Libia: nuove frontiere del diritto

di Nadia Pascale.

Sta per concludersi quella che è stata definita la primavera del Nord Africa, un insieme di rivolte partite dalla Tunisia nel dicembre del2010 –  il punto di partenza è stato dettato da  Mohamed Bauazizi, che si è dato fuoco per protesta – e che si sono estese poi ad altri paesi tra cui Egitto e Libia. Tutte le rivolte sono volte a dare libertà e dignità ai popoli nordafricani, attanagliati dal potere politico che ha inglobato in sé il potere economico e ha ridotto il popolo in condizioni pietose.
Finita questa fase  – che ormai sembra agli sgoccioli con le ultime, sempre più estenuanti, battaglie in Libia – i dubbi e le perplessità riguardano la fase costruttiva, soprattutto dal punto di vista legislativo. Come tutti sanno la Libia sta uscendo da una dittatura durata decenni, guidata da Gheddafi che ora è incriminato e dovrà essere processato per crimini contro l’umanità.

Proclamato il nuovo governo transitorio, la Libia diventa luogo di incrocio tra vari interessi che però rischiano di non guardare al popolo con il dovuto rispetto. Da un lato le forze della NATO, tra cui Italia e Francia, e in un certo senso l’intera cultura occidentale, che però in questo frangente sembra disinteressata a prospettive diverse da quelle economiche. Dall’altro l’Oriente, e in particolare L’Iran, o meglio la Repubblica Islamica dell’Iran, che spinge verso una istituzionalizzazione dell’Islam, o meglio della shari’a, mettendo in guardia i libici contro i rischi di un governo transitorio, guidato proprio dalle forze occidentali accusate di voler colonizzare il paese.
In realtà il dubbio è tutt’altro che infondato, visti i pesanti interessi economici in gioco. Il tutto può sembrare peregrino, ma nel totale silenzio di tutti  sta  accadendo qualcosa di molto pesante dal punto di vista umanitario, qualcosa che – ne sono sicura – un giorno criticheremo, come sempre facciamo, forse anche un po’ ipocritamente,  attraverso i social network.

Questa è una fase transitoria di costruzione di un nuovo paese, e i libici dovrebbero approfittarne per una svolta decisiva anche come paese a prevalenza musulmana. L’articolo 3 della bozza della costituzione, invece, prevede l’applicazione della shari’a, un insieme di norme che derivano dall’interpretazione del Corano e che sfocia in hadith, sentenze che assumono un grosso peso all’interno dell’applicazione concreta della legge. Secondo quanto è trapelato finora, l’articolo 3 della nuova costituzione afferma che “l’Islam è la religione della nazione. Si prendono spunti dalla shari’a islamica”. Posta in questi termini la formula aperta della norma non mette al riparo da interpretazioni estreme della shari’a e anzi, non ponendo limiti all’applicazione di singole parti, si presta ad interpretazioni  anche molto crudeli.
Andiamo per gradi: ora nessuno è a conoscenza del tipo di costituzione che la Libia adotterà né di quali saranno i meccanismi attraverso i quali la stessa costituzione potrà essere modificata ma di solito, essendo la costituzione la carta fondamentale di un paese, tende ad essere una legge molto rigida e quindi difficile da modificare. E’ chiaro, quindi, che è una legge che si dovrebbe ben ponderare prima di darle dei contenuti che potrebbero creare “problemi”.
Il punto critico della shari’a sono le norme eccezionalmente severe soprattutto nei confronti delle donne, dal momento che essa prevede anche la lapidazione per le adultere (e vorrei ricordare quanto, anche in Italia, ci si sia spesi per evitare alcune lapidazioni  inflitte con processi sommari. Proprio in queste settimane ci si è battuti contro l’estradizione di una donna che, nel paese di origine, sarebbe stata condannata alla lapidazione).
Lascia ovviamente molto perplessi che nel 2011, in un paese che rinasce, si possano istituzionalizzare tali pratiche, pratiche che vanno anche in direzione contraria rispetto a quelle che sono le evoluzioni dell’Islam progressista. Negli ultimi anni, infatti, sempre più donne hanno iniziato a studiare i testi sacri, o meglio il Corano, e in questo modo sono arrivate a conclusioni molto interessanti su alcune pratiche discriminatorie nei confronti del genere femminile. 
Alcune studiose, ad esempio, ritengono che nel Corano siano presenti tutti i presupposti per realizzare l’uguaglianza di genere. Un’importante testimonianza di ciò è di Nahid Tavassoli, una delle massime esperte iraniane in materia di esegetica coranica. Lei sostiene che il fiqh, ovvero la giurisprudenza, l’interpretazione del Corano e degi hadith, sia il vero problema, in quanto spesso risultano falsificati. Per Nahid l’ideologia del Corano è stata manipolata sotto i califfi per questioni di gestione del potere e non perché nel Corano sia realmente presente una discriminazione di genere.
Stessa posizione per Maryam Malak, responsabile di una biblioteca a Tehran: lei definisce l’Islam una bellissima religione ed afferma che nel Corano ci sono molti vantaggi per le donne ed è la conoscenza dei testi a fare la differenza. (1)
Altra donna che si occupa di questi temi è Faezeh Ashemi. responsabile della rivista Zan (donna). In particolare si occupa di poligamia e ritiene che non abbia nulla a che fare con l’Islam, ma con la stratificazione di pregiudizi, superstizioni e tradizioni che si sono aggiunte all’Islam (2).
Puntuale, invece, sulla lapidazione, è Jamileh, donna occupata in politica costretta all’esilio dall’Iran. Lei afferma che il Corano non preveda tale punizione, cita Gesù che salvò un’adultera ed afferma che in realtà la Sura della luce prevede come punizione 100 colpi di frusta e la possibilità del perdono dei familiari. Servendosi di hadith, dimostra come la lapidazione sia una punizione che si è aggiunta successivamente (3).

Oltre queste argomentazioni arriva il momento di provare a capire gli scenari e le pressioni.
L’occidente sembra poco interessato al diritto che si sta formando ma piuttosto interessato ai contratti, e dato che la Libia è un paese ricco forse teme che un’ingerenza nel diritto che si sta formando possa rovinare i rapporti economici. In altre situazioni, però, l’occidente ha giustificato l’ingerenza per motivi umanitari. Questo in realtà potrebbe essere il momento dell’ingerenza del dialogo piuttosto che delle armi, per aprire un dibattito all’interno della Libia, per i libici, con i libici.  L’Iran, d’altra parte,  si definisce Repubblica Islamica, applica la shari’a in modo puntuale e mette in guardia contro gli interessi dell’Occidente, interessi che in realtà forse non sono forse così diversi dai suoi, che pure si manifestano in modo diverso.

Le forti perplessità riguardano non solo la politica, che su questo tema tace, ma anche le associazioni femministe che non aprono un dibattito sul tema e preferiscono mobilitarsi a posteriori per salvare singole vite. Così, però, vengono tralasciate tutte le altre vite, perché per ogni sussulto volto a salvare una singola donna tante nel silenzio sono già morte e continuano a morire con processi sommari, ingiusti e spesso creati ad arte.
Ovvio che l’ingerenza debba essere limitata, ma un dibattito non deve per forza esprimersi con la forza dell’ingerenza: se invece vogliamo ritenere ogni forma di intervento un’ingerenza, allora si deve tacere sempre e comunque, senza tentare di salvare nessuna donna dal triste destino che la aspetta.

In occidente prendiamo sempre più spesso la forma di persone dai valori labili, seguiti per pochi giorni, volti a fare un rumore  a cui poi non corrisponde una reale voglia di cambiamento o un reale interesse per le vite. Ribellarci e aiutare gli altri è come un sussulto di orgoglio di cui a volte abbiamo bisogno per sentirci migliori, per poi assopirci di nuovo senza provare realmente a cambiare le cose che non ci piacciono.
L’ingerenza è tale se si tende a modificare una situazione esistente, non è più tale quando ci troviamo in una fase di rinascita e costruzione. Come abbiamo agito in Libia per liberare il paese da Gheddafi, non vedo perché non si possa intervenire con dibattiti all’interno della costruzione giuridica del paese, almeno per fornire spunti di riflessione sugli scenari che potrebbero aprirsi in caso di istituzionalizzazione della shari’a e per riflettere sulle modalità di giudizio, in modo da evitare condanne sommarie: insomma, garantire quel minimo di civiltà giuridica che un paese che rinasce nel 2011 deve avere per non trovarsi, tra qualche anno, a fare i conti con scelte dal carattere così poco laico.

Note:

1)      Anna Vanzan, Le donne di Allah. Viaggi nei femminismi islamici. Bruno mondatori editori, 2010, pp 39 ss.

2)      Ivi, p. 49.
3)      Ivi, p. 53.

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