L’Italia vista dalla Luna

L’Italia vista dalla luna
Elda Danese, professoressa dello IUAV
Padova Vintage Festival – venerdì 9 settembre – ore 19:00

di Alberto Bullado.

La professoressa Elda Danese sostituisce Maria Luisa Frisa impegnata ad allestire un’importante sfilata a Milano. Non cambia il contenuto del workshop, ovvero il commento collaterale di Una nuova moda italiana, ultima pubblicazione di Maria Luisa Frisa, che si propone di restituire il punto della situazione, parziale e non storicizzato, della moda italiana contemporanea. Un testo che cerca di colmare un vuoto, quello delle letture critiche sulla moda, che in Italia ha causato la sostanziale estraneità del grande pubblico nei confronti di numerose e nuove realtà, meritevoli di tutt’altra considerazione. L’incontro mira ad individuare l’imponente (ed ingombrante) immaginario della moda debitrice degli anni ’80, legato alle grande firme che hanno saputo valorizzare il Made in Italy scaraventandolo nelle platee internazionali. Un immaginario ancora troppo legato ad un’idea di moda fortemente estetizzante (power dressing), non aggiornato e che ignora l’HIC ET NUNC, il fattore “qui ed ora”. Una produzione italiana non più esclusivamente caratterizzata dalla qualità manifatturiera, ma una virtuosa concertazione tra sartoria, stile e cultura della moda, portata avanti da designer oltre che veri e propri art director: esperienze svincolate, autonome, non omologanti e di diversa formazione professionali, testimoniate da carrellate di immagini prese dalla rete. Una decisione programmatica e consapevole, anche a fronte della qualità lo-fi dei riferimenti iconografici, quasi a voler testimoniare l’irrinunciabile contributo del web, forse l’unico strumento critico e testimoniale che in questi anni è stato in grado di supplire al vuoto di rappresentanza venutosi a creare in seguito all’esplosione dell’immaginario della moda anni ’80, cannibalizzato dalle grandi firme. Una moda forte e consapevole, quella contemporanea, meno glamour rispetto al passato, ma che scommette nel suo impatto visivo ed interpretativo, in grado di assimilare la lezione del passato ma soprattutto di operare significative ricerche di senso ed interessanti evoluzioni estetiche. Per questo motivo l’intento è quello di promuovere queste realtà (“fare non basta, occorre creare una cultura della moda contemporanea”), a fronte di una critica internazionale florida e competente, in grado di interrogare il presente con maggior continuità e completezza. Il workshop si conclude con la preziosa testimonianza di uno studente dello IUAV che ha potuto collaborare con uno stilista del calibro di Carlo Contrada.

La professoressa Elda Danese ci concede qualche minuto. Ne approfittiamo per porle un po’ di domande a proposito degli argomenti sollevati durante il workshop.


Lei durante il workshop ha insistito molto sulla mancanza di cultura della moda e sul vuoto di visione critica a proposito della situazione contemporanea, ancora soggetta ad un immaginario debitore della grande stagione degli anni ’80. Quali sono state esattamente le ragioni di questa carenza? Un disagio interiore, un complesso di inferiorità rispetto al passato, o forse lo strascico di quella stessa stagione che tuttora si impone, predomina e cannibalizza le nuove realtà emergenti?
Io non credo che siano gli anni ’80 a cannibalizzare il presente. Certo si tratta di un immaginario davvero ancora molto forte, non facile da scalzare, però può anche essere vero il contrario, cioè l’insistenza, in una situazione critica, di aggrapparsi ad una gloria passata e quindi la speranza di poter cavalcare ulteriormente vecchi miti, importanti ed ineludibili. Però questo può far correre il rischio di non guardare al futuro o anche al presente, nel senso che ci sono cose interessanti che stanno già avvenendo sotto i nostri occhi. E poi c’è l’enorme paura del rischio. Qualsiasi nuova iniziativa, moda, design, cinema, richiede una buona dose di rischio. C’è la paura di gettarsi in nuove imprese fallimentari, che poi questo è il vero problema, ovvero la falsa speranza nel credere che rimanendo fermi su posizioni che hanno avuto successo si possa far vivere tale successo all’infinito.

Chiaro. A proposito di Made in Italy. Durante il workshop qualcuno dal pubblico ha contestato la natura stessa di un simile marchio: “che senso ha il Made in Italy se poi le produzioni sono altrove”, ecc… Ma prendiamo in considerazione un diverso punto di vista. Lei ha parlato di nuove realtà che non sono omologate, fatto probabilmente positivo, e che sono totalmente svincolate tra di loro. Esperienze che operano all’estero, pur essendo italiane, e che oltretutto vivono diverse realtà formative. Perciò, in una realtà globalizzata, com’è sicuramente il mondo della moda, che senso ha interrogarci su un vero e proprio Made in Italy se in fin dei conti queste singole realtà non possiedono cifre unificanti riconducibili all’Italia?
È una questione di patrimonio. Marras ne è un esempio intelligente, vedi la sua capacità di essere internazionale, perché l’hanno chiamato a disegnare per Kenzo, ma lui guarda il luogo in cui è nato, la Sardegna, senza però farne un esercizio retorico, di richiamo alla tradizione e al passato. Ad Anversa fanno la stessa cosa, nonostante la scuola di Anversa sia riconosciuta come un’avanguardia, una realtà sperimentale. Ma nei pressi della scuola si possono trovare un museo ed un archivio di vecchi tessuti e vecchi abiti della loro tradizione, vedi moltissimi merletti, a cui guardano e da cui partono per compiere ragionamenti e riflessioni. Questo non significa conservare, questo significa creare spunti per mezzo dei quali costruire nuovi immaginari. Noi abbiamo un patrimonio, da questo punto di vista, enorme che è utile per ricostruire un nuovo immaginario italiano. Questo non significa chiudersi a riccio ma mettere in luce un’identità comunque esistente.

Quindi lei afferma l’esistenza di un’identità della moda italiana.
E che è diversa rispetto al passato. Alcuni di questi designer guardano alla tradizione, come potrebbe essere la moda degli anni ’50, ma naturalmente la rivisitano. Essendo giovani la stravolgono e fanno bene. Non si tratta di un’operazione filologica ma di una rilettura e di un’appropriazione. Fagocitano il passato e lo restituiscono per mezzo della loro visione contemporanea.

Ad un certo punto, sempre durante il workshop, lei ha messo in successione una serie di categorie professionali, sarto/stilista/designer, e mi chiedevo se lei vedeva in questo una sorta di evoluzione o progressione della moda italiana che è partita dall’eccellenza manifatturiera per giungere infine al design e quindi alla cultura e all’immaginario della moda.
No, non credo in una progressione. Non ci vedo nemmeno un aspetto gerarchico o quantomeno evolutivo. Per esempio la sartorialità è una componente che è ancora presente in alcuni designer. Diciamo che allo stato attuale la situazione è più articolata e complessa proprio perché, con il passare del tempo, sono aumentate le tecnologie, è cambiata la dimensione del consumo che si è pure diversificato. Perciò queste diverse realtà convivono tra loro. Parliamo di persone che magari fanno pochi oggetti a livello manuale, poi ci sono altri che rispettano gli schemi tradizionali dell’haute couture, altri che mescolano la dimensione dell’haute couture con quella del prêtàporter. Insomma, non ci vedo un aspetto evolutivo, anche se indiscutibilmente la presenza delle tecnologie e di un nuovo mercato rende difficile pensare ad una dimensione esclusivamente artigianale. Tuttavia va anche detto che, nonostante tutto, continuano a riproporsi situazioni di questo genere, proprio perché questo permette loro una maggiore autonomia. Ecco questo è un grosso problema: l’essere indipendenti è un aspetto molto sentito. La possibilità di creare con una certa libertà.

Una questione sicuramente trasversale, quest’esigenza di autonomia creativa, e che coinvolge sicuramente anche altre discipline. Ora vorrei porle un’altra domanda, forse quella un po’ più ricca di implicazioni. Durante il workshop sono state proiettate delle immagini prese dalla rete. Si è trattata di una scelta dichiarata e consapevolmente lo-fi, come lei stessa ha tenuto a precisare. La mia domanda è questa: in che modo interviene la rete nel mondo della moda? Perché, come si è anche visto in altre realtà, vedi cinema, arte contemporanea e letteratura, il web ha saputo stravolgere certi meccanismi. Perciò quali potrebbero essere le conseguenze di questo fenomeno per quanto concerne la moda e soprattutto il suo rapporto con il pubblico?
Nell’ultima pubblicazione di Maria Luisa Frisa viene toccato questo punto. La rete ha supplito ad una carenza critica nel mondo della moda, o comunque costruisce, di fatto, informazione oltre che commento critico. I blog di moda non si contano nemmeno più e soprattutto alcuni di essi condizionano moltissimo la contemporaneità. I nostri stessi studenti si informano tramite questi canali, specialmente a proposito delle sfilate: in questo senso il web si dimostra di essere una risorsa davvero straordinaria. Fino a pochi anni fa la moda era blindata, la possibilità di accedere, di vedere il lavoro di alcuni designer, per chi non aveva accesso ai canali tradizionali, era impossibile. Invece adesso internet è una fonte di informazione incredibile. Naturalmente c’è sempre il problema universale della rete, ovvero quello di saper selezionare la qualità delle fonti e quindi organizzare un’opportuna lettura critica che per il momento è lasciata in mano ai blog. Per queste ragioni sarebbe interessante offrire una panoramica di questa realtà.

Sempre a proposito di questo argomento, spesso si tende ad assumere tre diversi atteggiamenti nel rapportarsi con la rete. Ci sono i nostalgici, legati al passato, ipercritici nei confronti del web tanto da evidenziarne preferibilmente gli aspetti negativi. Ci sono i progressisti, al contrario entusiasti e positivisti. E poi c’è una sorta di posizione intermedia che tende a non pronunciarsi e che anzi rinuncia ad un vero e proprio giudizio: “semplicemente è inevitabile che sia così, non ci possiamo fare niente”… Lei se dovesse schierarsi?
In generale mi sono sempre schierata dalla parte dell’accoglienza, ma nello stesso tempo, di un’accoglienza critica. Voglio dire, esiste questo strumento, di per sé né buono né cattivo, con una propria specificità che va considerata e che può essere naturalmente utilizzata in modo intelligente o meno, come qualsiasi altro mezzo d’informazione. La rete in questo caso non fa eccezione. Abbiamo a che fare con uno strumento molto importante ma andrebbero fatte delle considerazioni, non esattamente un censimento, su cosa avviene e su cosa è nel frattempo avvenuto nel panorama dell’arte e della moda. Non me la sento di avere una visione negativa, non sono una fanatica del web, ma sicuramente è una realtà che mi interessa, che mi vado a guardare, così come i miei studenti, perché per me è importante capire loro come la guardano. Non occorre sapere solamente chi fa informazione su internet ma chi e come la guarda…

… che poi è forse questo il problema, l’utilizzatore di internet alle volte non ha la consapevolezza della qualità della fonte che sta fruendo. Perché la rete tende a democratizzare l’espressione ma forse anche ad appiattirla.
Certo, chi insegna lo sa benissimo. Spesso molti studenti considerano la rete una fonte, cosa che in effetti è, approfondita e qualificata. Si tratta di uno strumento che io stessa uso ma che va saputo usare. Anche questa sarebbe una cosa da dover insegnare, perché bisogna saper cercare e dove cercare, altrimenti si tende a percepire tutto ciò che ci appare davanti agli occhi. La rete costituisce una possibilità enorme, da una parte entusiasmante, dall’altra annichilente se si considera la quantità di informazioni a nostra disposizione. Però devo dire che si tratta di uno strumento straordinario, uno strumento di lavoro fondamentale anche per il solo fatto di poter accedere ai cataloghi delle biblioteche di tutto il mondo. Ma la fruizione di internet richiede sicuramente uno sforzo di acquisizione di competenza. Bisogna essere più preparati a filtrare. Detto questo nessuna censura, quella assolutamente no.

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