Irene Pollini Giolai. Alla ricerca dell’innocenza perduta

di Alberto Bullado.

Qualcuno di voi la conoscerà per via delle sue apparizioni televisive come opinionista di Loveline. Ma Irene Pollini Giolai, tra le tante cose, scrive per Vogue, Maxim e soprattutto è la caporedattrice di The Lost Innocence, giovane blog di successo e punto di riferimento per sognatori e amanti del bello: arte, fotografia, moda, creatività, un blog che a meno di un anno dalla nascita è riuscito a calamitare l’attenzione di circa 100.000 visite mensili. Ma l’Irene non è solo questo. Lasciate perdere l’idea della talent seeker freelance, eccentrica, sofisticata e snob. Dietro agli occhialoni geek c’è una persona grintosa e preparata (Iulm, Ied, esperienza all’estero, Berlino), un individuo raro e iperattivo e che nella vita ha fatto di tutto. Persino la maestra di sci, una professione che, nonostante i mille impegni, porta ancora avanti. Rendo l’idea? Il Padova Vintage Festival l’ha interpellata per condurre un workshop, quindi un’occasione per fare due chiacchiere con lei, malgrado la conosca già, e di entrare a contatto con un mondo che ho sempre sbirciato, ma come semplice osservatore e non attraverso gli occhi di un esperto. Fa quindi uno strano effetto, a gente come me, venire a sapere che persino nel campo della ricerca creativa vi sia una crisi sostanziale, che poi è la stessa che coinvolge un po’ tutto e tutti. Una crisi di idee, sì, ma soprattutto di soldi. E le conseguenze non sono mica da ridere. 

Ma come? Non stiamo parlando della fabbrica dei sogni, del laboratorio segreto di un immaginario pronto ad essere dato in pasto alle masse e che dovrebbe volare più in alto delle vili contingenze della vita? Probabilmente no, viaggiamo tutti sulla stessa barca. Il medesimo circo fatto di strani incastri e stupidi meccanismi. C’è che le aziende, anche le più grosse, non si affidano più ad agenzie creative esterne ma a creatività interne e che devono necessariamente rispondere all’esigenza della massima flessibilità. Leggi anche: tirannia del budget. Persino la creatività, in questo caso, si ritrova ad avere le braccine corte. Si investe poco nell’innovazione e si preferisce rimestare nel già fatto, nel già visto, alla ricerca di un nuovo riciclo (non è forse, questo, un ossimoro?). Ecco in parte spiegato il successo del vintage, una manna dal cielo per il mondo della moda. E finché la barca va… Ma al di là di questo è chiaro che l’ingerenza economica, l’aridità dei budget e le ristrettezze a cui sono sottoposti molti professionisti, vanno ad incidere profondamente all’interno del processo creativo. Per far fronte a tutto ciò, oltre che una robusta preparazione, occorre ostentare una smodata e sconsiderata passione per ciò che si fa. Avere il coraggio di osare e di andare più in là. L’alternativa alla professionalizzazione, alla passione ed alla preparazione interdisciplinare, è la tuttologia anarchica del “far web”: un casino esteticamente ed ontologicamente immorale agli occhi di chi, come Irene, scommette sulla quantità dei contenuti e delle informazioni da elargire al pubblico. In sostanza qui si parla di etica e creatività, concetti che ritorneranno spesso in questo post, e che non possono non andare a braccetto con una ferrea acquisizione di competenza. Questo è ciò che testimonia l’esperienza vulcanica di Irene, trasmessa al pubblico del workshop con sincera emotività.

Alla fine dell’incontro riesco a strapparla dalle mani di ragazze e ragazzi che si sono soffermati per farle i complimenti, per scambiare indirizzi mail e per porle un’infinità di domande. La trascino in un tavolino all’aperto per fumare una cicca in compagnia – in realtà saranno di più – e per concedermi qualche minuto. Qui di seguito riporto testualmente ciò che ne è stato. Non sono un mago della sintesi. Semplicemente non saprei dire dove finisce l’intervista e dove inizia la chiacchierata. Ma questo è ciò che ho trovato dentro il mio registratore. Una libera conversazione sul web, su The Lost Innocence, sull’arte contemporanea e su Baricco. Che fortunatamente sta sul cazzo un po’ a tutti. A voi.

A me interessava molto l’aspetto web del tuo lavoro, sempre se si può considerare un lavoro, visto che tu stessa poco prima ci facevi dell’autoironia… Ieri sono stato al workshop della Elda Danese, che ha sostituito la Maria Luisa Frisa, dove si è parlato molto di quest’aspetto. Lei ha denunciato una sorta di vuoto di osservazione critica nel campo della moda dagli anni ’80 in poi. Allora le ho chiesto quali fossero le ragioni di questa mancanza, forse un complesso d’inferiorità rispetto al passato…
Secondo me è una questione di tipo economico. Si torna sempre là…

Infatti lei mi ha parlato di paura e di paura di rischiare.
Perché ti tagli le gambe. Se tu non sei accondiscendente rispetto a quelle che sono le richieste, molto spesso si rischia di essere tagliati fuori dal sistema. Ad un certo punto una persona deve avere la coscienza per dire no, io non posso professarmi in cose in cui non credo. È un rischio, ma nessuno ti obbliga a fare il giornalista o di appassionarti di moda. Potresti fare il panettiere e continuare comunque a scrivere quello che pensi realmente. Ed è quello che ho fatto fino adesso, nel senso che mi permetto, mi voglio permettere, e continuare a permettermi di parlare di cose che mi interessano e che comunque sono vicine al mio sentire. E se questo non mi viene permesso per un fattore meramente economico mi arrangio in altri modi. È facile per me dirlo ora che sono entrata a far parte di questo mondo. Immagino che una persona che lavora nel campo del giornalismo da vent’anni non abbia voglia di prendersi il rischio di perdere il lavoro perché critica questo piuttosto che altro. Però sono giovane e sono appena entrata nel giro, quindi sogno di potermi permettere di fare ciò che amo.

Ed è forse questo il senso del tuo blog, The Lost Innocence, cioè cercare di coniugare l’etica con la creatività.
Dev’essere così. C’è una frase fondamentale, che è un po’ il mio motto. È di Henry David Thoreau, un esistenzialista americano, che dice: «the perception of beauty is a moral test». E ne sono profondamente convinta. Etica e bellezza devono coincidere, soprattutto in questo momento per me sono inscindibili.

Riprendendo il filo del discorso, Elda Danese [commentando l’ultima pubblicazione di Maria Luisa Frisa n.d.a] dice che in qualche modo il web ha supplito a questa mancanza di visione critica.
Sì, l’ha supplita. Però ha buttato dentro anche tante cose inutili… di tutto. Lo dicevo anche prima, internet è una figata, ma se tu non disponi per primo di strumenti critici per affrontarlo ti ritrovi ad avere a che fare con 500 opinioni differenti su una cosa che se tu stesso non conosci approfonditamente rischi di mediare affidandoti a persone e ad opinioni che non puoi sapere se sono giuste o sbagliate. Secondo me, di principio, bisognerebbe avere una preparazione molto forte, poi internet, è vero, supplisce quel vuoto nel momento in cui tu stesso sei preparato, perché altrimenti arrivi a dover gestire un sacco di cose non del tutto affidabili.

Lancio la proposta. Internet c’è ormai da tanti anni ed è uno strumento irrinunciabile. A questo punto perché non ritenerlo una disciplina e che in quanto tale va insegnata? Tutti, alla fine, gira e rigira, arrivano allo stesso punto: “internet bisogna saperlo usare”. E tu, appunto, ci hai fatto un mestiere, la ricerca della creatività… Com’è che si possono assumere quelle competenze tecniche e culturali di cui hai parlato? Si può andare a scuola di internet?…
Non è questione di scuola di internet. Il web funziona come una grandissima biblioteca in cui tu disponi di una velocità immediata per trovare e fruire una certa quantità di informazioni. Una volta ci toccava scartabellare nelle biblioteche. Secondo me è come dire: “insegnare ad andare a scuola”, non ha senso… Tu hai un bacino di conoscenze e devi avere una formazione prima di affrontare internet che ti permetta di capire cos’è valido e cosa non lo è. Internet lo sai usare nel momento in cui sai studiare e nel momento in cui sai precisamente cosa vuoi trovare. Altrimenti sei perso, è come buttare in mare uno che non sa nuotare.

In internet si trovano, come dicevi tu, un sacco di blog che si occupano di tutto. Però esistono anche dei siti che fungono da collettori, da condensatori, in un certo senso fanno un po’ il “bignami” della situazione. Come li vedi tu?
Dipende sempre da chi va a costruire quel tipo di contenuto. Io non credo di scrivere cose migliori di altri. Ma credo sinceramente di scrivere cose con più coscienza, magari rispetto ad altri blog. Il “bignamino” è una grandissima soluzione, tantissimi blog funzionano così, il fatto è che i bignami per essere pubblicati avevano al vertice qualcuno che li faceva pubblicare…

… e poi c’era un curatore.
… quindi c’era oggettivamente una valenza. Su internet questa cosa non c’è. Non c’è il filtro. È questo l’aspetto drammatico, che non abbiamo un punto di riferimento alto che mi dice “questo vale, quest’altro non vale”. Visto che non c’è, devi saperlo maturare autonomamente.

Io però mi sono fatto un’altra idea a proposito di questi blog collettori e cioè che magari alcuni di questi sono anche di qualità…
… ce ne sono un sacco di qualità.

… però, secondo me, possiedono tutti comunque un aspetto negativo. Nel senso che, dal momento in cui una cosa viene sedimentata, la si viene sistematicamente dimenticata. Si passa ad altro. Perciò questi collettori favoriscono l’idea di un ricambio rapido. Warhol parlava di 15 minuti, forse sono anche di meno… In questo modo la ricerca creativa, soprattutto nel campo della moda, diviene una corsa forsennata. Dal momento che ci si accorge dell’esistenza di qualcosa, quel qualcosa è già morto, vecchio.
Secondo me la ricerca non è più incentrata sul nuovo, ma è un’orientarsi verso una “maniera” diversa. Perché di nuovo non c’è più niente. Quello che fa il creativo forte è riuscire a vedere le cose che già ci sono, in un’ottica stravolta.

Quindi tu non sei per l’invenzione ma per la riscoperta.
Non mi ricordo chi diceva che in realtà un’invenzione è l’unione di due vecchie idee [non me lo ricordo nemmeno io… però John Maynard Keynes diceva: «La difficoltà non sta nel credere alle nuove idee ma nel rifuggire dalle vecchie», il vecchio come spauracchio. E non lo diceva un creativo, ma un economista… n.d.a]. Secondo me è esattamente questo. Inventare è rimaneggiare qualcosa che c’è già.

E qui torniamo sull’argomento del vintage…
Certo. Non si inventa  niente, soprattutto nella moda. È tutto un ritorno. L’innovazione, al giorno d’oggi, è molto legata ai tempi che stiamo vivendo. Per esempio: perché va tanto la street? Perché ormai non c’è più il sogno della moda, non c’è il couture che fa “arte”. Caspita, Valentino faceva delle opere d’arte… Ora esiste il designer, che è una cosa diversa. Bisogna incrementare la funzionalità dei capi, infatti lo streetwear funziona per quello.

Ma può essere che in un momento di crisi come questo allora si punta di più sull’immaterialità e sull’immaginario collettivo piuttosto che sul pezzo vero e proprio?
Beh sì, basta vedere quello che fanno le grandi case. Perché il lusso funziona ancora? Perché vende comunque uno status. Secondo me quello sta facendo di importante il vintage è convincere la nostra generazione che non importa più lo status ma la personalità. Una cosa che l’Italia sta scoprendo adesso, in ritardo rispetto ad altre realtà come Berlino e New York. Vestirsi è un linguaggio. Mi vesto in un certo modo perché voglio comunicare qualcosa che ho dentro e che mi rappresenta. Anch’io vesto Prada però lo combino con qualcos’altro che quella mattina mi rappresenta. Vestirsi è parlare. È la prima cosa che mostri agli altri. Non esiste più “l’essere di moda”, esiste l’aver personalità, che è più difficile da strutturare.

Durante il workshop hai parlato di modelli di riferimento, nel senso che è importante averne. I tuoi?
Non possiedo delle icone di riferimento, ma degli approcci alla vita. Come personaggi tanti sportivi. Non dico Alberto Tomba perché sarebbe indegno (risata)… Però lo sportivo in genere come modello. Non importa quale campione sia. Lo sportivo come modello perché ha un obiettivo, tot fatica per raggiungerlo, e se non gli basta quella occorre metterne di più. Perché tu sai che devi arrivare a quell’obiettivo, se vuoi vincere, se vuoi migliorare. Penso che sia questo l’approccio giusto che si deve avere nella vita.

E per quanto riguarda modelli di riferimento estetici, oppure non esattamente estetici, ma di attitudine e di atteggiamento?
Agota Kristof, una scrittrice ungherese, che però scrive in francese [scomparsa recentemente n.d.a], una donna molto coraggiosa e ribelle, anche nel modo di scrivere, piuttosto crudo. Lei mi piace molto come personaggio… In realtà non riesco a snocciolarti una lista di personalità a cui aspiro. L’unica cosa che mi sento di dire è che mi piacciono tutti quei personaggi che hanno avuto il coraggio di guardare la realtà in faccia per quella che è. La vita è dura, è così. Ed è inutile prendersi in giro. Un’altra persona che posso citare, ora che mi viene in mente, e con la quale mi sono interfacciata ultimamente è Gipi, Gian Alfonso Pacinotti, che è un illustratore fantastico [da poco anche regista n.d.a]. Non tanto per come disegna ma quanto per la delicatezza con cui riesce a buttare fuori la crudezza della vita. Non esistono tragedie. Viviamo in un mondo di merda, ma noi siamo fortunati. Al peggio c’è sempre fine ma anche al meglio.

Fai finta di avere davanti un computer. Collegati in internet. Quali sono le prime cose che guardi, i primi siti che apri?
Emule! (risata) La Repubblica. Ho un blog  di satira che mi piace molto, Qualcosadelgenere.com, un blog truce nei contenuti. Adoro le persone che sanno usare la volgarità in modo oculato. Odio la volgarità di per sé, però soprattutto oggi è funzionale nel momento in cui la riesci a restituire in maniera utile. Poi Facebook, inutile nascondersi. Non sono una che spara sui social network. Secondo me è uno strumento utilissimo, dal punto di vista lavorativo e anche dal punto di vista delle relazioni.

Invece siti di moda o d’arte?…
Art Tribune
, poi ho tutta una serie di artisti… Beth Hoeckel è un’artista che mi piace moltissimo. In verità evito di guardare i grossi collettori. Preferisco andarmi a guardare le pagine dei singoli artisti, i loro siti personali. Per il discorso che facevamo prima, mi fido poco delle authority, preferisco cercare di barcamenarmi da sola. A volte mi rendo conto di avere dei limiti oggettivi nell’affrontare degli argomenti e quindi mi riprendo il mio bel libretto e studio ciò che non conosco.

Che è una buona abitudine che si è persa.
Che è una cosa che fanno in pochi. Mi è capitato prima di quest’estate, per una mostra di Burri e Fontana, alla Pinacoteca di Brera… Sapevo cos’avevano fatto, conoscevo il periodo storico, però non li sentivo… me li sono studiati, sono andata a vedermi la mostra e mi sono resa conto di quanto il conoscere quello che stai andando a vedere faccia la differenza. Dici, questo ha fatto un taglio sulla tela, che cosa mi comunica rispetto a un Mantenga? E invece riesci a inquadrarli e a capire lo scarto in più. Secondo me il problema dell’arte contemporanea è proprio questo: devi sapere che cosa hanno comportato certe opere. È ovvio che il taglio sulla tela non si rivela da sé, però se capisci quali sono state le conseguenze, la misura dello scardinamento che ha avuto nella storia dell’arte e vedi la stessa opera esposta a fianco del Mantenga, allora sì che forse può avere un senso. Faccio questo riferimento perché la mostra è stata molto criticata, così come la scelta di inserire artisti così diversi e lontani tra loro. Anch’io inizialmente avevo qualche dubbio…

Però, scusa se ti interrompo, forse questo era il punto debole dell’arte contemporanea. Nel senso che non è mai stata molto accessibile. Tuttavia ultimamente mi sembra di vedere un trend diverso, che cerca di tornare ad un rapporto emozionale e diretto con il pubblico.
Secondo me l’ultima Biennale ne è l’esempio lampante. C’erano già i germi nella Biennale precedente. Si vede che c’è un ritorno al figurativo, a delle cose in cui tutti possono sentire qualcosa. Ed è giusto. Però è giusto che esista anche tutto il resto. È giusto che ci sia un’altezza nelle cose, è giusto che ci siano cose che se io non mi applico non posso capire, perché altrimenti, tornando al discorso di prima, tutti possono dire e fare di tutto. Anche questo nuovo spostamento verso il sentire è legato proprio alla crisi. L’arte contemporanea se non si muove verso quella direzione ha finito di vivere. Continua a spostare il confine. Per questo credo che ci sia il bisogno di trovare una nuova etichetta a quello che sta succedendo. Perché Cattelan non può essere inserito nello stesso bacino di Michelangelo, o che so, di Piero della Francesca. Lui è altro…

Sai che mentre  stai dicendo questo ci sono altre tremila persone che dicono il contrario?
Sì, certo. Io non sto dicendo che quello di Cattelan non sia un gesto artistico, anzi, lo stimo, mi piace, a parte la presa per il culo all’ultima mostra a Palazzo Reale. Lo puoi anche scrivere [l’ho fatto n.d.a]. Secondo me bisogna ricominciare a dare un nome alle cose. A ricominciare a mettere qualche etichetta. Magari la mia è solo ignoranza e sarei ben contenta se verrò vessata per quello che sto dicendo, studierò di più e riuscirò a capire perché Cattelan può essere inserito nello stesso bacino di Michelangelo… Tu sei d’accordo con questa cosa di Cattelan o no?… Cioè, Tintoretto e i piccioni impagliati di Cattelan non sono sullo stesso livello. Ma non perché Michelangelo sia più valido di Cattelan… Anzi, tecnicamente lo è. C’è stata una scissione. Ad un certo punto l’arte non è più stata tecnica, adesso è pure commissionata a terzi… Io ho l’idea che l’arte concettuale, il Dada, l’Arte Povera e la Pop Art abbiamo totalmente rivoluzionato e traviato il concetto di arte.

Boh, io non riesco ad avere un’opinione e non riesco a dare un giudizio né estetico né morale… Però io credo che ci sia un elemento che condiziona sempre tutto: arte, cinema, qualsiasi cosa. E cioè il tempo. Il tempo domina ed è una variabile che interviene su tutto. Perciò c’è stato il tempo di Michelangelo e adesso è probabilmente il tempo di Cattelan e molti altri.
È cambiato anche il tempo nel quale era possibile svolgere un lavoro. Tre giorni, una settimana… anche in questo caso internet ha condizionato il tempo. Tutto viene accorciato. Per quello che io mi fisso su questa storia della preparazione, dello studiare e del sapere. Perché più tecnica hai, più veloce sei.

Però è anche vero che le nuove tecnologie, non parlo di internet, ma di nuovi mezzi tecnici per realizzare opere d’arte, stanno facendo ritornare il gesto artistico ad una complessità tecnica che ti fa apprezzare l’opera anche da un punto di vista estetico. Che so… ci sono designer che scannerizzano una tana di una lepre, la riproducono e la utilizzano per una lampada… quindi ci sono delle perizie tecniche che producono un effetto di stupore e meraviglia proprio come accade nella contemplazione della Cappella Sistina.
Però qui stiamo parlando di design e arte. Anche qui, si tratta di un confine che si sta assottigliando sempre di più e non si capisce cosa sia “museale” e cosa sia prodotto di consumo. Tutto è ibrido. È tutto là che galleggia. Non ci sono più boe. La maggior parte della gente non ha opinioni sulle cose, quindi ci sono quattro stronzi che decidono da trent’anni cos’è l’arte e cos’è il design… Io voglio fare questo lavoro anche per capire di più. Perché abbiamo a che fare con un oceano di informazioni che non servono a niente finché non mettiamo dei punti fermi.

Tutto è molto fluido.
Beh, un libro bellissimo è La società liquida di Bauman. Per me è illuminante. Anche Baricco, come saggista, mi piace molto, Barnum e I barbari sono due testi…

…io odio Baricco.
Sì, anch’io. Ma come sociologo dice delle cose interessanti.

Non ho ancora avuto a che fare con i suoi saggi.
Io ho iniziato con la narrativa e poi l’ho mandato a fanculo. È un Moccia solo più intelligente.

Probabilmente sì.
Però come saggista è illuminante. Leggi I barbari. A parte che non l’ha scritto da solo… In più ha molte cose da dire e non dovendo dimostrare di saper scrivere le mette giù in maniera più pulita rispetto a come scrive i romanzi.

Più sostanza che forma.
È tutta sostanza. Fa delle riflessioni molto intelligenti e molto vicine al sentire comune che è il senso più difficile da avere. Il toccare con mano la realtà.

E quindi domani andrò per la prima volta in libreria unicamente per Baricco. Sticazzi.

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