT)  e quindi all’arte (o arte applicata) è probabilmente più vicina ad un racconto di Calvino, L’avventura di un fotografo. Antonino Paraggi, il fotografo protagonista della novella, dopo la richiesta da parte di 2 amiche di essere fotografate mentre giocano tra le onde del mare, inizia a riflettere sull’inconsistenza della modaiola, all’epoca, “istantanea”: «Cosa vi spinge, ragazze, a prelevare dalla mobile continuità della vostra giornata queste fette temporali dello spessore d’un secondo? Lanciandovi il pallone vivete nel presente, ma appena la scansione dei fotogrammi si insinua tra i vostri gesti non è più il piacere del gioco a muovervi ma quello di rivedervi nel futuro, di ritrovarvi tra vent’anni su di un cartoncino ingiallito (sentimentalmente ingiallito, anche se i processi di fissaggio moderni lo preserveranno inalterato). Il gusto della foto spontanea naturale colta dal vivo uccide la spontaneità, allontana il presente. La realtà fotografata assume subito un carattere nostalgico, di gioia sfuggita sull’ala del tempo, un carattere commemorativo, anche se è una foto dell’altro ieri. E la vita che vivete per fotografarla è già in partenza commemorazione di se stessa. Credere più vera l’istantanea che il ritratto in posa è un pregiudizio…». 
Antonino giunge quindi alla conclusione che «occorreva ritornare ai personaggi in posa, in atteggiamenti rappresentativi della loro situazione sociale e del loro carattere, come nell’Ottocento. La sua polemica antifotografica poteva essere condotta solo dall’interno della scatola nera, contrapponendo fotografia a fotografia». 
Antonino dunque decide di fare un ritratto in posa a Bice, una delle amiche delle onde del mare, e ovviamente “scatta” un’ulteriore riflessione: «Però ancora non si sentiva su terreno sicuro: non stava per caso cercando di fotografare  dei ricordi, anzi, dei vaghi echi di ricordo affioranti dalla memoria? Il suo rifiuto di vivere il presente come ricordo futuro, al modo dei fotografi della domenica, non lo portava a tentare un’operazione altrettanto irreale, cioè dare un corpo al ricordo per sostituirlo al presente davanti ai suoi occhi?». 
La nostalgia vive già nel presente e chi si sente creativo (dall’artista a chi posta delle banali foto nell’album “xxxx” di Facebook) tenta di fare storia e quindi creare ricordo in relazione al futuro, ignorando però che non esiste più il passato di una volta.
Il problema è capire se ha senso essere nostalgici per una storia che molto spesso non si crea, provare malinconia per la vita passata, che non tornerà più e che non lascerà alcun ricordo da nessuna parte. 
E qui dispenso consigli. I consigli sono una delle cose che sanno più di tutto di nostalgia: opinioni vintage, rimesse a nuovo.
Ma per concludere questa risposta non posso non citare Al Bano e Romina: «R: Ma che cos’è quel nodo in gola che mi assale che cos’è. Sei qui con me 
e questa assurda solitudine perché? AB: Ma che cos’è 
se per gli aironi il volo è sempre libertà. Perché per noi 
invece c’è qualcosa dentro che non va? INSIEME: Nostalgia, nostalgia canaglia 
che ti prende proprio quando non vuoi. 
Ti ritrovi con un cuore di paglia 
e un incendio che non spegni mai. Nostalgia, nostalgia canaglia, 
di una strada, di un amico, di un bar 
di un paese che sogna e che sbaglia 
ma se chiedi poi tutto ti dà. R: Chissà perché 
si gira il mondo per capire un po’ di più. AB: Sempre di più
tu vai lontano e perdi un po’ di ciò che sei (…) Chissà perché si gira il mondo per capire un po’ di più, sempre di più tu vai lontano e perdi un po’ di ciò che sei» [Nostalgia Canaglia, n.d.a]. Consiglierei, per restare in tema, a molti “creativi” di viaggiare più spesso.


In un
nostro precedente intervento sul tema, si deduce un facile sillogismo: tutto ciò che è moderno è vintage. Cioè qualsiasi prodotto della modernità, in una società come la nostra, votata all’accelerazione consumistica, può diventare antiquariato, basta pensare a certi oggetti legati alla tecnologia, dagli stereo ai walkman, dalla fotografia ai primi videogames, che sono entrati già a pieno titolo nella nostra memoria. Forse siamo giunti al punto di manifestare una sorta di automatismo per certi versi virale e cioè il fatto di ripiegarci sistematicamente su noi stessi con uno sguardo perennemente rievocativo, sui nostri simboli e sul nostro passato, anche non troppo lontano. Parlo soprattutto per quanto riguarda il mondo della cultura e dell’arte. Secondo te quanto alla lunga possiamo permetterci questo atteggiamento?

Andy Warhol diceva: «Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti». Mai come ora questa citazione può essere più vera. Ringraziamo, ironicamente, i social network e  i portali di “cultura” che pubblicano qualsiasi porcheria, aggiornandosi ogni 15 minuti appunto.
“Quanto alla lunga possiamo permetterci questo atteggiamento?”: spero ancora per 15 minuti al massimo.



Il mondo del design sembra essere stato tra i primi a convertirsi alla moda del vintage, tra rivisitazioni, rievocazioni e culto feticista. Ma è proprio vero, come qualcuno dice, che tutto è già stato fatto e a noi contemporanei non rimane altro che “divertirci” a ricordare o a giocare con il nostro passato?

Assolutamente no. Chi davvero vuole fare cultura deve inventare, non scoprire, però sempre più spesso il designer, anche quello più famoso “rispolvera”. Molto utili a questo fine sono i mercatini dell’antiquariato, cosiddetti “vintage”. 


La moda del vintage è diventato oramai un fenomeno di massa, non occorre snocciolare esempi che sono alla portata di tutti. Come te lo spieghi questo successo? Culto materialistico fine a se stesso, collezionismo o la manifestazione di qualcosa di più profondo come potrebbe essere la maturazione di un nuovo rapporto tra consumatore e prodotto che prevede maggiore consapevolezza e nel contempo una maggiore ostentazione identitaria di se stessi e di ciò che vorrebbero testimoniare certi oggetti?

Credo si tratti solo di moda. Molti oggetti di design sono nella storia ancora prima di questo fenomeno del “vintage”. È una questione di cultura: certe cose o le conosci, perché fanno parte della tua curiosità, oppure le conosci per osmosi perché vanno di moda. È curioso che il “Vintage Festival” sia organizzato da persone che sfiorano anagraficamente il concetto di “vintage” (poco più che ventenni).
 L’ostentazione identitaria credo avvenga al contrario: non “sono e quindi compro”, ma  «I shop therefore I am» citando Barbara Kruger. 


In qualità di “giovane navigato”, di cosa hai più nostalgia dopo tutti questi anni di collaborazioni ed esperienze?

Ho la nostalgia di diventare vecchio. Così ho la giustificazione per brontolare.


Sabato 10 settembre sei stato invitato dal Padova Vintage Festival in una sorta di faccia a faccia (
Il Diavolo e l’Acqua Santa) con Paolo Favaretto, rappresentante di una certa idea di design tradizionale, mentre il tuo studio viene comunemente associato ad un approccio certamente più provocatorio e dissacrante. Puoi dirci qualcosa in proposito? Cosa dobbiamo aspettarci?

Credo non più di 2 esperienze a confronto. Apprezzo l’etica lavorativa di Paolo Favaretto, pur facendo due cose che si chiamano con lo stesso nome ma che raggiungono risultati diversi. Il mio lavoro è rivolto più alla sperimentazione teorica, mescolato all’arte e alla comunicazione; insomma spero di inventare qualcosa di nuovo e spero si tratti di “bellezza”.


Ok, ma tra i due, chi è il diavolo e chi l’acqua santa?

Sarebbe scontato dire che il diavolo è JoeVelluto e l’acqua santa Favaretto. Anche se tra i due, i baffi luciferini di certo non ce li ha JoeVelluto…


Touché.


Andrea Maragno (JVLT)


Il Diavolo e l’Acqua Santa. JoeVelluto VS. Paolo Favaretto.

10 settembre, ore 20:00. Padova Vintage Festival, Centro Culturale San Gaetano, Auditorium.

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PADOVA VINTAGE FESTIVAL, 9 – 10 – 11 SETTEMBRE

Conaltrimezzi seguirà da vicino l’evento tra incontri, anteprime e interviste. Rimanete sintonizzati. Qui di seguito le coordinate dell’evento:

Sito ufficiale del Padova Vintage Festival
Padova Vintage Festival su Facebook

Mail: info@vintagefestival.org

IL PROGRAMMA DEL FESTIVAL


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